Mentre un ex killer decide di mostrarsi in volto, Cosa nostra sceglie l’opposto. Si nasconde meglio. Perché ha imparato che il vero potere non ha bisogno di farsi vedere

Il pentito in tv e la nuova mafia invisibile

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – A Palermo la mafia prova a non sparare più per farsi vedere, e si ritrae per contare di più. Ha capito dall’esperienza che il potere si accumula nel silenzio, nelle stanze dove si decidono affari e strategie, nei corridoi dove nessuno alza la voce. È lì che cambia pelle. Non rinnega la violenza, la conserva come minaccia lontana, ma investe in relazioni opache, in scambi che non lasciano tracce immediate, in una presenza che si mimetizza dentro la macchina pubblica in tutta la Sicilia. Il salto è strategico. La forza non è più nell’intimidazione plateale, ma nella capacità di entrare nei gangli amministrativi, orientare pratiche, accelerare procedure, costruire consenso. La corruzione diventa il linguaggio condiviso, più efficace delle armi perché non fa rumore e non crea allarme sociale.

Così Cosa nostra torna a essere sistema, un organismo che respira dentro la politica e l’economia, senza bisogno di rivendicarsi. Dentro questo scenario si colloca anche la scelta di Gaetano Grado di mostrarsi in televisione, dopo più di venticinque anni da collaboratore di giustizia. Un volto conosciuto a pochi che riemerge, un passato che si espone senza più la necessità di nascondersi. Si è mostrato lunedì sera in tv rilasciando un’intervista al giornalista siciliano Silvio Schembri per un programma di Rai Tre. Grado non è un comprimario: è stato un sicario con centinaia di omicidi sulle spalle, un uomo di fiducia dei vecchi boss della mafia palermitana, legato a quella stagione in cui “il principe” Stefano Bontate teneva insieme affari, politica e massoneria prima di essere travolto dalla furia di Salvatore Riina. È cugino di Salvatore Contorno, altra figura chiave, protagonista di una stagione di sangue e vendette che li ha portati nel maggio 1989 all’arresto in una casa del Palermitano. Sospettati di essere coinvolti un una serie di omicidi le cui vittime erano tutte riconducibili ai corleonesi di Riina.

Contorno all’epoca in cui si rifugiava nella casa del cugino Gaetano Grado, era già un collaboratore di giustizia. Le loro storie si incrociano negli arresti, nei sospetti, nelle faide interne, nella guerra ai corleonesi. Grado non ha mai fatto mistero con altri mafiosi e con i pm di essere andato alla ricerca di Riina per ucciderlo. Insomma, è un boss che ha custodito segreti pesanti, abbastanza da attirare vendette e piuttosto da sopravvivere a quella stagione. Quando si parlò di una sua collaborazione, forse nemmeno iniziata con i pm, a Palermo gli uccisero un figlio. Un segnale chiaro di cosa significasse tradire. Un delitto compiuto mentre si stava svolgendo il processo a Giulio Andreotti. Si è autoaccusato di avere ucciso il padre dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, senza risparmiare nei verbali ai pm i dettagli di quel massacro. E i Graviano a lui e a Contorno, che nel delitto è stato suo complice, gliel’hanno giurata di ucciderlo. Intanto si sono costituiti parte civile nel processo in cui è stato imputato Grado.

E di Gaetano Grado sono pure le dichiarazioni che hanno portato alla revisione della sentenza del Maxi processo a Cosa nostra per la parte che riguardava un altro esponente mafioso, Giovannello Greco. Quest’ultimo grazie alle dichiarazioni di grado è stato assolto più di dieci anni fa ed è tornato in libertà. Per decenni Grado è stato protetto, si è nascosto da eventuali vendette trasversali, è rimasto lontano dalla ribalta pubblica. Adesso, invece, quel volto appare. Senza ombre. È un segnale, non necessariamente di sicurezza personale, ma di mutamento del contesto. I corleonesi non sono più il centro di gravità. I “palermitani” legati alla vecchia tradizione di Bontate sembrano aver recuperato spazio, riportando l’organizzazione verso strategie più sofisticate. Meno stragi, più affari. Meno visibilità, più penetrazione. Le indagini raccontano esattamente questo. Il caso attuale del boss Carmelo Vetro e del dirigente Salvatore Iacolino mostra una trama in cui la mafia non chiede, ma tratta. Non impone, ma negozia. Non compra soltanto, ma costruisce rapporti. Messaggi, favori, pressioni, interventi su pratiche sanitarie. Un lessico apparentemente ordinario che nasconde un patto.

Non è il denaro a spiegare tutto, ma il potere di orientare carriere, sostenere campagne, garantire appoggi. È qui che la mafia diventa più forte. Quando riesce a non apparire, quando si trasforma in interlocutore credibile per chi gestisce la cosa pubblica. Quando entra negli uffici e diventa parte del processo decisionale. Gli scambi non hanno bisogno di essere espliciti, si alimentano di aspettative reciproche. Favori che si accumulano, debiti che si consolidano. Iacolino è ancora in attesa di giudizio, quindi nessuna accusa specifica. Palermo però torna a un modello antico e aggiornato insieme. Quello degli anni in cui la criminalità organizzata dialogava, anzi, si impossessava dell’imprenditoria, investiva nei traffici, costruiva alleanze. Oggi lo fa con strumenti più raffinati, sfruttando le pieghe della burocrazia, le ambizioni politiche, le fragilità del sistema. E mentre un ex killer decide di mostrarsi in volto, la nuova Cosa nostra sceglie l’opposto. Si nasconde meglio. Perché ha imparato che il vero potere non ha bisogno di farsi vedere.