Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa

(di Gian Guido Vecchi – corriere.it) – DAL NOSTRO INVIATO BAMENDA (Camerun) «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Leone XIV parla dei «masters of war», come nella canzone di Bob Dylan, quelli che nel mondo «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».
Il comprensorio della cattedrale di Bamenda, delimitato da cancellate, comprende la chiesa e una serie scuole dal nido al college. Gli ingressi sono controllati, davanti e dentro la chiesa entrano gruppi selezionati, altri migliaia restano all’esterno e nelle strade della città.
E mentre il Papa interviene in inglese, la voce rimandata dagli altoparlanti, dentro e fuori la chiesa c’è un silenzio che contrasta con il calore dell’accoglienza, migliaia di persone che aspettavano il Papa e ora non si perdono una parola: «Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni («a handful of tyrants») ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».
Oggi Prevost andrà a Duala, la capitale economica Camerun, il settimo spostamento aereo nei primi cinque giorni del suo viaggio in Africa. Come Francesco nove anni fa, nella Repubblica centrafricana, giovedì ha passato la giornata in una regione divisa dalla guerra civile, nel Nord-Ovest del Camerun.
Per l’occasione, i ribelli indipendentisti avevano annunciato una tregua di tre giorni ma non si sa mai, l’intero percorso del Papa era sorvegliato da militari in tuta mimetica, volto coperto e armi automatiche.
Leone XIV è arrivato all’incontro per la pace su una papabile blindata e protetta da vetri antiproiettile, la stessa che nel pomeriggio lo avrebbe portato tra i ventimila fedeli arrivati per la messa celebrata nell’aeroporto.
Mentre saliva la scalinata che conduce all’ingresso della cattedrale, era protetto alle spalle dai militari. La guerra civile non fa distinzioni di credo e anzi «ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un movimento per la pace», ha ricordato Prevost: «In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così! Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».
Nel mondo diviso da oltre una cinquantina di conflitti tutto si tiene, Leone parla di una delle diverse guerre dimenticate per parlare di tutte le guerre, «serviamo insieme la pace!», il tema che soprattutto dopo gli attacchi di Trump ha finito riassumere il senso del viaggio africano e dello stesso pontificato del primo Papa americano.
Bamenda sta su un altopiano a milleseicento metri d’altezza, un paesaggio di palme, campi coltivati soprattutto a mais e colline a chiudere l’orizzonte.
Dopo l’indipendenza del 1960, qui le tensioni tra la minoranza di lingua inglese e la maggioranza francofona sono cresciute fino alla dichiarazione di indipendenza degli irredentisti anglofoni, la proclamazione nel 2017 della «Repubblica di Ambazonia», da Ambas Bay, la baia del fiume Mungo che in epoca coloniale segnava il confine tra il Camerun francese e quello Sud-occidentale sotto il mandato britannico.
Ne è nata una guerra che ha causato migliaia di morti e più di settecentomila sfollati. Le postazioni militari governative sparse nella zona vengono periodicamente attaccate dai ribelli.
Nei giorni in cui si spara, scatta il coprifuoco o la fuga nei boschi o nelle case parrocchiali e le missioni del comunità religiose. La chiusura forzata e ricorrente delle scuole ha complicato la formazione di una generazione di bambini. Alcune facciate in cemento o mattoni d’argilla mostrano fori di proiettile.
«Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine», dice Papa Leone.
Del resto le guerre si somigliano, le sue considerazioni si ampliano all’intero pianeta: «È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a “U” – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana».
Nel pianeta devastato da pochi dominatori, c’è tuttavia una miriade di persone che lavora alla pace, «sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare».
Nella cattedrale c’è il rappresentante dei capi tradizionali che ringrazia perché «la maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università».
L’imam di Buea ricorda che la guerra non fa distinzioni di credo, da ultimo «il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamenda, uccidendo tre persone e ferendone altre nove».
Il portavoce delle chiese protestanti e anglicana ricorda gli sforzi di tutti i leader religiosi per tentare una mediazione tra governativi e ribelli. «Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa», conclude il Papa: «Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme», alla fine libera fuori dalla cattedrale sette colombe bianche.
La messa del pomeriggio viene celebrata accanto alla pista dell’aeroporto per ragioni di sicurezza, l’area è chiusa e più facile da sorvegliare.
Qui Leone si concentra sul Camerun, «le numerose forme di povertà», «la corruzione», i «gravi problemi nel sistema educativo e sanitario» e «la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani», ma non basta: «Alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».
Di rado il tono di Prevost è stato così vibrante: «Questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani! Adesso e non in futuro! È giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».
L’ultimo richiamo è al «coraggio degli Apostoli» che nel racconto degli Atti «si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose».
Il Papa cita la risposta di Pietro alle minacce ricevute per la loro testimonianza: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini».
Un messaggio forte che dovrebbe farci vergognare, una accusa ai Potenti della Terra
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