Henry Kissinger

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Stringere la mano non è una invenzione del galateo: è un accorgimento di sopravvivenza, perché serve, in epoche feroci, a dimostrare reciprocamente al nemico che in mano non stringi il pugnale. E che quindi si può trattare. Per archiviare le grandi mischie tra le nazioni, per voltar la pagina della pace di questa briciola, ormai ci accontentiamo per non coltivare pensieri spengleriani: che i nemici di ieri si stringano la mano soprattutto davanti alle telecamere esibendo un sorriso più o meno impacciato dopo aver promesso di affaccendarsi a praticare i piaceri della coesistenza pacifica. Insomma noi per credere a un futuro provvidenzialmente gaio vogliamo una fotografia, un selfie, una immagine. È nata, da questa pratica dell’istantaneo, una nuova diplomazia della bugia, della riserva mentale, del mischiar le carte. Direte: non è novità, poiché regnano immanenti dee oscure e la luce si affievolisce nell’aria. Già. Ma oggi si negozia proprio soltanto per quello, per nascondere la realtà. E tutto diventa posticcio, provvisorio, teatro e talora avanspettacolo.

Chissà se a Islamabad, non a caso un Paese proprietà di servizi segreti feroci subdoli e onnipotenti, virtuosi del doppio e triplo gioco, alleati inaffidabili e nemici maligni, il vicepresidente americano Vance e l’iraniano Qalifab la stringeranno davvero questa benedetta mano, ovviamente con la solita retorica politica, adatta a discorsi inaugurali. Nel caso intravedo titoli: miracolo, capolavoro, svolta epocale, inizia una nuova era… e sì viviamo in tempi meschini. Tra queste due mediocri comparse si erge una montagna: da quando la prima rivoluzione politica in nome di dio cacciò lo scià corrotto e pasticcione ci sono 47 anni di odio sincero e di lotta apparentemente perpetua. Ancora una volta gli Stati Uniti sembrano rassegnati, dopo tre settimane di “vittorie”, per non esser trascinati in acque ancora più profonde, ad allungare la mano al demonio di turno dopo aver spergiurato che l’avrebbero annientato. I precedenti parlano chiaro: sono una galleria di celebri strette di mano, concentrato in miniatura del declino americano, una esibizione di impotenza mascherata da attività. 27 gennaio 1973, Parigi: Kissinger, il Metternich del Novecento, il maestro della diplomazia della navetta, e Le Duc Tho, un maledetto comunista, firmano l’accordo per il cessate il fuoco, il ritiro delle truppe americane dal Vietnam e la liberazione dei prigionieri. Ai due protagonisti verrà come ricompensa il premio Nobel per la pace (che il politico vietnamita non ritirerà mai). Spente le telecamere, completati i riti della giornata storica iniziò la prosa del dopo. L’accordo non fu mai rispettato e appena due anni dopo i vietcong e i nordvietnamiti entrarono a Saigon.

L’America guardò il tutto in tv. Si diceva di Kissinger che non fosse un bugiardo: altrimenti in diplomazia avrebbe rapidamente perso ogni credibilità. Semplicemente, come il suo modello austriaco, utilizzava un abilissimo modo di dire soltanto una parte della verità. La stretta di mano copriva pudicamente la necessità per l’America di uscire da una guerra in cui aveva perso migliaia di giovani, dilapidato miliardi e mostrato che omini asiatici in sandali nel loro maligno reticolo di risaie e argilla rossa potevano sconfiggerla usando astuzia e pazienza. Non era questione di bombe e tecnologia, era un altro modo per portare a conclusione una guerra con altri mezzi. Ma la parola “asimettrica” non era ancora di moda.

Doha, hotel Sheraton, 29 febbraio 2020: chi conosce la storia di quanto accadde in Afghanistan dal 2001, da quando Bin laden dal suo rifugio di Kandahar diede il via all’attentato del secolo, pensò alle scene di un film di fantascienza. Si stringevano la mano facendosi le fusa un inviato della Casa bianca, Khalizad, e un barbuto in turbante dall’aspetto pretesco, Abdul Ghani Baradar. L’americano era una comparsa, spedito da Trump (sempre lui) a fare la figuraccia. L’afghano era uno dei fondatori, insieme al mullah Omar, dei feroci talebani, i fanatici della sharia e del burqa. Era l’incarnazione di un incubo americano, un uomo che aveva protetto e stretto amicizia con Bin laden. L’avevano tirato fuori dalla galera per trattare il ritiro americano e la riconsegna di Kabul ai vecchi padroni. Trump era allora isolazionista: quella guerra non gli apparteneva, non poteva gloriarsene. Per assistere alla impossibile stretta di mano si accalcavano rappresentanti di 36 Paesi e organizzazioni internazionali. Nella delegazione afghana c’erano facce fino al giorno prima nell’elenco di ricercati vivi o morti, cinque tra loro potevano scrivere libri sull’inferno dei terroristi, Guantanamo, come Mohammed Mazlom, ex capo dell’esercito talebano, e Noorullah Noori, il signore di Mazar–i-Scharif. L’accordo prevedeva il ritiro degli americani entro 14 mesi e in cambio la promessa dei guerriglieri di non offrire più appoggio ad Al Quaida. E il governo “democratico” del nuovo presidente Ghani, e gli afghani che avevano creduto nell’aiuto degli Stati Uniti? Una disinvolta omissione come la sorte dei sudvietnamiti nel 1973, altri “amaleciti” direbbe la Bibbia, outsider destinati a esser sacrificati. Come purtroppo gli iraniani che sognano il cambio di regime. Il 5 marzo Trump si congratulò per telefono con l’ex terrorista Baradar.

Il 15 agosto del 2021 tutto il mondo è di nuova davanti alla tv. Ma questa volta non ci sono storici allacciamenti, c’è solo la disperazione di una folla di afghani che cerca di salire su uno dei giganteschi aerei della fuga americana. Mentre i giovani talebani, kalashnikov in pugno, passeggiano tra le vie di kabul. Ventun anni di guerra e una stretta di mano per arrivare a tutto questo! E allora? Islamabad sarà un’altra Parigi o Doha (e Camp David altro esempio di una stretta di mano inutile, che nascose incrociate e tenaci volontà di sabotaggio)? Dopo l’ennesima guerra sbagliata dove non c’era eroismo da sprecare per cose come la patria, l’onore e obbiettivi militari. Al contrario di Kissinger, che era un diplomatico senza principi morali, Trump è semplicemente un affarista bugiardo. È pronto a scavalcare tutto con un pugno di falsi slogan emotivi. Questa volta a chi telefonerà per congratularsi della Pace? Forse al figlio di Khamenei se è sopravvissuto.