Letture e riletture. Nel generale e osceno silenzio dell’Occidente l’ostinato “candidato” al premio Nobel per la pace dei cimiteri ha, ancora in queste ore, annunciato che ridurrà l’Iran all’età della pietra. Ma quali sono le molecolari radici che alimentano la globalizzazione dell’indifferenza? Tornano di attualità la diagnosi e la profezia del premio Nobel per la letteratura (1981) Elias Canetti: siamo parte e complici della malattia di The Donald.

(Antonio Cantaro – lafionda.org) – Il 7 aprile, alle 20:00, ora della costa orientale degli USA (le 2 di mercoledì notte in Italia), scadrà l’ennesimo criptico ultimatum di Trump sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Non sappiamo, non possiamo sapere mentre scriviamo, se e quando l’ineffabile Presidente statunitense pro-tempore ridurrà il popolo persiano all’età della pietra. In uno dei tanti post su Truth Social, Trump ha affermato che “si scatenerà l’inferno”, che farà “saltare tutto in aria” se Teheran non riaprirà il “fottuto” Stretto di Hormuz, “brutti bastardi”. Ma perché tanto odio e tanto complice silenzio? Non serve Sigmund Freud. Nei discorsi di The Donals c’è tutto. Bastano a capire il punto a cui siamo giunti alla fine del “secolo lungo” le illuminanti pagine, scritte nel corso del “secolo breve”, da Elias Canetti. Non essendo un cultore del grande scrittore europeo (famiglia ebrea sefardita di lingua spagnola, nato in Bulgaria al confine con la Romania, trascorre l’infanzia circondato da turcofoni, poi naturalizzato britannico, scrive in tedesco e considera Zurigo la sua patria) muoverò dall’essenziale “sintesi” offertane da Luigi Alfieri nei suoi studi, in particolare in quello dall’esemplare titolo Il destino del sopravvissuto (https://oajournals.fupress.net/index.php/smp/issue/view/449).

Potere come sopravvivenza

Sopravvivere come ‘vivere sopra’. Non ‘continuare a vivere, durare in vita’. Sopravvivere è un termine relazionale, che indica un rapporto fra un ‘sopra’ e un ‘sotto’. Sopra c’è un vivo, colui che vive sopra; sotto, necessariamente, c’è un morto. La figura originaria del potere, l’atomo del potere è, per Canetti, quest’immagine: un vivo in piedi accanto a un morto che giace. La sopravvivenza non è un soffermarsi in vita nell’attesa di morire un giorno: è qualcosa di estremamente, di terribilmente attivo, è lo scaricare su altri la propria morte, allontanandola da sé. Si dà sopravvivenza in quanto ci siano dei morti e in relazione con loro. La sopravvivenza è il comportamento di chi vive ancora perché qualcun altro non vive più: non ci sarebbe il sopravvivere se non ci fosse il morire e il morire non ci sarebbe in quella forma se non ci fosse il sopravvivere. Il sopravvissuto è, insomma, l’archetipo del potere, di colui che deve costantemente accumulare prove del proprio vivere sopra. 

La paranoia antropologica del sopravvissuto

Trump, quasi certamente, non ha letto Canetti; ma Canetti ha perfettamente descritto e spiegato la sensazione di potenza che prova The Donald nell’immaginar sé stesso come rimasto in vita mentre altri cadono. Non c’è atto di Trump che non evochi la necessita della “morte” – politica, simbolica, reale – degli avversari e concorrenti (siano essi groenlandesi, europei, venezuelani, iraniani, cubani).  È la conferma della sua grandezza. L’attuale Presidente Usa è, con suo sommo soddisfacimento, l’ultima e compiuta incarnazione del potere. Trump ha bisogno che tutto sia, ai suoi occhi, chiaro e ordinato, che ogni cosa e ciascuno stia al posto suo. Tutto dev’essere prevedibile e controllato e bisogna che in ogni momento si sappia dove ognuno è, e se occorre chiamarlo o andarlo a prendere. Chi cambia si nasconde, chi sfugge al controllo evidentemente complotta. Paranoia, non paranoia del potere. La paranoia è potere, il potere è paranoia. Non si tratta di un accidente, di una caratteristica secondaria del potere: si tratta proprio del potere stesso, si tratta della sua essenza.  Dire “potere” e dire “paranoia” significa, per Canetti, dire esattamente la stessa cosa: sono due termini sovrapponibili senza nessun residuo.

Il sopravvissuto che è in noi

Una “patologia” che, dopo il secondo dopoguerra, abbiamo creduto riguardasse solo i grandi assassini della storia. Hitler, Stalin, Napoleone. Tiranni, dittatori, condottieri. Il che – dice Luigi Alfieri – in parte è vero, tant’è che anche Canetti esclude dalla categoria di potere il «sistema parlamentare», uno dei pochi casi di riuscita espulsione del potere – e perciò della morte – dalla vicenda umana. Ma al mondo non c’è soltanto la sopravvivenza di colui che comanda in grande stile, ma c’è altresì l’impossibilità di noi tutti, una impossibilità primariamente “biologica”, di vivere senza che qualcun altro essere muoia per la nostra sopravvivenza. Ogni vivente è distruttore di vite, mangiare è per eccellenza l’atto del sopravvivere. Tanto nel cacciatore quanto nell’allevatore. Ma mentre nel cacciatore la violenza ha ancora qualcosa di elementare, di inevitabile, di naturale, di accettabile, la violenza dell’allevatore è pura potenza. L’allevatore ha certamente anche lui le sue prede. Il suo gregge, la sua mandria, sono prede. Se n’è già impadronito, le ha già catturate, le ha fatte persino nascere. Però non le uccide subito: le tiene lì, in attesa del coltello. Verranno uccise, nessuna scamperà, servono a quello. Vengono tenute in vita per essere uccise, però intanto vengono tenute in vita, custodite, protette, curate, nutrite. Siamo tutti dei sopravvissuti: viviamo ‘sopra” qualcuno che è ‘sotto”, qualcuno che è destinato per la nostra sopravvivenza a morire. Diamo vita attuale in cambio della morte futura e questo fa entrare le nostre prede nella dimensione del nostro potere.

Corruzione delle vittime

La domesticazione del comando, da cui nasce il potere vero e proprio, implica la «corruzione», dice Canetti. La corruzione della vittima: la vittima perde la sua innocenza, la vittima diventa complice, accetta la propria morte futura in cambio della sua vita attuale. In cambio dell’essere lasciata in vita, in cambio della cura per la sua vita, in cambio del cibo e della protezione. Lo stesso accade quando si passa dal bestiame vero e proprio al bestiame umano: anche il bestiame umano accetta di lasciarsi uccidere dal potente in quanto nel frattempo il potente autorizza a uccidere. Il potente si riserva pieno diritto di vita o di morte sulla sua vittima, e ottiene la complicità della sua vittima perché una piccola parte di questo potere di vita o di morte spetta alla vittima stessa. La guerra è il caso più evidente di complicità col potere. È come se il sovrano, titolare di un diritto di vita o di morte, dicesse a tutti i suoi: «Voi siete come me, potete uccidere come io posso uccidere, potete uccidere perché io posso uccidere: uccidendo diventate me». Da qui «la deresponsabilizzazione, che è la base più solida dell’obbedienza» (Elias Canetti, Masse e potere, Adelphi, Milano, 1981). L’origine prima di quella che oggi chiamiamo globalizzazione dell’indifferenza.

Il sopravvissuto, ieri e oggi

Il problema – osserva Alfieri – non è, insomma, tanto il potente, quanto il consenso al potente, quanto la capacità, enorme, immensa del potente di attrarre complicità per imitazione. Hitler è grande perché riesce a suscitare tanti piccoli HitleriniHitler in fondo non costringe nessuno: non è facendo paura che acquista l’obbedienza dei suoi seguaci. Sarà semmai proprio la forza di quest’obbedienza a suscitare una paura irresistibile nei pochi che potrebbero nutrire qualche germe di dissenso. È una promessa la sua: «sarete come me, io vi rendo come me, perché io sono tutti voi. Sono come voi, ma come ‘tutti’ voi, tutti messi insieme». La celebre immagine del Leviatano nel frontespizio della prima edizione dell’opera di Hobbes, il sovrano raffigurato come un gigante fatto di tanti ometti messi uno sull’altro, rende bene l’idea del potente canettiano. Un ometto come gli altri, che però riesce a far credere a tutti gli altri che per essere qualcosa debbono diventare come lui, debbono diventare parte di lui, debbono agire per delega della sua volontà e debbono sostanzialmente uccidere per sua volontà: uccidere ed essere uccisi, perché, non fa differenza per il potente chi muore per lui, non fa differenza per il potente se muoiono i suoi nemici o se muoiono i suoi seguaci, perché anche i seguaci sono nemici potenziali. I suoi seguaci potrebbero in qualunque momento essere traditori: dimostrano di non essere traditori soltanto in quanto si facciano uccidere. Farsi uccidere, dunque, è il loro più stretto dovere di fedeltà: potranno dovranno sempre essere disponibili a dimostrare la loro fedeltà fino alla morte, con la morte, perché morire è il solo modo di essere fedeli.

Un Canetti redivivo troverebbe perfettamente incarnata in Trump la capacità di servirsi dell’antropologia del sopravvissuto che è in noi. Sino a quando non diremo a chiare lettere che il “re è nudo”, che l’odierno delirio di morte ha trasformato la potenza americana in impotenza. Noi, gli appartenenti ad una Nato che non c’’è più e che è meglio non ci sia più. Noi europei liberi dalla retorica unionista. Noi, proprio Noi. Non gli ex guardiani della rivoluzione.