Dio, la bomba e la fine della deterrenza nucleare razionale

(Vincenzo Pellegrino – lafionda.org) – C’è una domanda che il mondo preferisce non farsi, con la stessa ostinazione con cui si evita di guardare un precipizio da troppo vicino: cosa accade quando la logica della deterrenza nucleare smette di essere una fredda equazione militare e diventa una questione di fede? Quando il dito sul grilletto appartiene a chi si crede strumento di un mandato divino irrevocabile?
Non è un esercizio di fantapolitica. È il nodo irrisolto al centro della sicurezza globale — uno che l’architettura di pace costruita dopo il 1945 ha scelto di non affrontare, con la stessa sistematicità con cui si rimuove ciò che fa più paura. Ed è attorno a questa vertigine che ruota La Bomba di Abramo: l’arma nucleare alla luce della Rivelazione biblica, il dossier curato dal Centro Studi Aurora — che ho l’onore di dirigere — e di cui questo articolo riprende e sviluppa le linee essenziali. Un’analisi interdisciplinare che attraversa geopolitica, teologia comparata e teoria della deterrenza per guardare con occhio sgombro a uno dei nodi più esplosivi — nel senso più letterale del termine — della contemporaneità: il rapporto tra le tre grandi tradizioni abramitiche e l’armamento nucleare.
Un sistema che si smonta pezzo per pezzo
Per capire dove siamo, bisogna guardare la sequenza degli ultimi vent’anni senza sconti: la Corea del Nord abbandona il Trattato di Non Proliferazione nel 2004, gli Stati Uniti escono dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018, la Russia sospende il New START nel 2023, il trattato sugli euromissili è già sepolto nel 2019. Ogni episodio, preso da solo, sembrava una crisi gestibile, un sobbalzo nell’ordine delle cose. Letti in sequenza, questi passaggi rivelano qualcosa di molto più inquietante: lo smantellamento progressivo del consenso internazionale che rendeva pensabile un mondo senza proliferazione incontrollata.
La lezione che questa sequenza ha consegnato ai governi è spietata nella sua semplicità: chi ha la bomba non viene toccato. Chi vi ha rinunciato — o non l’ha mai sviluppata — rimane esposto. Il disarmo non è stato ricompensato; la trattativa, come ha insegnato il caso libico, può perfino accelerare la propria fine. Questa pedagogia crudele spinge naturalmente verso un mondo con molte più potenze nucleari di quelle che conosciamo oggi. Arabia Saudita, Turchia, Corea del Sud, Giappone stanno già valutando — con crescente serietà — se l’ombrello altrui sia ancora affidabile.
Le implicazioni sono difficili da sopravvalutare. Un mondo con venti potenze atomiche, alcune guidate da nazionalismi religiosi radicali, alcune in conflitti irrisolti tra loro, privo di meccanismi credibili di de-escalation: è forse la configurazione più pericolosa che la storia umana abbia mai prodotto.
L’ingrediente che nessuno vuole nominare
Ma la geopolitica, da sola, non arriva fino in fondo. Comprendere i meccanismi della proliferazione è necessario; non è sufficiente. Perché chi gestisce quegli arsenali lo fa dentro un orizzonte di senso, una visione del mondo che ne plasma le percezioni, le soglie di tolleranza, la definizione stessa di minaccia esistenziale. E quell’orizzonte ha, con frequenza crescente, una dimensione religiosa che la scienza delle relazioni internazionali ha sistematicamente espunto dal proprio campo visivo — con un’operazione che somiglia meno al rigore scientifico e più alla rimozione.
Il caso israeliano è il più elaborato, e il più urgente. Il concetto di Eretz Yisrael Hashlemah — la Terra d’Israele nella sua interezza, nelle versioni più estese dal Nilo all’Eufrate — non è una curiosità teologica relegata alle yeshivot. È una categoria politica operativa nell’attuale governo israeliano, il più a destra nella storia del paese, dove figure di primo piano parlano apertamente di mandato storico e spirituale. Oltre 700.000 coloni in Cisgiordania stanno producendo sul terreno, silenziosamente e senza il costo politico di un’annessione formale, ciò che la teologia promette per l’era messianica.
Accanto a questo si colloca il cherem: il comandamento biblico dello sterminio sacro delle popolazioni della terra promessa, nel cuore del Deuteronomio. Non è un testo imbarazzante da nascondere: è un precetto centrale, classificato tra i 613 comandamenti della tradizione halakhica. La sua logica non è di odio etnico ma di profilassi spirituale — le popolazioni cananee minacciano l’integrità religiosa di Israele, e la loro eliminazione è concepita come un atto sacro, un’offerta. La critica storica e archeologica ha buone ragioni per dubitare che quella conquista sia avvenuta davvero nelle proporzioni che il testo descrive. Ma un testo non deve essere storicamente vero per essere culturalmente e politicamente potente: deve soltanto essere creduto.
La Dottrina Sansone, o dell’asimmetria totale
È in questo contesto che va letta la cosiddetta Dottrina Sansone — la dottrina nucleare israeliana di ultima istanza — e la categoria che essa impone al pensiero strategico, e che nel dossier abbiamo designato come CNAD: Conventional Nuclear Assured Destruction.
Per apprezzarne la portata, occorre ricordare la logica su cui si reggeva la deterrenza della Guerra Fredda. La MAD — Mutually Assured Destruction, distruzione reciprocamente assicurata — era una logica simmetrica: se usi la bomba, sei distrutto insieme al nemico. Funzionava perché presupponeva due attori razionali, entrambi interessati alla propria sopravvivenza, entrambi capaci di un calcolo freddo. Un equilibrio del terrore, nella sua geometria quasi elegante.
La CNAD è qualcosa di radicalmente diverso, e di molto più inquietante. Il suo messaggio non è rivolto a un’altra potenza nucleare: è rivolto a qualsiasi avversario, anche privo di armi atomiche, che si avvicini alla soglia della minaccia esistenziale.
Il suo contenuto è: anche se tu non hai la bomba, se ci porti sull’orlo della distruzione, risponderemo con armi nucleari sulle tue città. Non simmetria — asimmetria totale. E la soglia di attivazione non è oggettiva né verificabile dall’esterno: è soggettiva, dipende dalla percezione di chi governa, una percezione formata dalla memoria della Shoah, dal mandato teologico di Eretz Israel, dall’archetipo di Sansone che abbraccia le colonne del tempio nemico accettando la propria morte insieme a quella di tutti i presenti.
La CNAD è credibile non perché si fonda sulla razionalità strumentale, ma perché si fonda su una forma strutturata di irrazionalità. Il che la rende, paradossalmente, più efficace come deterrente — e infinitamente più pericolosa come dottrina operativa, nel momento in cui la deterrenza dovesse cedere.
Le tre fedi e la tentazione del sacro
Sarebbe però miope confinare questa analisi alla sola tradizione ebraica. Tutte e tre le grandi religioni abramitiche contengono, ciascuna a modo suo, risorse potenti per limitare la violenza — e meccanismi altrettanto potenti per sacralizzarla. La storia del rischio nucleare è anche la storia di quale dei due poli abbia prevalso, e perché.
Nel Cristianesimo evangelicale americano, il dispensazionalismo premillenniale — la teologia che legge i conflitti mediorientali come tappe necessarie verso Armageddon e il ritorno di Cristo — produce una paradossale indifferenza strutturale alla prevenzione del conflitto. Chi crede che l’escalation faccia parte del piano divino non ha incentivo a interromperla. Non si tratta di una corrente marginale: ha permeato, esplicitamente o per via indiretta, decenni di dibattito sulla politica estera americana, influenzando scelte con conseguenze reali su milioni di persone.
Nell’Islam, il fiqh al-harb — il diritto islamico della guerra codificato nell’VIII secolo — è in realtà uno dei sistemi di limitazione della violenza bellica più sofisticati nella storia del pensiero umano. Il Corano proibisce esplicitamente il fasad fil-ard, la corruzione e devastazione della terra: un divieto che, applicato con coerenza, renderebbe l’arma nucleare radicalmente illegittima. Eppure il principio di maslaha — l’interesse pubblico superiore che può, in circostanze eccezionali, prevalere sulle norme ordinarie — è stato invocato per aggirare esattamente ciò che quelle norme vietano, producendo il paradosso della cosiddetta “bomba islamica” pakistana.
In ciascuna tradizione, la selezione operata dal nazionalismo religioso è la stessa: si enfatizzano le risorse che legittimano la violenza, si oscurano quelle che la temperano. Il mandato territoriale del sionismo religioso sovrasta la critica profetica interna di Amos e Geremia. Il dispensazionalismo cristiano mette nell’ombra le Beatitudini. L’islamismo politico silenzia il divieto coranico di devastazione e la tradizione del Sulh al-Hudaybiyyah — la pace accettata dal Profeta anche in condizioni di umiliazione. Ogni tradizione viene amputata delle proprie voci più scomode.
Il punto di non ritorno
Il momento di massimo pericolo — quello in cui teologia e strategia nucleare si saldano nel modo più esplosivo — si produce quando una leadership comincia a interpretare la propria situazione in chiave escatologica. Non si tratta solo di credere che il proprio Stato abbia un mandato divino: si tratta di essere convinti che le proprie azioni siano tappe necessarie di un piano che porta alla fine della storia. In quel momento, la deterrenza razionale smette di funzionare. Non perché gli attori siano malvagi — questa sarebbe un’analisi troppo comoda — ma perché la struttura del loro pensiero è chiusa, autoreferenziale, impermeabile all’evidenza contraria. È la configurazione di rischio più alta che gli analisti di sicurezza abbiano identificato: non l’intenzione di distruggere, ma l’impossibilità di essere dissuasi.
La scelta che nessuna dottrina può fare al posto nostro
Eppure la storia non è una traiettoria predeterminata, e sarebbe disonesto concludere che lo sia. Il Trattato di Non Proliferazione del 1968 sembrava impossibile fino alla vigilia della firma. Il dialogo tra Kennedy e Krusciov nell’ottobre del 1962 non era scritto da nessuna parte: fu la scelta personale, difficile, tutt’altro che ovvia, di due uomini di non distruggere il mondo. Il Sudafrica smantellò volontariamente il proprio arsenale. Mandela scelse la riconciliazione quando la vendetta sarebbe stata comprensibile. Nessuna di queste scelte era inevitabile: erano contingenti, costose, possibili solo perché le persone che le fecero avevano accesso a un orizzonte di senso in cui il valore della vita umana prevaleva sulla logica del confronto.
La domanda che resta aperta — e che riguarda ciascuno di noi, non solo i governi — non è se l’umanità sia capace di costruire la bomba. Lo è da ottant’anni, e lo sarà per sempre. La domanda è se sia capace di scegliere, con le colonne del tempio tra le mani, di non usarla. Su quale fondamento costruisce quella scelta. E se i libri che chiama sacri la aiuteranno o la ostacoleranno.