Il vittimismo dell’underdog in un discorso che doveva essere una ripartenza, ma suona come una ritirata. È cominciata ieri la lunga campagna elettorale

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Giorgia Meloni sfodera il vittimismo dell’underdog in un discorso che doveva essere una ripartenza, ma suona come una ritirata. Le opposizioni la inchiodano alle sue contraddizioni, alla distanza tra Paese immaginario e Paese reale, intonando – forse per la prima volta – la stessa musica. Lei appare in cerca di idee nuove, senza trovarne nemmeno una. Sull’immigrazione, torna a parlare di blocco navale. Sull’economia, di sospensione del patto di stabilità europeo.

È cominciata ieri la lunga campagna elettorale che ci porterà alle prossime politiche. “Io non scappo”, “Il governo lavorerà fino all’ultimo giorno utile”, “Conosco il valore della responsabilità”, sono le frasi che Meloni ripete col tono del bambino che si rialza con le ginocchia sbucciate, ma giura: “Non mi sono fatto niente”, pur sapendo che continuare a correre sarà molto più duro. Si dipinge come colei che sta guidando contro la tempesta, lamenta il peggior periodo mai affrontato da un governo, dimentica il Covid, lo scoppio della guerra in Ucraina, i 200 miliardi di Pnrr che ha ricevuto in dote. Arriva ad accusare l’opposizione di non aiutarla abbastanza. “Confido in voi, colleghi senatori, perché alla Camera sono arrivati tanti insulti e poche proposte”, dice colei che ha cercato di imporre tre riforme costituzionali a maggioranza, fallendo. Che sulla riforma della Giustizia non ha concesso emendamenti neanche ai suoi. Che ha violato l’unico patto fin qui siglato, l’inserimento del consenso libero e attuale nella legge sullo stupro. Che sul salario minimo ha preso in giro l’opposizione, investito il Cnel, e poi deciso di non farne nulla. Che parla di inverno demografico, ma non vuole i congedi paritari.
Meloni è apparsa a corto di idee e di respiro. Negli scacchi, si direbbe un arrocco. Ha giocato in difesa, cercando di provocare le opposizioni su presunte colpe di un passato remoto e sostenendo di avere la stessa posizione che l’Italia ha sempre avuto tanto in Europa che con l’alleato americano. Rifiutandosi di fare passi avanti sulla condanna della guerra in Iran (resta a “non abbiamo condiviso né partecipato”) e rivendicando le proteste per gli spari sui nostri soldati in Libano, o per la mancata messa di Pasqua al Santo Sepolcro, come prove di autonomia dalla visione di Trump e Netanyahu. Dimentica di citare le vittime civili in Iran, Libano, a Gaza, in Cisgiordania. È come se gli anni passati nel palazzo le impedissero di vedere cosa per i cittadini italiani, suoi elettori compresi, appare intollerabile. Una guerra ingiustificata e illegale che straccia il diritto internazionale, come le ha ricordato Conte. Un Sud cui non si può parlare burocraticamente di Zona economica speciale, senza nemmeno saperne nominare le ferite: lo spopolamento, le frane, l’incuria. Un’economia che vede la produzione industriale al palo, l’inflazione in salita, il carrello della spesa per troppi irraggiungibile, le liste d’attesa infinite, come nella cartolina dal Paese reale che le invia, metaforicamente, Elly Schlein. Infine, la questione morale che la premier vuole estendere a tutti i partiti chiamando in causa la commissione Antimafia, auspicando generici anticorpi, senza aver spiegato nulla del suo ex sottosegretario alla Giustizia che si ritrovava in affari con la famiglia di un prestanome della mafia. Non scappo, ripete, ma elude. Non riconosce che la vicinanza a Orbán la pone lontano da chi difende la democrazia liberale, e che l’ideologia Maga di Trump è una minaccia, non una risorsa. Non è in grado di aprire una fase due, perché non sa cosa metterci dentro. Di qui in avanti, non resta che la propaganda.
La nana non scappa però affonda.
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“pur sapendo che continuare a correre sarà molto più duro.”
Certo che lo sa. Infatti il tentativo di azzopparla é cominciato con la foto che qualcuno ha mandato (Io penso la mafia. O mi sbaglio?) alla redazione unica che non sognava altro.
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