
(di Michele Serra – repubblica.it) – Trump potrebbe smettere di bombardare l’Iran fra tre settimane — ha detto. Quattro settimane fa aveva detto che la guerra sarebbe durata quattro settimane, ma probabilmente si riferiva alla settimana di Giove, che dura cinquantasei giorni, o al famoso “mese soggettivo” del pianeta Ork (quello di Mork), che dura il tempo necessario a ciascuna persona per poter dire, a seconda delle sue esigenze e delle sue preferenze: ecco, per quanto mi riguarda è finito anche questo mese.
E comunque le settimane e gli anni — in fin dei conti anche la vita — dipendono da come uno li vede. Certe volte non sembra anche a voi che la giornata non finisca mai, o al contrario che il tempo voli e non avete ancora cenato che è già ora di andare a dormire? E cosa è mai il tempo, se non una convenzione alla quale non è bene sottostare senza qualche salutare moto di ribellione, almeno ogni tanto? E che sarà mai, questa mania dei giorni, delle settimane e dei mesi?
La guerra, dice sempre Trump, comunque è già vinta, e gli iraniani distrutti e imploranti. Il fatto che la guerra prosegua ugualmente, nonostante gli iraniani siano sconfitti fin dal primo minuto e abbiano esaurito, dopo le bombe, anche i fucili, le scimitarre e le cerbottane, dipende da circostanze inspiegabili, e comunque non ascrivibili alla volontà di Trump, che la guerra — già vinta — la rivincerà comunque tra un paio d’ore, o un paio di mesi, o un paio di anni, a seconda di come gira la ruota. Perché non sta scritto da nessuna parte che una guerra si vinca una volta sola. Su Ork, per esempio, le guerre si vincono fino a ventotto volte, e ventinove negli anni bisestili.
Apprezzo molto l’ ironia mista a sarcasmo di Serra di questa mattina . Magari l’ avesse utilizzata anche in altri casi tipo i cessi dorati di Zelenski o la lucidità di Biden .
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IRAN, RESTA POCO TEMPO L’ESCALATION È POSSIBILE
di Elena Basile-FQ – 30.03.2026 –
La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele.
La condizione di guerra permanente è essenziale alla continuazione del potere del primo ministro israeliano e di gran parte della corrotta leadership. Il progetto di grande Israele, iscritto nello statuto del Likud, è oggi appoggiato dalla maggioranza degli israeliani che non vogliono riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese e hanno, come dimostrano i sondaggi, approvato l’azione genocidaria a Gaza.
Trump è stato trascinato in guerra dalla lobby di Israele, composta da sionisti cristiani ed evangelici oltre che da personalità del mondo ebraico e in grado di disporre di fondi cospicui e di una influenza mediatica senza paragoni. Il presidente rischia la sua fine politica in una guerra contraria alla sua campagna elettorale e per la quale il popolo MAGA lo ha eletto.
Le conseguenze economiche, data la crisi energetica che colpisce l’industria come l’agricoltura, e scatena la stagflazione, sono dolorose soprattutto per l’Occidente. L’Europa e le monarchie del Golfo, che pure non hanno deciso la guerra, sono cobelligeranti in quanto le basi NATO e dei Paesi arabi sono utilizzate per attacchi all’Iran.
In base all’art 51 della Carta ONU che disciplina l’autotutela, Teheran è nel suo diritto quando attacca le basi utilizzate per gli attacchi Usa. Le cause di questa guerra non sono rappresentate dalla retorica del “liberal order”, non contribuiscono all’esportazione della democrazia né sono un argine contro il terrorismo e la minaccia nucleare iraniana, come buona parte della diplomazia europea purtroppo recita.
Se ci fosse stata la volontà politica di condurre un accordo sul nucleare gli ultimi negoziati in Oman avrebbero portato a un accordo migliore del JCPOA del 2015, essendo l’Iran pronto a concessioni maggiori e a rinunciare al nucleare bellico. Il terrorismo di Hezbollah, Hamas e Houti esiste in quanto l’Occidente non ha mai cercato di pervenire a una soluzione equa della questione palestinese, in accordo con il diritto Onusiano. Gli stessi Paesi europei che hanno riconosciuto recentemente lo Stato di Palestina, hanno nella prassi, con cooperazione economica e militare favorito l’impunità di Israele.
Dal punto di vista strategico, Israele pur soffrendo perdite in termini di infrastrutture e riuscendo grazie al sistema di bunker a evitare massacri, ha un obiettivo chiaro: dominare il Medio Oriente annientando chi impedisce il “grande Israele”. Gli Usa potrebbero considerare l’Iran un bersaglio razionale nel quadro di un indebolimento del rivale strategico, la Cina, e come Paese in grado di fornire materie prime essenziali a un capitalismo zoppicante.
I costi economici e in termini di vite umane che il prolungamento della guerra implica rende tuttavia aleatoria l’impresa. È improbabile che lo sbarco dei marines a Kharg riesca a capovolgere le sorti di un conflitto da cui persino i militari europei e NATO vorrebbero prendere le distanze.
L’Iran combatte una battaglia esistenziale, per la sua sopravvivenza in quanto nazione sovrana. Il cessate il fuoco se non modifica lo status quo e non elimina la minaccia israelo-americana è impensabile. Contando sulla difesa missilistica, Teheran crede di poter avere la meglio in una guerra di logoramento che nel lungo periodo potrà causare danni politici e economici alle monarchie del Golfo e all’Occidente. È anche vero che la posizione attuale della leadership iraniana non lascia vie di uscita e potrebbe innescare una escalation militare e nucleare senza controllo. Costringere le monarchie del Golfo a cambiare alleati e gli Stati Uniti a lasciare il Medio Oriente è un obiettivo strategico importante ma non di facile portata.
Di mezzo c’è la possibilità di una decisione israelo-americana di sganciare la bomba nucleare tattica, favorendola semmai con un attentato terroristico sotto falsa bandiera da attribuire agli iraniani.
Di fronte a questi scenari spaventosi la diplomazia dei BRICS deve intervenire. Sull’Europa difficile contare. Bisogna fermare Israele, convincere Washington a concessioni importanti in termini di riparazione dei danni e rispetto della sovranità dell’Iran che a sua volta deve rinunciare al nucleare bellico. Russia e Cina devono farsi garanti, offrendo a Teheran il loro ombrello nucleare.
Trovare una via di uscita è essenziale per tutti, per gli europei che hanno tutto da perdere. Intanto la società civile dei paesi che potrebbero essere considerati da Teheran cobelligeranti, appare ignara e intenta a godersi la Primavera. Benvenuti nel surrealismo postmoderno.
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Le promesse di Trump sulla guerra in Ucraina. Nel maggio 2023, durante un town hall della Cnn, Trump aveva detto: “Stanno morendo, russi e ucraini. Voglio che smettano di morire. E lo farò, lo farò in 24 ore”. La risolverò prima ancora di diventare presidente”, ha detto Trump durante il dibattito di settembre con l’allora vicepresidente Kamala Harris. “Se vincerò, quando sarò presidente eletto, quello che farò sarà parlare con uno e parlare con l’altro. Li riunirò”.La guerra in Ucraina potrebbe finire “entro poche settimane”, ha dichiarato lunedì il presidente americano Donald Trump in un incontro alla Casa Bianca con il suo omologo francese Emmanuel Macron. “Vedrò Volodymyr Zelensky questa settimana o la prossima, siamo vicini a un accordo sui minerali”, ha aggiunto il tycoon, alzando il velo anche su un incontro con Vladimir Putin. “Ci sarà presto”, ha promesso il repubblicano. A esattamente tre anni dall’inizio del conflitto russo-ucraino.
Trump: “Siamo molto vicini a un accordo sulla guerra in Ucraina.
Trump ritratta sulla fine della guerra in Ucraina in 24 ore: “Ero sarcastico”
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A Trump sono rimaste solo le dichiarazioni. Non riescono a fermare l’Iran, non riescono a cambiare regime, non riescono a riaprire lo stretto di Hormuz ma fa niente. Lui dichiara che gli obbiettivi sono quasi raggiunti (quali???) e che Hormuz non è un suo problema (dopo che è stato chiuso a causa sua e di quei bei “alleati” israeliani).
E’ il mondo delle parole, tu vai a tappeto ma dici di aver vinto.
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