
(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – La caduta di un drone sulla città romena di Galați, avvenuta lo scorso 29 maggio, ha innescato dure reazioni da parte dei vertici UE. Questi ultimi, lungi dall’attendere un’inchiesta per fare piena luce sull’accaduto e diradare il mistero, hanno già emesso sentenza, indicando come colpevole la Russia e utilizzando la vicenda come pretesto per accelerare sui piani di riarmo. Proprio quando questi ultimi iniziavano a scricchiolare sotto i colpi della crisi energetica innescata dall’aggressione israelo-americana all’Iran. In Italia il governo Meloni ha espresso dubbi sulla sostenibilità economica del riarmo, rinunciando a buona parte dei prestiti europei. Da Bruxelles è arrivata presto la forza uguale e contraria: l’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE Kaja Kallas ha ribadito l’impegno a investire maggiormente nella difesa europea e a rafforzare il sostegno all’Ucraina. Le fa eco la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che ha annunciato la preparazione di un ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Il 29 maggio scorso un drone è entrato nello spazio aereo romeno, schiantandosi sul tetto di un edificio residenziale nella città di confine Galati e ferendo lievemente due persone. Mentre le autorità locali avviavano le indagini del caso, le cancellerie europee si scagliavano contro la Russia, accusata di essere dietro al lancio del drone. Gli accertamenti giudiziari scioglieranno i dubbi, come avvenuto negli ultimi mesi per altri Paesi di confine, colpiti indirettamente dalla guerra in Ucraina. Già ad aprile le autorità romene avevano denunciato lo sconfinamento di un drone russo sul proprio territorio; negli stessi giorni i Paesi baltici e la Finlandia facevano i conti con l’invasione del proprio spazio aereo da parte di UAV ucraini.
Nell’attesa di un esito giudiziario, lo sconfinamento del 29 maggio ha provocato già i primi effetti, diventando un ottimo pretesto per accelerare sui piani di riarmo, europeo e non solo. La NATO, di cui la Romania è membro dal 2004, ha puntato il dito contro la «sconsideratezza» di Mosca e dichiarato che «continuerà a rafforzare le nostre difese contro tutte le minacce, compresi i droni». In una telefonata con il presidente della Romania, Nicusor Dan, il segretario della NATO Mark Rutte ha «ribadito che la NATO è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato».
L’anno scorso gli Stati Uniti hanno convinto i membri dell’Alleanza Atlantica ad aumentare la spesa nazionale destinata alla Difesa fino al 5% del PIL. Allo stesso tempo, la Commissione europea ha lanciato un piano di riarmo per l’Unione, denominato ReArm Europe. Duplice l’obiettivo: da un lato rafforzare le capacità militari del continente di fronte alle crescenti tensioni geopolitiche, dall’altro fornire sostegno diretto all’Ucraina. Se per l’attuale crisi energetica l’UE ha impedito ai Paesi membri di finanziare misure sociali venendo meno agli stringenti vincoli economici; per aumentare le spese militari è stato concesso lo scostamento dal Patto di stabilità e crescita. Contestualmente è stato creato un fondo un fondo da 150 miliardi di euro per prestiti agli Stati membri destinati a investimenti nel settore della Difesa.
Qualche giorno fa, il governo Meloni ha deciso di rinunciare a buona parte dei prestiti “prenotati”, in attesa di una risposta sulla possibilità di ottenere flessibilità sul fronte energetico, ritenuto prioritario rispetto alle spese militari. Il tema non sembra però essere urgente a Bruxelles, che invece ha sfruttato il recente schianto del drone in Romania per rilanciare il suo piano di riarmo. Kaja Kallas ha sentito i ministri degli Esteri dell’UE, che si sarebbero «impegnati a intensificare la pressione sulla Russia, aumentare il sostegno all’Ucraina e investire nella prontezza difensiva dell’Europa stessa». Le fa eco Ursula von der Leyen: «mentre continuiamo a rafforzare la nostra sicurezza e la nostra capacità di deterrenza, soprattutto al confine orientale, continueremo ad aumentare la pressione sulla Russia. Stiamo preparando un 21esimo pacchetto di sanzioni». L’ultima misura era stata approvata un mese fa, quando l’Ungheria del post-Orban ha fatto cadere il veto sulle sanzioni, dando il via libera anche al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.