
(Ugo Boghetta – lafionda.org) – Cominciamo dai numeri. Il No ha ottenuto 14,5 milioni di consensi, il Sì 12,6. Il totale dei votanti è di 27,1 milioni. Alle politiche del 2022, invece, i partecipanti al voto erano stati 29 milioni: 2 in più. L’alta affluenza va dunque considerata in relazione ai referendum precedenti. Infatti, nel 2025, sui temi della precarietà e della cittadinanza, i votanti sono stati 13,3 milioni.
Con tutta evidenza, la presenza del quorum è stata la causa che ha costretto i due schieramenti a sbattersi per vincere. Motivo per cui questo limite andrebbe abrogato anche per i referendum non costituzionali.
L’analisi di classe del voto è invece assai più problematica. Anche in questo caso si registrano spaccature nette a seconda del lavoro, dell’istruzione e della collocazione territoriale, così come accade alle politiche sia sul versante di chi vota sia di chi si astiene. Questo, in realtà, è il vero problema politico per qualsiasi opzione alternativa.
L’altro dato con cui confrontarsi è il risultato delle politiche del ’22. In quelle elezioni il centrosinistra e il M5S hanno totalizzato 11,6 milioni di voti contro i 12,6 milioni del centrodestra.
Ciò premesso, proviamo a trarre qualche conclusione matematica.
- Rispetto alle politiche ci sono 2 milioni di voti in meno. Ma alle recenti regionali il tracollo dei partecipanti è stato eclatante, e non c’è motivo per cui l’astensionismo si fermi.
- La differenza alle politiche fra voti al centrosinistra e voto No è dell’ordine di 3 milioni. Ciò al netto delle entrate e uscite fra centrodestra e centrosinistra, che si possono considerare equivalenti. Un voto non sommabile al centrosinistra ma consistente: una percentuale che vale circa il 10%.
- Il centrodestra, a sua volta, ha gli stessi voti fra politiche e Sì al referendum. Presupponendo (come sopra) una parità fra entrate e uscite con il centrosinistra, si deve considerare anche l’apporto al voto Sì proveniente dalle molte piccole liste che gravitano nell’area del centrodestra. Stiamo parlando di un’area significativa, di circa 4-5 milioni. Ciò significa che il centrodestra, al referendum, ha perso voti rispetto alle politiche.
Proviamo ora a tirare qualche conclusione politica.
a. Il campo largo non può affatto affermare di essere in ripresa. I voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste sulle questioni interne e internazionali. Viste le posizioni espresse recentemente da Conte, questo vale anche per il M5S.
b. Sul versante opposto, il centrodestra ha gli stessi problemi, data la difficoltà a sganciarsi dal posizionamento internazionale, nonostante questo comporti pesanti negatività. Inoltre, dei punti fondamentali che tenevano insieme il centrodestra — autonomia differenziata e controriforma della magistratura — sono stati bocciati. Rimane solo il premierato: portarlo avanti potrebbe essere un’ultima occasione, ma è anche un altro azzardo. Giorgia, poi, non potrà più fare campagna sulle narrazioni della tornata precedente. E ciò non è di poco conto, visto il peggioramento della situazione economica e sociale.
c. L’unica variabile è il cambio della legge elettorale. Ma anche questa è assai ardua da far digerire ora, con l’aggravante che il premio di maggioranza pone seri dubbi di legittimità.
d. Tutto ciò parrebbe significare che le elezioni politiche sono, di fatto, in bilico. La distanza fra “il polo di qua e il polo di là” non è molta, anche se il maggioritario può dilatarla o ridurla in termini di eletti, a seconda della distribuzione dei voti nei collegi uninominali. In buona sostanza, si tratta di un confronto fra due debolezze strutturali.
e. Comunque, a prescindere da chi vincerà, già sappiamo che forse cambieranno gli attori ma non la commedia.
f. Infine, rimangono milioni di cittadini orfani di proposte politiche convincenti. Milioni di persone che hanno votato Giorgia ma sono state di nuovo illuse e disilluse. Sul versante opposto, a parte l’invotabile PD, optare per AVS piuttosto che per il M5S non è nemmeno il meno peggio: è semplicemente inutile.
g. Ci sarebbe la possibilità di una posizione antiliberista che combini attuazione della Costituzione e sganciamento dell’Italia dagli organismi internazionali, cogliendo e forzando le opportunità che la contingenza propone per avvicinarsi agli obiettivi di neutralità e indipendenza. Obiettivi che si stagliano come fondamentali, conditio sine qua non per perseguire l’interesse nazionale popolare e rilanciare la democrazia.
Anche in questo caso il campo è largo, ma vuoto di soggetti protagonisti. Ahimè, noi.
Noto che i commentatori che gravitano nell’area di destra, nonostante gli evidenti fallimenti del governo in carica, raramente esprimono giudizi critici, preferendo fare muro per spirito di appartenenza. Al contrario, i commentatori di sinistra sono sempre pesantemente negativi e finiscono per alimentare un clima di sfiducia che spinge verso l’astensione, favorendo indirettamente proprio la destra. Questo fenomeno evidenzia un pericoloso doppio standard: mentre a destra i fallimenti vengono spesso ignorati o trasformati in ‘attacchi esterni’, a sinistra la cultura del dubbio si trasforma in un’autodemolizione che disorienta l’elettorato. Si cade così nella trappola dell’astensionismo: l’insistenza maniacale sui difetti della propria parte politica non genera un miglioramento, ma solo disincanto, convincendo gli elettori che il voto sia inutile. La cosa paradossale è che, dopo le elezioni, questi stessi osservatori — sedicenti o fintamente di sinistra — si lamentano della sconfitta della propria parte politica. Si alimenta così un circolo vizioso dove la critica feroce demotiva la base, la destra vince e i commentatori possono continuare a recitare la parte delle ‘voci fuori dal coro’ in un’eterna analisi della sconfitta.
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