I risultati delle elezioni in Ungheria condizioneranno tutto il panorama della destra

La Gen Z in piazza a Budapest, maxi-concerto dei giovani contro Orban

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Per capire la posta in palio delle elezioni di domani in Ungheria basta leggere l’ultimo post di Donald Trump: “Viktor Orbán è un leader veramente forte e potente, con un record di risultati fenomenali. Ama il suo grande Paese e il suo popolo, proprio come faccio io per gli Stati Uniti… Lavora duramente per proteggere l’Ungheria, far crescere l’economia, creare lavoro, promuovere il commercio, fermare l’immigrazione illegale e garantire legge e ordine… Domenica votate per Orbán, è un vero amico, combattente e vincitore… sono con lui fino in fondo!”. Il “voto a distanza” del commander in chief è la prova di quanto sia cruciale per le destre trumpiste il ruolo politico-ideologico del fedelissimo “amico magiaro”. Se rivince, continua la sua missione speciale: quella di “agente patogeno” che si insinua nelle vene del continente europeo per svuotarlo e distruggerlo da dentro. Se perde, il processo di decostruzione endogena della Ue subisce una seria battuta d’arresto: i tre imperi che speculano sulla disunione europea perdono un asset strategico, e la sua caduta può diventare preludio di una frana più vasta dell’Internazionale sovranista. Dice bene Romano Prodi: dal risultato ungherese può dipendere il futuro della libertà e della democrazia in Europa.

I sondaggi danno in vantaggio “Tisza”, il partito di opposizione guidato da Péter Magyar, più liberale e più vicino a Palazzo Justus Lipsius che non alla Casa Bianca. Ma il dispotico Viktor, a conferma del suo irriducibile disprezzo per le regole, non è tipo che si ritira in buon ordine. Al pari del maestro di Washington — che dopo la vittoria di Biden lanciò l’assalto a Capitol Hill — anche l’allievo di Budapest prepara già il suo quasi-golpe, accusando gli avversari di brogli e di complotti con le intelligence straniere. Cosa farebbe, di fronte a una sconfitta? Non esagera Anne Applebaum, a chiedersi se manipolerà il risultato, invaliderà le elezioni o farà esplodere qualche scandalo. In sedici anni di governo ininterrotto,Orbán ha assegnato a se stesso e alla sua piccola nazione da 9,5 milioni di abitanti un compito ambizioso e sedizioso: fare del suo partito, Fidesz, un modello di conservatorismo autoritario, ultra-nazionalista e xenofobo da offrire al suo paese, all’Europa e al mondo. La sua dottrina l’ha illustrata nel luglio 2014 in Romania, in un discorso alla Bálványos Summer Free University: la democrazia occidentale ha fallito, io costruirò uno “stato illiberale”. Non a caso, la stessa teoria che Putin perfezionò nel 2019, spiegando al Financial Times che “l’ideologia liberale è ormai obsoleta” perché con il multiculturalismo e le politiche migratorie “non tutela gli interessi dei popoli”.

“We were Trump before Trump”, come ha giustamente ricordato qui Paolo Gentiloni: con quel progetto, Orbán ha ispirato l’America First prima ancora che il tycoon ce l’avesse in testa e lo usasse come slogan per vincere le presidenziali del 2016. Nell’attuarlo, il primo ministro ungherese è stato inesorabile, trapiantando in Europa quel regime di “democratura” che negli stessi anni si consolidava in Russia. Orbán ha picconato sistematicamente la Costituzione, per abbattere tutti i contropoteri (e il Partito popolare europeo, al quale Fidesz ha aderito dal 2004 al 2021, ha l’enorme responsabilità di averlo tollerato). Il primo fronte è stato quello della giustizia, aggredita con “riforme” che ora a noi italiani suonano assai familiari. Ha disarmato la Corte costituzionale, aumentando il numero dei membri “laici” nominati dal partito. Ha introdotto norme che accrescono l’influenza politica sulla giurisdizione della Corte Suprema. Ha creato l’Ufficio giudiziario nazionale, organo di disciplina della magistratura guidato sempre da figure vicine a Fidesz. Ha ridotto da 70 a 62 anni l’età pensionabile dei giudici, sostituendo i più “anziani” con toghe di nomina politica. Il secondo fronte è stato quello dell’informazione, silenziata con bavagli di ogni genere. Ha creato una “Fondazione della stampa e dei media”, nella quale ha fatto confluire giornali, tv, radio e siti web sotto il controllo governativo. Ha fatto chiudere più di 90 media indipendenti, obbligando le aziende pubbliche a negargli la pubblicità. Ha varato decreti persecutori, contro i migranti e le comunità Lgbtq. Per queste continue violazioni dello Stato di diritto, l’Ungheria è tuttora sottoposta a una procedura d’infrazione Ue, che le ha congelato 16 miliardi di fondi del Next Generation Eu.

Oggi l’Ungheria è un paese in crisi. Poca crescita e alta inflazione, bassi salari e tanta corruzione. Nonostante questo, Orbán è diventato capofila tra i 27 delle forze sovraniste che impediscono all’Europa di accelerare sulla via dell’integrazione, imbrigliandola con le catene del voto all’unanimità. Per questo i tre imperi l’hanno scelto come “utile idiota”. L’America di Trump, che chiede agli ungheresi di rivotarlo perché divide e indebolisce la Ue. La Cina di Xi Jinping, che lo usa come testa di ponte per i suoi investimenti nel Vecchio continente. E la Russia di Putin, che lo foraggia con gas e petrolio ottenendo in cambio un’interdizione continua, a colpi di diritto di veto, sui tentativi europei di rafforzare gli aiuti militari a Kiev o inasprire le sanzioni contro il Cremlino. A suggellare l’asse del male Mosca-Budapest c’è la trascrizione della telefonata del 17 ottobre 2025, pubblicata da Bloomberg, con Orbán che dice “Vlady, sono pronto ad aiutarti in qualunque modo, sono al tuo servizio”, e Putin che risponde “grazie caro Viktor, apprezzo molto il tuo atteggiamento flessibile sull’Ucraina”. E tutti e due, naturalmente, si sdilinquiscono per Trump: “Ha una sorprendente abilità”, “si muove come un carrarmato”. E via così, “spasibo” e “dasvidania”.

La rielezione di Orbán è essenziale, per le autocrazie che odiano la democrazia e per le destre che non amano l’Europa. Ecco perché il voto ungherese conta anche per l’Italia. Come ha riconosciuto martedì scorso il vicepresidente Vance, in visita “pastorale” al Mathias Corvinus Collegium di Budapest, l’Amministrazione Usa è rimasta “molto delusa dai leader europei, abbiamo avuto aiuti solo da alcuni, il più utile è stato Viktor, ma anche Giorgia Meloni è stata molto utile…”. Dal punto di vista dello sceriffo di Washington, Fidesz e Fratelli d’Italia fanno parte della stessa catena di comando, funzionale al signoraggio americano e al sabotaggio europeo. Dal punto di vista della Sorella d’Italia, il sostegno alla campagna elettorale orbaniana è stato costante e imbarazzante. Lo testimonia quel video di gennaio, dove lei si spertica di lodi per l’amico magiaro: “Insieme difendiamo un’Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose, Dio vi benedica tutti!”. La premier non esita a “metterci la faccia”, accostando la sua a quella dei peggiori estremisti occidentali: da Netanyahu a Milei, da Marine Le Pen ad Alice Weidel. Dopo la disfatta referendaria, e prima dell’ordalia del mid-term di novembre, si profila un altro test decisivo, per fiutare il vento di un possibile cambiamento. Se Viktor va a casa, la campana suona anche per Giorgia.