Chi si aspetta un dibattito aspro fa bene. Chi si aspetta discorsi concentrati sui temi, invece, resterà deluso. I toni saranno alti, accesi, spesso volutamente divisivi

(Martina Carone – lespresso.it) – Pronti, si parte: la fuga in avanti della maggioranza sulla legge elettorale, con il nuovo testo in discussione alla Camera non è solo una questione tecnica, ma di prospettiva. Certo, ci sono i dettagli tecnici: il premio di maggioranza, la soglia, l’indicazione del candidato premier, il nodo delle preferenze, su cui dentro la maggioranza non tutti hanno la stessa posizione. Ma sarebbe un errore leggere questa discussione soltanto come una faccenda da addetti ai lavori perché studiare la legge elettorale ci dice anche una cosa molto semplice: come sarà la prossima campagna elettorale. Personalizzata, coalizionale, centrata sulla scelta di chi governa, più che sulla composizione paziente di ciò che viene dopo. L’indicazione del candidato premier, gradita alla maggioranza per ovvi motivi, serve a dare un volto (nella fattispecie: Meloni) e a mettere in difficoltà il campo largo, costretto a sciogliere il nodo leadership, e a trasformare un voto parlamentare, che resta formalmente tale, in una competizione sempre più leggibile come scelta diretta tra leader, blocchi, mondi politici. 

Sarà inoltre una campagna orientata al passato, e in questo il calendario aiuta: gli ottant’anni della Repubblica, Matteotti, la memoria del fascismo, la genealogia della destra, le parole che tornano e che non tornano mai per caso. Ma perché la politica italiana, quando non riesce a sciogliere del tutto i nodi del presente, tende a cercare nel passato un’epoca, una mitologia, una grammatica più nitida. Da una parte l’antifascismo, la Costituzione, la Repubblica come campo simbolico da difendere. Dall’altra la destra che continua a maneggiare, con registri diversi e non sempre coordinati, la propria storia, tra rimozione, rivendicazione e normalizzazione: ne sono un esempio Vannacci e i suoi “me ne frego” evocati ogni due/tre settimane, ma si inserisce in questo filone anche il richiamo ad Almirante. Il tentativo di abitare uno spazio più radicale e identitario della destra di governo, incalzata su una crisi di identità. 

Sarà, appunto, una campagna identitaria. Non nel senso generico: ogni campagna elettorale lo è, perché ogni voto chiede agli elettori anche di riconoscersi in qualcosa. Ma, in questo caso, in un senso più duro: appartenenza contro appartenenza, storia contro storia, passato verso futuro. Le categorie saranno grandi, nette, spesso sproporzionate rispetto ai singoli dossier. Ma è esattamente così che funzionano le campagne quando la posta in gioco viene raccontata come esistenziale.

E sarà una campagna spietata, perché i problemi sono tanti e non molti sono risolti. Il costo della vita, i salari, la sanità, la casa, l’energia, la natalità, la sicurezza, il lavoro povero, la fatica quotidiana di tenere insieme pezzi di vita che la politica nomina spesso e governa con più difficoltà. In questo spazio, nessuno avrà troppo interesse a una campagna placida. La maggioranza dovrà difendere il proprio bilancio e insieme rilanciare una promessa di stabilità. Le opposizioni dovranno dimostrare che l’alternativa non è soltanto somma aritmetica di sigle, ma possibilità credibile di governo. I partiti minori dovranno alzare il volume per non scomparire. I leader dovranno mobilitare prima ancora che convincere.

Chi si aspetta una campagna elettorale aspra fa bene. Chi si aspetta una campagna elettorale sui temi, invece, resterà deluso. I toni saranno alti, accesi, spesso volutamente divisivi, perché la lezione degli ultimi anni è stata recepita da tutti: i cittadini si attivano più facilmente davanti a scelte nette. Sì o no. Questo o quello. Pro o contro. Dentro o fuori. Con noi o contro di noi. È la logica referendaria applicata alla politica ordinaria. 

sparirà ciò che sta nel mezzo (incidentalmente, cioè che sarebbe la politica più pura: l’arte del compromesso, dell’accordo, dei piccoli passi, del comprendere prima di decidere, dei grigi che parlano di sfumature come sfumata è la vita), il centro della scena sarà occupato da parole più semplici, più taglienti, più spendibili. Stabilità. Libertà. Nazione. Paura. Futuro. Tradimento. Popolo. Sistema. E dentro queste parole si muoveranno programmi, candidati, alleanze, promesse, attacchi personali, campagne social e vecchie liturgie televisive.

Per questo sarà anche una campagna tradizionale. Nonostante i canali nuovi, nonostante TikTok, nonostante i format verticali, i reel, i meme, gli spezzoni televisivi rimontati e le grafiche pensate per vivere più su WhatsApp che nei talk show. Il punto è che il mezzo può essere nuovo, ma la grammatica politica rischia di essere molto antica. TikTok, che fino a pochi anni fa sembrava il luogo dell’innovazione assoluta, è ormai saturo di contenuti politici. E i contenuti politici, per loro natura, tendono spesso a diventare basici, perché basici sono i problemi a cui cercano di agganciarsi: economici, sociali, esistenziali. Quanto costa vivere. Chi mi protegge. Chi mi rappresenta. Chi decide per me. Chi paga. Chi resta fuori.

La vera novità, allora, sarà la capacità di tenere insieme mobilitazione e credibilità: una campagna spietata può accendere, ma può anche consumare. Può portare al voto, ma può anche allargare il distacco di chi guarda la politica come un rumore di fondo sempre più aggressivo e sempre meno utile. Come dicono i veneti: muso duro e berretto fracà: la campagna elettorale è già cominciata.

A cura di Martina Carone, direttrice della comunicazione di Youtrend