Perché Trump, Putin, Meloni e 11 amici sovranisti vogliono mantenere Orbán al potere

(di Milena Gabanelli e Maria Serena Natale – corriere.it) – L’11 gennaio 2026 sull’account X di Orbán Viktor (gli ungheresi mettono prima il cognome) spunta un video con gli elogi del comico americano Rob Schneider seguito da 11 politici internazionaliGiorgia Meloni, Matteo Salvini, la leader del Rassemblement National francese Marine Le PenAlice Weidel della tedesca AfD, Benjamin Netanyahu, l’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, il primo ministro ceco Andrej Babis, il presidente dell’Fpö austriaca Herbert Kickl, il capo del partito spagnolo Vox Santiago Abascal, il presidente serbo Aleksandar Vucic e quello argentino Javier MileiLa crème della destra sovranista europea e mondiale va in soccorso a Viktor Orbán, l’uomo che guida l’Ungheria da sedici anni, descritto come insostituibile campione dello Stato nazione, e che per la prima volta alle elezioni del prossimo 12 aprile rischia di perdere il posto.

La violazione dei principi Ue

È dall’arrivo al governo nel 2010 che l’orbanismo concentra soldi e potere nelle mani degli amici. Giornali, portali, radio e tv sono dal 2018 sotto il controllo della Fondazione centro-europea per la stampa e i media Kesma che risponde direttamente a Fidesz, il partito del premier nato come forza liberale e diventato poi bastione del nazionalismo più intransigenteFidesz, uscito nel 2021 dai Popolari europei, è entrato insieme a Lega, Vox e Rassemblement nel gruppo dei Patrioti. Il sistema giudiziario è stato terremotato con pensionamenti anticipati, nomine politiche dei giudici e, dal 2019, una nuova rete di tribunali amministrativi sottoposta all’esecutivo. Tra il 2010 e il 2023 le società vicine al mondo orbaniano hanno vinto il 45% di tutti i loro contratti con gare d’appalto a partecipante unico, pratica ad alto rischio corruzione attenzionata da Bruxelles. La percentuale è salita al 69% tra 2024 e 2025. Secondo il rapporto del World Justice Project del 2025 l’Ungheria è all’ultimo posto tra i 27 dell’Unione europea per rispetto dello Stato di diritto, ed è il solo Paese Ue classificato come «parzialmente libero» dalla Ong Freedom House. Negli anni, le violazioni di libertà e principi base hanno portato l’Unione a bloccare il trasferimento dei fondi Ue, e in seguito a sbloccarli, alimentando il sospetto di subire il ricatto del veto. 

Diritto di veto e ricatto

Emblematico il caso del 2023, quando la Commissione decise di mettere mano a 10,2 miliardi bloccati per le condizioni del sistema giudiziario, svincolandoli proprio alla vigilia dell’importante Consiglio nel quale Orbán ha lasciato la sala, consentendo così agli altri 26 leader di approvare l’avvio dei negoziati di adesione di Kiev. Un via libera ai finanziamenti che ora la Corte di giustizia Ue, sollecitata dall’Europarlamento, raccomanda di rivedere: la sentenza potrebbe imporre la restituzione dei soldi tramite rimborso o deduzione da futuri stanziamenti. Circa 20 miliardi restano invece congelati dal 2022 a causa della stretta imposta da Orbán su insegnamento universitario, immigrazione illegale, diritti della comunità Lgbtq+ e cioè il trasferimento delle università in fondazioni pubbliche gestite da amministratori fiduciari graditi al primo ministro, respingimenti e massima restrizione del diritto d’asilo, divieto di condividere materiali su argomenti legati alla diversità di genere, sia nella scuola che sui mezzi d’informazione. Temi sui quali l’orbanismo si sovrappone perfettamente a putinismo e trumpismo. Va detto che l’Ungheria, dal suo ingresso nella Ue nel 2004 fino al 2024 è stata fra i maggiori beneficiari netti dei fondi strutturali e di coesione. Dal 2014 al 2020 gli investimenti totali, compresi i co-finanziamenti, hanno sfiorato i 30 miliardi, con 52 mila progetti riconosciuti dalla Commissione; per il settennato 2021-2027 sono stati assegnati a Budapest 21,7 miliardi in fondi di coesione e quasi 6 di sovvenzioni. Si stima che dall’inizio dell’era Orbán dal 2010 al 2023 l’Ungheria abbia ricevuto in totale tra i 60 e i 65 miliardi di euro netti.

Dare e avere: Putin e Trump

Il braccio di ferro di Orbán con Bruxelles s’intreccia al gioco di sponda con Russia e Stati Uniti. Nella Strategia di sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso, Washington mette nero su bianco tra le priorità: «Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa». Tradotto: sostenere governi e partiti sovranisti contrari al rafforzamento dell’integrazione comunitaria. Ed è il punto sul quale gli interessi della Casa Bianca e quelli del Cremlino si incontrano.
L’Ungheria oggi è in piena reindustrializzazione e sull’energia gioca una partita vitale. Con la Slovacchia, è il solo Stato Ue esentato dalle sanzioni di Bruxelles che proibiscono di comprare gas e petrolio dalla Russia, dalla quale, secondo dati del Fondo monetario internazionale, nel 2024 dipendeva ancora per il 74% del gas importato e l’86% del petrolio. Nel 2025, in visita alla Casa BiancaOrbán ottiene una deroga di un anno anche sulle sanzioni secondarie americane e si impegna a sottoscrivere contratti da 600 milioni di dollari per l’acquisto di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Qualche mese prima il Tesoro Usa ha revocato le sanzioni imposte a una dozzina di banche e istituti finanziari russi coinvolti in transazioni su progetti di nucleare civile: tra questi la costruzione di due reattori nella nuova centrale nucleare Paks 2, sulla riva destra del Danubio un centinaio di chilometri a sud di Budapest, affidata al colosso russo dell’elettricità Rosatom e finanziata dalla banca, sempre russa, Gazprombank. Con l’accordo stipulato nel 2014 Mosca si faceva carico della maggior parte dei costi tramite una linea di credito da 10 miliardi di euro, e Budapest aggiungeva aiuti di Stato per altri 2,5 miliardi. L’autorizzazione della Commissione europea all’operazione arrivata nel 2017 è stata poi annullata nel settembre 2025 dalla Corte di giustizia Ue. Però i lavori del Paks 2 sono comunque partiti ad inizio febbraio 2026.

Il pretesto dell’oleodotto

A fine gennaio 2026 i russi colpiscono, sul territorio ucraino, la parte meridionale dell’oleodotto Druzhba che porta il petrolio di Mosca al Centro Europa compromettendo anche le forniture per Ungheria e SlovacchiaKiev non può ripararlo in tempi brevi così Budapest e Bratislava si rivalgono sul presidente Zelensky e per ritorsione bloccano sia il prestito europeo da 90 miliardi del quale l’Ucraina ha disperato bisogno, sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Su un tavolo separato, Orbán pone il veto, che poi ritira, anche al rinnovo delle sanzioni individuali contro oltre 2.700 tra persone fisiche ed entità coinvolte nella guerra. Tutto questo avvantaggia Putin, e indirettamente piace a Trump perché indebolisce la forza Ue. Fidesz ha impostato la parte finale della campagna elettorale sul pericolo di essere trascinati nel conflitto. A dire degli ungheresi, l’oleodotto Druzhba sarebbe potuto tornare in funzione subito ma resta fermo solo per volontà degli ucraini. La tensione ha raggiunto livelli tali che lo stesso presidente ucraino, con toni del tutto inediti, ha minacciato di passare l’indirizzo del premier ai suoi soldati. È toccato alla Ue richiamare Zelensky e difendere Orbán.

Nel pieno della propaganda

Il voto si avvicina e in Rete dilagano profili anonimi con falsi servizi giornalistici, finti video di star hollywoodiane e contenuti generati attraverso l’Intelligenza artificiale. Lo scopo è quello di esaltare Orbán e delegittimare il rivale intorno al quale si è coagulato l’elettorato stanco di scandali e corruzione, Péter Magyar, in netto vantaggio nei sondaggi. Una vasta offensiva social riconducibile alla Social Design Agency, società di comunicazione legata ai vertici russi e sottoposta a sanzioni per passate azioni di controinformazione sul conflitto ucraino, ha moltiplicato i post a favore di Orbán, definito «leader forte con amici globali» contro Magyar rappresentato come marionetta di BruxellesSecondo la piattaforma indipendente Vsquare Mosca ha pure inviato a Budapest una squadra di agenti disturbatori del Gru, il servizio d’intelligence militare, per interferire nella campagna elettorale, come è già in successo in Moldova. L’unità farebbe capo a Sergei Kiriyenko, fedelissimo di Putin, ex capo di Rosatom. Una recente indagine del Washington Post rivela che i servizi segreti russi avrebbero suggerito di inscenare un attentato a Orbán per spostare la campagna sui temi della stabilità istituzionale e della sicurezza statale. 

La talpa nel Consiglio Ue

Sempre il Washington Postcitando fonti dei servizi di sicurezza europei, accusa il ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó, di aver riferito in tempo reale all’omologo russo Sergej Lavrov informazioni sensibili e riservate circolate in sede di Consiglio. Szijjártó ammette i contatti diretti, prima e dopo gli incontri, anche con i colleghi «di Stati Uniti, Turchia, Israele, Serbia e di tutti gli altri partner del nostro Paese». Adesso Bruxelles sa chi è la talpa di Putin dentro al Consiglio Ue, ma intanto la posizione del Consiglio nei confronti di Mosca si indebolisce. Sul fronte ungherese il governo, per tutta risposta, ha annunciato l’avvio di un procedimento penale contro l’autorevole giornalista investigativo Szabolcs Panyi per aver aiutato a rivelare lo scambio di telefonate fra i due ministri.
Ad esasperare la campagna elettorale e i rapporti con Kiev e la Bce, il 5 marzo scorso, c’è stato anche un fermo di persone e sequestro di denaro. Erano diretti in Ucraina i portavalori partiti dall’Austria, come da contratto tra le banche Raiffeisen Bank International e Oschadbank, fermati e sequestrati lungo la strada dalle autorità di Budapest per il sospetto che tra i 40 milioni di dollari, i 35 milioni di euro e i 9 chili d’oro trasportati ci fossero fondi illegali destinati alla campagna di Magyar. L’avversario di Orbán dichiara che tutti i finanziamenti sono pubblici e trasparenti; però il caso è destinato ad allargare la frattura con l’Europa: la Bce avverte che trattenere valori sul territorio Ue, a fronte di un regolare contratto fra due banche, mina l’affidabilità dei partner e la fiducia nella moneta unica.

Rush finale

«No migration! No gender! No war! Eravamo Trump prima di Trump» è il motto di ultraconservatori, populisti e nazionalisti che dal 2022 portano in trasferta il mega raduno annuale del Cpac americano nella capitale ungherese. Quest’anno si sono riuniti a tre settimane dalle elezioni. Orbán sul palco a elogiare Trump e il suo contributo alla lotta per salvare «l’anima del mondo occidentale», Trump ad augurare all’amico in videomessaggio «una grande vittoria». Nei giorni successivi il presidente Usa ha continuato a postare sul social Truth messaggi molto diretti: «Andate a votare per Viktor Orbán». Gli europei lo sanno, tra amici ci si aiuta, ma se l’interesse è solo personale non dura. Neanche tra sovranisti.