Perché la destra italiana è ancora fascista: Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Pisa, lo spiega ne “La continuità del male” di cui pubblichiamo qui un estratto

(Tomaso Montanari – lespresso.it) – Giorgia Meloni non si dichiara più fascista in modo esplicito, mentre da giovane non aveva alcuna remora nell’esaltare pubblicamente Mussolini, o nell’indossare la croce celtica. La via per raggiungere il governo del Paese è passata attraverso una abile dissimulazione: nessun rinnegamento, ma la costruzione di un discorso minimo che permettesse a commentatori servilmente acritici di argomentare intorno a una “svolta democratica”, e che allo stesso tempo non recidesse alcuna radice identitaria. Una strategia vincente, se un pezzo da novanta dell’establishment già di sinistra come Luciano Violante ha dichiarato: «Giorgia Meloni è estranea al fascismo». È vero l’esatto contrario. Meloni ha ostentato una presa di distanza da alcuni aspetti del fascismo, dicendo il meno possibile e annacquando queste parzialissime abiure con ben più vibranti condanne dell’antifascismo e del comunismo.
Se si leggono con attenzione le parole scritte o pronunciate in diverse occasioni ufficiali, esse contengono sempre due cose: la critica al fascismo «come regime» e la negazione di «qualsiasi nostalgia del fascismo». Due cose perfettamente compatibili con la inconcussa fedeltà di Meloni all’idea e alla comunità fascista (cosa ben distinta dal regime fascista nella sua parabola storica), e con il sincero, anzi programmatico, rigetto di ogni dimensione nostalgica. A ciò si aggiunga il fatto che quelle prese di distanza si accompagnano a esplicite adesioni a tesi storiche revisioniste, e ad appelli a un amor di patria che non divida la «nazione» in base a convinzioni ideologiche: e anche questo è perfettamente compatibile con l’idea, gentiliana, che fascismo e nazione di fatto coincidano, e che dunque i fascisti non vogliano dividere, ma riunire. Musica per un giornalismo mainstream tanto culturalmente disarmato, quanto ormai largamente anti-antifascista. D’altra parte, è facile notare come tutta la retorica di Meloni sia punteggiata da fitti riferimenti, ammiccamenti, allusioni a una perdurante fedeltà appunto all’idea e alla comunità che intorno a quella idea si riconosceva, e si riconosce. La sera del 25 settembre 2022, la futura presidente del Consiglio salutò con queste parole la clamorosa vittoria elettorale: «Fratelli d’Italia è il primo partito, significa tante cose. Tante cose per tanti di noi, è una notte di orgoglio, di riscatto, lacrime, abbracci, sogni e ricordi. È una vittoria che dedico alle persone che non ci sono più e che meritavano di vivere questa nottata».
Quali sono le «persone che non ci sono più»? Fino a dove si estende questo ricordo affettuoso? Fino a Giorgio Almirante, a Pino Rauti? Fino a Julius Evola, a Adriano Romualdi? Fino a Benito Mussolini? E da cosa «riscatta» quella vittoria? Cosa aveva bisogno di «riscatto»: cioè di rivincita, agibilità, dicibilità? E i sogni? Quali sogni si sono realizzati quella notte? Per capirlo, è necessario provare a spiegare “Meloni con Meloni”, ricorrendo cioè alle sue stesse parole. Tra tutte, quelle scelte per il libro che ha rappresentato la punta di lancia di una campagna di storytelling condotta con grande abilità: “Io sono Giorgia”. Qui erano già state dette, in una versione più esplicita, le parole che saranno pronunciate a caldo dopo la vittoria: «Davanti agli occhi vedo un lungo film, una storia fatta di tragedie, tradimenti, desideri, vittorie, sconfitte, sogni. Un mondo intero che non ha mai smesso di credere, né di combattere. La storia di cui parlo non è solo quella di Fratelli d’Italia, è molto più antica, ed è la storia di molte più persone. Anche per questo abbiamo fondato il nostro partito. Sappiamo di essere staffette di una corsa lunghissima, e corriamo nella speranza che ci saranno altri a raccogliere il testimone quando noi dovremo fermarci». Non sono le parole di qualcuno che abbia bruciato i ponti dietro di sé: è evidente che quei ponti sono invece ben presenti, e collegano a una storia «molto più antica», quella in cui non si è mai smesso di «credere e combattere», e di obbedire.
Con Meloni ha vinto, ed è quindi tornata al governo del Paese, una storia che passa attraverso Alleanza Nazionale, il Movimento Sociale e, prima, attraverso il Partito Nazionale Fascista: la corsa lunghissima di una “idea” che non cambia, di una fiamma che non si spegne. Com’è ovvio, tutto ciò non è detto in modo esplicito: ma le parole, scelte con estrema cura, non possono significare che questo, con una tecnica allusiva che sorregge l’intera retorica meloniana, e che è perfettamente trasparente per la sua comunità politica ma abbastanza opaca per eludere lo sguardo di chi non sa o non vuole vedere. In un altro passo del libro, la stessa cosa si afferma non per la continuità della storia, ma per quella delle idee, usando la famosa metafora di «quelle “radici profonde che non gelano”, per dirla ancora con Tolkien, che sono a fondamento di ogni nascita e crescita».
Si tratta di uno snodo fondamentale. La prima edizione italiana integrale del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien (1970) fu accompagnata da una prefazione di Elémire Zolla che interpretava (in modo improprio) l’opera come un manifesto antimodernista. In quel momento le generazioni più giovani della destra neofascista italiana avevano la netta percezione che la condanna frontale del Sessantotto decisa dai nostalgici vertici del Movimento Sociale Italiano rischiasse di tagliarle fuori da una modernità che avversavano per ideologia, ma desideravano disperatamente abitare, seppure in posizione di critica radicale. Una recensione di Marco Tarchi sulla “Voce della fogna” (1975) e subito dopo l’esperienza dei Campi Hobbit (1977) fecero dell’universo tolkieniano un codice di elezione per la «componente più radicale ed estrema guidata da Pino Rauti e incarnata nelle posizioni di Linea Futura, il gruppo più impegnato in un’opera di “modernizzazione” e di “de- istituzionalizzazione” delle strutture e della politica del partito neofascista» (Marco Revelli). Tolkien fornì loro una chiave: e da allora le parole, i personaggi, le vicende della saga degli hobbit diventarono un codice – antimodernista nel contenuto ma moderno, addirittura pop, nella forma – attraverso il quale i più radicali tra i fascisti italiani potevano parlare dell’Idea (fascista) senza passare attraverso le lugubri retoriche dei reduci di Salò.
Si dissolveranno con la dipartita delle ultime generazioni nostalgiche 60/70/80 enni che purtroppo ancora oggi rappresentano la maggioranza dell’ elettorato italiano visto l’ invecchiamento della popolazione d’ altronde l’ abbiamo visto alle elezioni referendarie chi vota questa destra .I vecchi🤔
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Per i vecchi e nuovi compagni chiunque non si sottometta agli aguzzini, eri al servizio dell’URSS e oggi della Cina, non può che essere fascista.
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il fascismo e’ un virus che si conntrae in famiglia, purtroppo… da nonno di ladre i figlio…
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In questi contesti Montanari è il vero anti-Trump:
Quando parla Trump, La pescivendola della Garbatella perde voti.
Quando parla Montanari,la pescivendola della Garbatella guadagna voti.
Il Tomaso non deve aver fatto il militare,altrimenti saprebbe che quando si spengono le luci poi c’è…
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