I rapporti con Trump ai minimi storici, le nomine bloccate, la legge elettorale ferma. Palazzo Chigi non ha ancora trovato una strategia di rilancio, anche economico

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Altro che fase due. La ripartenza teorizzata da palazzo Chigi dopo la sconfitta referendaria è e rimane un miraggio e non per malavoglia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che però ormai si è arresa al fatto che i sommovimenti nello scenario internazionale siano una variabile impossibile da governare. Lo ha ripetuto a Federalberghi, ma lo aveva detto anche in aula durante le sue ultime comunicazioni al parlamento: «L’instabilità sta diventando la normalità». Con questo quadro in continuo cambiamento – ora lo stretto di Hormuz da cui passa anche il petrolio diretto in Italia è chiuso, domani chissà – e un Occidente sempre più spaesato davanti alle intemperanze del presidente di quella che dovrebbe esserne la nazione leader, Meloni sta facendo i conti con il fatto che ci siano troppe incognite a impedire la programmazione dell’ultimo anno di governo.

Tutto ciò che la premier può fare in questo momento è ragionare di breve periodo, cercando di risolvere i problemi più immediati: nelle prossime settimane sarà in Azerbaijan per tentare di aprire nuove strade di approvvigionamento dell’energia; ha deciso di essere a Parigi con i Volenterosi di Francia, Germania e Regno Unito per ragionare della situazione marittima e del conflitto in Iran. I suoi omologhi stranieri non saranno i suoi interlocutori preferiti – Emmanuel Macron in testa – ma offrono almeno la certezza di non essere bizzosi come l’ex amico Donald Trump, con cui tuttavia le diplomazie sotterranee sono attive per ricucire i rapporti. Proprio il fronte europeo appare, in questo momento, l’unico in cui Meloni può avere uno spazio di azione e con cui condivide almeno due convinzioni: la vicinanza con l’Ucraina e la non volontà di entrare in un conflitto militare in Medio Oriente.

Il fronte interno

Muoversi sul fronte interno è altrettanto complicato. Il dossier più preoccupante è quello economico: i numeri non mentono e l’impatto della crisi globale su famiglie e imprese nemmeno. Con una congiuntura negativa in più: a giugno 2026 si concluderà il Pnrr, che in questi anni ha iniettato nell’economia italiana una salutare dose di denaro per le riforme e gli investimenti, che ha avuto ricadute dirette su lavoro e occupazione. Chiuso quel rubinetto, bisognerà riabituarsi alla normalità.

Impossibile è anche fare promesse in vista dell’ultima finanziaria di legislatura, che avrebbe dovuto essere più generosa grazie agli sforzi compiuti in passato e che invece sarà rigida come e più delle precedenti. Con una parola che aleggia sul ministero dell’Economia, pronunciata dal Fondo monetario internazionale: «Recessione». 

L’Fmi ha richiamato in particolare l’Italia sull’«imprudente» misura del taglio delle accise e la risposta di Giorgetti è stata la sintesi perfetta del dualismo che attanaglia il governo: «Tecnicamente la critica ha un senso, ma la politica fa anche altre valutazioni». Così ragiona anche palazzo Chigi, alla ricerca di un modo per rilanciarsi. I pessimisti, infatti, ricordano che quando si comincia a perdere è difficile fermarsi e in questo momento la maggioranza appare sempre solida nei numeri, meno nelle idee. E non vale solo per Meloni.  Fratelli d’Italia è stata costretta ad archiviare la grande stagione delle riforme: saltata quella della giustizia, non ci sono speranze per il premierato. L’unica in piedi – e anche la meno popolare – è quella della legge elettorale, che però ha già fatto emergere l’altra grande incognita di questa fase: il rapporto con gli alleati, a loro volta irrequieti.

La Lega è reduce da un weekend negativo, con la manifestazione di Milano per la “remigrazione” con i Patrioti europei che ha registrato un flop di partecipazione, con piazza Duomo tristemente vuota. Forse la piazza era troppo grande, forse il tema in questo momento non tocca nemmeno l’elettorato leghista. Di certo la rincorsa agli estremismi (la remigrazione è uno dei cavalli di battaglia del movimento del generale Roberto Vannacci) non sta portando bene al partito di Matteo Salvini, sempre più in crisi di consenso interno. Non va meglio dentro Forza Italia, dove è in corso una riorganizzazione traumatica, con un conflitto sull’asse Roma-Milano e la famiglia Berlusconi sempre più decisa a correggere la rotta, anche a costo di azzoppare la leadership di Antonio Tajani.

Così la conflittualità tra le tre teste della maggioranza è silenziosa, ma emerge su ogni dossier: sulle nomine per esempio, dove il leghista Federico Freni alla Consob è bloccato dagli azzurri, che a loro volta non riescono a nominare la presidente della Rai. Anche il rimpasto dei sottosegretari è stato più aggrovigliato che mai, con poltrone ancora vacanti a causa del mancato accordo.

Tutta questa tensione grava proprio sulla legge elettorale: FdI è decisa ad approvarla ma la formulazione attuale non giova ai due alleati, che hanno già annunciato battaglia per le modifiche. L’incognita è se davvero si arriverà all’approvazione entro il voto, ma soprattutto quando sarà questo voto: difficilmente prima dell’aprile 2027 in cui i parlamentari matureranno la pensione, ma il logoramento di un governo che in apparenza ha perso la bussola delle grandi ambizioni è già in atto. Meloni ha detto che «non sono qui per galleggiare», ma in questa fase non sembra avere altra scelta.