Perché un grande paese come l’Italia si comporta come se fosse piccolo

(estr. da The Economist) – Calimero, un pulcino coperto di fuliggine che non viene più riconosciuto dalla madre, nacque in uno spot animato della televisione italiana nel 1963. Da allora non ha mai smesso di lamentarsi del proprio destino: «Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero».
Nonostante le polemiche per le possibili connotazioni razziali, il personaggio si è diffuso ben oltre l’Italia […], un senso di vittimismo impotente è arrivato a essere definito “complesso di Calimero”. […] E nel suo recente libro “Il complesso di Calimero”, Marco Del Panta, ex diplomatico italiano, sostiene che anche l’Italia si percepisce come quel pulcino sfortunato.
Il senso di impotenza degli italiani è emerso chiaramente dopo che la nazionale di calcio è stata eliminata dai Mondiali dalla minuscola Bosnia-Erzegovina il 31 marzo. Ma è un paradosso.
L’Italia è il terzo Stato membro dell’Unione europea per dimensioni. Ha un’economia più grande di quella russa e più soldati in servizio attivo della Gran Bretagna. Eppure la sua mancanza di fiducia, afferma Del Panta, ha portato il Paese a sviluppare «una tradizione di non assumere posizioni nette in politica estera, ma di cercare di piacere a tutti ed essere amico di tutti».
Nathalie Tocci, docente di scienze politiche alla Johns Hopkins University, ricorda che quando consigliava il ministero degli Esteri italiano, i funzionari aspettavano di vedere le posizioni degli altri membri dell’Ue prima di offrire al ministro una gamma di opzioni. L’obiettivo era individuarne una il più possibile intermedia. «Odiamo schierarci», dice. Di conseguenza, «credo che abbiamo sempre reso meno di quanto potremmo».
Il risultato è che l’Italia raramente figura tra i Paesi che decidono le sorti dell’Europa. Sir Ivor Roberts, ambasciatore britannico a Roma tra il 2003 e il 2006, ricorda con un brivido l’entusiasmo di Tony Blair per l’idea che le decisioni chiave dell’Ue venissero prese da Gran Bretagna, Germania e Francia. «Ha creato più tensioni di qualsiasi altra questione», racconta. Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, «si sentiva come un amante respinto».
Le radici dell’approccio italiano alla politica estera affondano profondamente nella storia. Risalgono a un’epoca in cui il Sud era governato da potenze straniere e il Nord era un mosaico di fragili staterelli, vulnerabili agli attacchi del Sacro Romano Impero (loro protettore nominale) o delle emergenti nazioni di Spagna e Francia.

O Franza, o Spagna, purché se magna, recita un detto popolare […]. Duchi e principi mantenevano l’indipendenza giocando su più tavoli, negoziando segretamente con i nemici e tradendo con disinvoltura gli alleati. Il duca Ludovico Sforza di Milano invitò i francesi come contrappeso al re di Napoli, ma quando questi divennero troppo assertivi si unì a un’alleanza con Venezia e l’Impero. In seguito abbandonò Venezia per Firenze, cadde vittima di una seconda invasione francese e finì i suoi giorni in una prigione su un castello della Loira.
In tempi più recenti, l’Italia è riuscita a trovarsi nel campo dei vincitori in entrambe le guerre mondiali cambiando schieramento. Ma le distruzioni e l’umiliazione subite nella seconda hanno lasciato un duraturo disgusto per il protagonismo internazionale. Come il Giappone e la Germania, l’Italia del dopoguerra si è accontentata di diventare una potenza economica ma un peso piuma diplomatico. Tuttavia, anche le altre ex potenze dell’Asse stanno diventando più assertive. Potrebbe accadere lo stesso all’Italia?
Forse. A fine marzo, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha compiuto qualcosa di insolitamente audace. Informato dagli Stati Uniti che alcuni loro bombardieri diretti in Medio Oriente intendevano fare scalo in un aeroporto siciliano, il suo governo ha negato il permesso.
La mossa non era avventata: secondo l’accordo che regola l’accesso alla base, le forze americane devono chiedere il consenso per utilizzarla per scopi diversi da quelli ordinari, e il Parlamento dovrebbe essere consultato. L’Italia non ha negato agli Stati Uniti l’uso del proprio spazio aereo, come invece ha fatto la Spagna. Si potrebbe persino vedere come un tipico compromesso italiano.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, lusinga Donald Trump in modo servile; Pedro Sánchez, primo ministro spagnolo, è fortemente critico. Il “non in questo caso” italiano si colloca esattamente a metà.
Eppure è un segnale significativo. Fino al mese scorso sembrava che il punto mediano ricercato da Meloni non fosse in Europa ma da qualche parte a ovest delle Azzorre. La premier proviene dalla destra populista allineata al movimento MAGA, ma ha governato come una buona europeista. Ha fatto da “sussurratrice” di Trump per conto dell’Ue e ha persino fatto aderire l’Italia al suo Board of Peace come osservatore, il tutto mentre sosteneva l’Ucraina, rispettava i vincoli fiscali del blocco e abbandonava la retorica euroscettica che un tempo sosteneva. […]
A Bruxelles molti temevano che, se costretta a scegliere, Meloni si sarebbe schierata con Washington. Ma di recente ha imparato a sue spese che coltivare rapporti troppo stretti con Trump comporta rischi elevati per i leader europei.
In un referendum il mese scorso, la maggioranza degli elettori italiani ha respinto la riforma della giustizia da lei proposta. È impossibile sapere cosa abbia determinato l’esito, ma quella riforma era diventata un test della sua popolarità.
Tra i dazi imposti da Trump che penalizzano industria e agricoltura italiane, le minacce di annettere la Groenlandia e il suo ridimensionamento del contributo militare della NATO in Afghanistan (incluso quello italiano), la vicinanza della premier al presidente americano non deve aver aiutato. Non sorprende che ora stia prendendo le distanze.
Potrebbe star imparando che, a volte, schierarsi è inevitabile. Sorprendentemente, era anche l’opinione del più grande pensatore politico del suo Paese. Lungi dall’avallare l’agilità tattica senza fine con cui il suo nome viene spesso associato, Niccolò Machiavelli scriveva che un principe è rispettato «quando è o vero amico o vero nemico; cioè quando, senza alcuna riserva, si dichiara a favore di una parte contro l’altra». Un’Italia più sicura di sé seguirebbe il suo consiglio.
Semplice …bastava copiare la Spagna… ma noi siamo governati dalla destra !
Le scelte per noi destrosi sono altre all’opposto della spagna..percjhè il fine è altro…indovinate?
Un film già visto(per i più anziani)…
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Mi sembra di ricordare che la sig.ra Tocci fosse una anti- Russia fervente e grande sostenitrice della storiella ” c’è un aggressore etc.ra”. Non mi pare che i giornali e le tv abbiano riportato sue veementi dichiarazioni contro USA e l’altro paese ( non voglio nemmeno nominarlo) nel caso della loro violenza contro l’Iran. Quanto al rifarsi alla politica svoltasi sul suolo italiano 500 anni fa, mi sembra ancora di ricordare che più o meno in quegli anni il britannico Re si sbarazzava sanguinosamente delle sue 6 mogli e delle sue due figlie, una passò alla Storia come Maria la Sanguinaria e l’altra, Elisabetta I, fece tagliare la testa alla cugina Maria Stuart. Se questi sono gli attuali metri di giudizio de l’Economist c’è da stare freschi…
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Ecco l’ unico modo per essere più incline a difendere il nostro bel paese rispetto a quando si fa’ di solito: ascoltare le critiche degli inglesi . Pur ammettendo che vi sia del vero ,la loro avversione a noi è tangibile almeno quando quella che provo verso di loro e la loro saccenza.
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E per l’economist, stare dalla parte giusta per l’Italia significa fare i bravi europeisti. A ben guardare quello non è schierarsi ma obbedire a un sistema che ci ha schiacciati. L’articolo cita un libro che si occupa della pochezza della nostra politica estera e cerca di fare un parallelo storico che non c’entra niente. Avrebbero potuto citare il fascismo, ma l’esempio avrebbe fatto crollare la loro teoria. La diplomazia non funziona semplicemente perché è una spada senza punta di un sistema che non dà alcuna importanza a quella branca del potere esecutivo e che ha dato alla UE il compito di decidere per noi. Una scelta coraggiosa e veramente dettata dai nostri interessi sarebbe quella di riprendere le relazioni con la Russia che non è nostra nemica come ci dice la UE dei tedeschi e con la Cina. E poi riaffermare il nostro ruolo nel mediterraneo, finendola di sostenere Israele che ha fatto un inferno di quella regione. Ma questa è blasfemia per l’Economist e tutto l’establishment neoliberista.
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il primo azionista dell’Economist è la famiglia Elkan-Agnelli, il secondo è la famiglia Rothschild, quindi tirate voi le conclusioni di quanto siano affidabili.
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È vero, la holding Exor detiene la maggioranza del capitale (43,3%). Mentre le quote della famiglia Rothschild (26,6%) sono state acquistate quest’anno dal canadese Stephen Smith. Altri azionisti sono famiglie inglesi, e una parte delle quote è di proprietà di dipendenti ed ex dipendenti. L’Economist (di cui non me ne frega una mazza) esiste da 182 anni.
Scrivo tutto questo perché mi sono rotto di leggere su questo blog le solite sentenze provinciali da bar, che vorrebbero far intendere chissà cosa e invece sono solo parole ammuffite e vuote di significato.
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Non è un bel momento per Gioggia: sconfitta al referendum, sconfitta dell’amico Orban, recessione in vista. 😞
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Operazione Unthinkable (operazione impensabile) fu il nome in codice di due piani di guerra studiati nel 1945 dall’Impero britannico contro l’Unione Sovietica.
All’inizio di maggio 1945 Churchill ordinò agli strateghi del Gabinetto di guerra di presentare le proprie opinioni su una possibile campagna militare contro l’URSS, con il nome in codice Operazione Unthinkable, subito dopo il suicidio di Adolf Hitler e la cattura sovietica di Berlino.
I suoi generali rimasero “sbalorditi” dalla richiesta e il feldmaresciallo Alan Brooke affermò che Churchill voleva portare l’Impero britannico in una nuova guerra.
Attacco Il piano fu pronto il 22 maggio 1945 e in esso venne data una valutazione della situazione, furono formulati gli obiettivi dell’operazione, le forze coinvolte, le direttive degli attacchi delle truppe alleate occidentali e furono determinati i loro probabili risultati. Le appendici al piano contenevano informazioni sullo schieramento delle truppe dell’Armata Rossa (indicato nei documenti inglesi come “esercito russo”) e degli alleati occidentali nonché materiale cartografico.
Non fu specificato il momento dell’ordine del primo ministro di elaborare il piano operativo, ma data la complessità della sua preparazione, la natura e il volume dei documenti stessi, alcuni storici ritengono che l’incarico sia stato ricevuto nell’aprile 1945.
Secondo il Regno Unito, vedendo improbabile la rivoluzione in Unione Sovietica e il collasso politico del regime, l'”eliminazione della Russia” poteva essere ottenuta soltanto con l’occupazione dei territori interessati alla produzione bellica per rendere impossibile ogni forma di difesa. Inoltre, era prevista un’invasione sovietica di Turchia, Grecia, Norvegia e dei giacimenti petroliferi in Iraq e Iran nonché un’estesa attività di sabotaggio in Francia, Paesi Bassi e Belgio.
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Vasto programma…🙄
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Nathalie Tocci!!!! Ah beh, memorabili le sue sparate tv, figuriamoci che consigli e opinioni possa esprimere nelle segrete stanze. Il mondo infatti va a rotoli anche a causa di codesti “intellettuali” sussurranti.
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