Una clausola tecnica che diventa una scelta strategica

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Ci sono accordi che muoiono quando scadono e altri che, invece, continuano a vivere quasi da soli, protetti da una formula giuridica che trasforma l’inerzia in decisione politica. Il memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele appartiene a questa seconda categoria. Firmato nel 2003 e ratificato dall’Italia con la legge n. 94 del 2005, esso prevede una durata di cinque anni e una proroga automatica per ulteriori periodi quinquennali, salvo denuncia formale di una delle parti. È qui il punto decisivo: non serve una nuova firma solenne, non serve una nuova ratifica, non serve neppure un dibattito pubblico. Basta che il governo non faccia nulla, e l’accordo continua a produrre effetti.
Questa è la vera questione politica. Non stiamo discutendo se esista o meno una nuova cerimonia diplomatica. Stiamo discutendo se l’Italia abbia voluto interrompere o meno un’intesa militare che continua a restare in vigore grazie a un automatismo. In termini concreti, l’automatismo non è neutralità: è continuità. È una scelta compiuta senza assumersene fino in fondo la responsabilità pubblica.
Il Parlamento sapeva, il governo non può fingere sorpresa
Nel 2025 il tema è emerso con chiarezza negli atti parlamentari. In Senato si è parlato esplicitamente del fatto che l’8 giugno 2025 sarebbe scattato il rinnovo automatico, e si è chiesto al governo di impedirlo. In altri atti parlamentari, invece, è stata indicata come finestra di rinnovo la primavera del 2026. Questa oscillazione sulle date non modifica la sostanza del problema. Conferma, al contrario, che il nodo non è mai stato l’esistenza della proroga automatica, ma solo la sua decorrenza tecnica. Dunque nessuno, a Palazzo Chigi o alla Farnesina, può sostenere di non sapere. La questione era pubblica, politicamente visibile, già posta nel dibattito istituzionale.
Ed è proprio questo che rende la vicenda tanto più grave. Perché quando un governo conosce un meccanismo di rinnovo e non interviene, il silenzio non è più silenzio: diventa una forma di consenso implicito.
La doppiezza occidentale tra indignazione verbale e continuità reale
Qui emerge una contraddizione che va ben oltre il rapporto bilaterale con Israele. Da mesi, l’Europa e l’Italia cercano di tenere insieme due esigenze opposte: da una parte manifestare preoccupazione per la devastazione di Gaza, dall’altra evitare di rompere davvero le proprie cornici di cooperazione strategica con Tel Aviv. È il solito schema occidentale: la deplorazione morale sul piano delle dichiarazioni, la continuità sostanziale sul piano delle strutture.
Ma un memorandum militare non è un semplice canale di dialogo diplomatico. È un’infrastruttura politica della cooperazione nel settore della difesa. Mantenerlo in vita mentre si moltiplicano le dichiarazioni di prudenza e di equilibrio significa adottare il linguaggio classico dell’ambiguità strategica: prendere le distanze a parole, restare allineati nei fatti. È una postura che forse tranquillizza le cancellerie, ma logora la credibilità di uno Stato.
Il nodo della sovranità italiana
Il problema, in realtà, riguarda prima di tutto l’Italia. Un Paese sovrano dovrebbe essere in grado di distinguere tra la necessità di mantenere relazioni diplomatiche e la scelta di conservare un accordo di cooperazione militare. Le due cose non coincidono. Si possono tenere aperti i canali politici senza lasciare che un’intesa militare prosegua per trascinamento. Se non si compie questa distinzione, allora la sovranità si riduce a un rituale lessicale: la si invoca nei discorsi, ma la si abbandona nei fatti.
In questo senso, la proroga automatica è il simbolo di una debolezza più profonda della politica italiana ed europea. Non si decide, si lascia decorrere. Non si assume una posizione, si delega alla clausola. Non si governa il rapporto con gli alleati, lo si subisce nella forma apparentemente innocua della continuità amministrativa. Ma la politica estera non è mai neutrale, e meno che mai lo è quando tocca il settore militare.
La dimensione geopolitica di una scelta apparentemente tecnica
Sul piano geopolitico, il rinnovo tacito del memorandum manda un messaggio preciso. Dice che, nonostante la crisi umanitaria, nonostante la devastazione di Gaza, nonostante le tensioni crescenti nel Mediterraneo allargato, l’Italia non intende mettere in discussione il quadro strategico costruito negli anni con Israele. In altri termini, la procedura giuridica finisce per produrre un significato politico molto netto: la continuità della cooperazione viene considerata più importante del costo reputazionale e diplomatico che essa comporta.
Questo ha anche una dimensione geoeconomica e strategica. L’Italia è un Paese mediterraneo, dipendente dalla stabilità regionale per la propria sicurezza energetica, per i traffici marittimi, per l’equilibrio del Nord Africa e del Levante. Ogni scelta che rafforzi l’immagine di un allineamento automatico riduce il margine di manovra italiano in un’area dove, al contrario, servirebbero autonomia, credibilità negoziale e libertà di interlocuzione con una pluralità di attori. In un Mediterraneo sempre più instabile, continuare per inerzia significa restringere il proprio spazio diplomatico.
Perché il rinnovo non dovrebbe avvenire
Non si tratta di assumere una postura ideologica. Si tratta di ristabilire una gerarchia di coerenza tra il linguaggio pubblico e gli atti reali. Se un governo considera intollerabile l’evoluzione del conflitto, se richiama il diritto internazionale, se afferma di voler mantenere equilibrio e autonomia, allora deve trarne le conseguenze anche sul terreno degli accordi militari. Diversamente, tutta la prudenza verbale si riduce a una forma di teatro diplomatico.
Per questo l’accordo non dovrebbe essere lasciato rinnovare. La questione va sottratta all’automatismo e riportata nel campo della decisione politica esplicita. Un memorandum militare non può continuare a vivere solo perché nessuno trova il coraggio di interromperlo. Le grandi scelte di politica estera non si misurano soltanto nei vertici internazionali o nelle dichiarazioni solenni. Si misurano anche nella volontà di fermare, con un atto preciso, ciò che non si ritiene più compatibile con l’interesse nazionale, con la credibilità diplomatica e con la posizione che si dice di voler difendere nel mondo.
Silenzio burocratico o responsabilità politica
In fondo, tutta la vicenda si riduce a una domanda molto semplice: l’Italia vuole decidere oppure vuole continuare a nascondersi dietro una clausola? Perché il rinnovo automatico è comodo proprio per questo: evita il rumore, evita il voto, evita lo scontro, evita la responsabilità. Ma un Paese serio non può affidare le proprie scelte strategiche al pilota automatico. Soprattutto quando quel pilota automatico, sotto l’apparenza di una formula tecnica, continua a trascinare il Paese dentro una cooperazione militare che il quadro politico e morale del presente rende ogni giorno più difficile da giustificare.
Il giornaliosta parla di “primavera” nooo è proprio in questo mese che scatta automaticamente il memorandum … e si dimentica che nel 2003 /2005 sottoscritto/rattificato c’era la buonanima di Silvio alla presidenza.
Quindi già nel 2003 il progetto palestina era più che raffermato e assicurato dsa parte dell’Italia….quando i progetti vengono da distante.. non sono mai improvvisi.
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