
(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Se c’è un periodo particolarmente amaro per un vecchio è quello delle feste pasquali. A Natale va un po’ meglio perché, come dice il detto popolare, “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Il Natale è abitudine passarlo in famiglia, se ne hai ancora una, a Pasqua i figli, i ragazzi, se ne vanno per i fatti loro. Ciaone. Inoltre l’inverno, col suo buio, in qualche modo ti copre, ti copre soprattutto alla vista degli altri, mentre in estate, con la sua luce, sei esposto.[…]
Ma in fondo queste sono solo quisquilie. Il problema vero è l’invecchiamento, piano piano le forze ti abbandonano e ciò che un tempo facevi con facilità diventa arduo. La “quarta età”, ho scritto, comincia quando hai difficoltà a metterti le mutande. Prendo ad esempio, per quello che mi riguarda, il mare. Un tempo, con l’ardire, la spensieratezza e anche l’incoscienza della giovinezza, affrontavo ogni tipo di mare, anche quello in burrasca, con onde altissime, oggi se c’è un po’ di “bulesume”, come si dice in dialetto ligure, me ne sto sulla spiaggia, non voglio fare la fine di Sgarbi.
Del resto alla mia età non dovrei nemmeno andarci al mare. I miei coetanei infatti scelgono la collina, non la montagna perché a certe altezze ti manca il respiro. Il mare, si sa, irrita i nervi, la collina no. È più riposante, ma è un riposo troppo simile all’eterno riposo. E poi in collina, per le ragioni che ho abbozzato, ci vanno soprattutto i vecchi. E se c’è una cosa che il vecchio non tollera è di essere circondato da altri vecchi. E di che cosa parlano i vecchi? Di medicine, di malattie, di ospedali. Se ho ancora qualche fortuna con i ragazzi e le ragazze è perché a me piace ancora parlare di “Dio, l’anima e il mondo”, come facevo da giovane.
[…]
Ma torniamo alla Pasqua. Nel silenzio della città, perché tutti quelli che possono se la sono svignata, senti le ambulanze e dici a te stesso “per questa volta me la sono cavata, ma se non sarà questa volta sarà la prossima”. E questo ha a che fare col suicidio dei vecchi, in costante aumento, fenomeno addirittura nuovo rispetto a un passato non troppo lontano. Il suicidio del giovane ha un suo fascino estetico e anche epico, perché si gioca tutto ciò che ha, la vita. Quello del vecchio è patetico perché si gioca solo degli spiccioli.
[…] Ti aggiri per le strade silenziose della tua città, dove hai vissuto per tanti anni e ti senti estraneo, non a Milano, se parliamo di Milano, ma alla vita. Tutto è cambiato, gli attori, le letture di riferimento, le musiche, le canzonette, se sono rap o trap non le capisci, se sono musiche della tua giovinezza è ancor peggio, perché rimandano a un tempo perduto per sempre. Una volta che intervistavo una grande attrice di teatro, Paola Borboni, allettata come si dice nell’orribile gergo medico, ebbi l’imprudenza di dirle: “Però almeno lei ha dei bei ricordi”. “I ricordi?” sibilò lei, facendo quasi un balzo sul letto, era pur sempre una grande attrice: “I bei ricordi sono la cosa più tormentosa per un vecchio”. Perché enfatizzano, per contrasto, la pena presente, meglio i ricordi brutti che impallidiscono col tempo. Diciamo la verità, una volta tanto, il vecchio perde ogni curiosità e per riempire in qualche modo gli sgoccioli di una vita che se ne sta andando si occupa di cose di cui non gli è mai importato un cazzo (Bouvard et Pécuchet, Flaubert). I vecchi sono avarissimi, tesaurizzano il denaro. Ho visto dei vecchi andare nel panico per l’ovo che era aumentato di 20 cent. E questo è uno dei tanti paradossi della vecchiaia, perché il denaro, in estrema essenza, è futuro e un vecchio ne ha molto meno degli altri (Il denaro, “sterco del demonio”).
[…] Poiché insieme al vecchio invecchiano le sue arterie, tutto ciò che gli sta attorno, e che esula dalla normalità, gli dà fastidio. Per decenni ho parcheggiato la mia macchina sul marciapiede, adesso una macchina sul marciapiede mi manda in bestia, la mia vendetta, inutile, è spaccare con un martello gli specchietti retrovisori o pisciare fra due macchine, preferibilmente lussuose, troppo accostate.
Per molti anni abbiamo dominato la vita, adesso è la vita che domina noi. Tutto ci appare lontano, lontano. I ricordi vagano fra gli amici morti, quelli che se ne sono andati, e un tempo, non più nostro, diventato irraggiungibile.
A guardarli dalla nostra età tutti i decenni trascorsi hanno la potenza abissale di un rimorso, per tutto ciò che potevamo fare e non abbiamo fatto e anche per quello che abbiamo fatto e non avremmo dovuto fare. Non siamo più i protagonisti, viviamo di resoconti.
Ho letto queste righe e mi sono chiesto: di quale vecchiaia stai parlando? Sì, la vita ci ha cambiato i pesi in mano. Ma “dominare” la vita è sempre stata un’illusione da giovani bella, necessaria, ma un’illusione. Adesso so riconoscerla per quello che è, e questo mi sembra un guadagno, non una sconfitta. I ricordi non vagano ,abitano. C’è differenza. I morti che ho amato non sono lontani: sono la parte più stabile di me. E il rimorso? Certo, c’è. Ma chi non ha rimpianti a ottant’anni (comunque ne 15 di meno) o non ha vissuto abbastanza, o non è stato abbastanza onesto con se stesso a quaranta. Il rimorso è il segno che si è capito qualcosa. Tardi, d’accordo. Ma capito. Protagonisti? Non mi è mai importato esserlo. Mi importa ancora essere presente. E finché posso farlo, la vita non mi domina — ci conviviamo, con un rispetto che prima non avevo.
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Diventare vecchi è un po’ come diventare poveri: ti puoi permettere sempre meno cose.
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