La presidente del Consiglio ha capito che Donald Trump è la sua kriptonite. Ogni cosa che il leader Usa fa è un colpo a quel ponte immaginario che aveva creduto di poter costruire con la nuova amministrazione americana

Giorgia Meloni e Donald Trump

(di Annalisa Cuzzocrea – repubblica.it) – Giorgia Meloni ha capito che Donald Trump è la sua kriptonite. Ogni cosa che il presidente americano fa negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Europa, è un colpo a quel ponte immaginario che la presidente del Consiglio aveva creduto di poter contribuire a costruire con la nuova amministrazione americana. Un’immagine che le si è ritorta contro molto presto, già con l’imposizione dei nuovi dazi all’Europa; con un Board of peace che altro non è che un comitato d’affari perfetto per dare il via a nuove guerre; con i raid dell’Ice nelle città americane che hanno spaventato gli italiani poco inclini ad apprezzare l’idea di avere ronde naziste sulle proprie strade; e infine con le devastanti conseguenze della guerra in Iran.

Solo partendo da questi semplici dati di fatto, si comprende il goffo tentativo inscenato dal governo italiano per mostrare all’opinione pubblica che il nostro Paese è guidato da persone capaci di dire no, all’America di Trump, quando serve. Che non siamo succubi di ogni scelta, che non è solo Pedro Sánchez — il premier spagnolo — a saper rispondere a tono agli Stati Uniti. Peccato sia solo fumo negli occhi.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto non ha concesso un atterraggio a Sigonella ad aerei americani pronti per andare a bombardare l’Iran semplicemente rispettando gli accordi che regolano i rapporti tra Italia e Stati Uniti in relazione alle basi statunitensi presenti nel nostro Paese. Accordi secondo i quali da noi può arrivare supporto logistico, ma non possono partire azioni «cinetiche», cioè di attacco.

Un diniego quindi nient’affatto straordinario, che è trapelato come una sorta di atto di forza. Paragonato addirittura a quando Bettino Craxi schierò i militari italiani in difesa dei dirottatori palestinesi dell’Achille Lauro, per rispettare la parola data nella trattativa per la liberazione delle centinaia di ostaggi della nave.

Un piccolo passo, una piccola presa di distanza che nulla ha a che fare con le parole nette dette da Sánchez già allo scoppio della guerra, né con il divieto di sorvolo imposto dalla Spagna ai caccia americani. La rotta iberica è meno strategica, le basi sono meno utili delle nostre, ma resta un fatto: il premier spagnolo — guadagnando enormemente nei sondaggi — ha espresso una chiara condanna della guerra sferrata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran.

Non si è limitato, come ha fatto il nostro Paese, a chiedere a Teheran di non attaccare gli alleati del Golfo o a invocare una de-escalation. Ha politicizzato i suoi atti, ha accusato Trump e Netanyahu di un’azione illegale che non porterà in alcun modo sollievo alla popolazione iraniana già soffocata dal regime. Ha fatto qualcosa che il governo Meloni non ha voluto, o potuto fare.

La presidente del Consiglio sa che l’Italia sta pagando e pagherà un prezzo altissimo per questa guerra, dopo averne già pagato uno notevole per i dazi. Proprio ieri a Bruxelles il commissario all’Energia Dan Jorgensen ha fatto i conti: «Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente i prezzi nell’Unione europea sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno aggiunto 14 miliardi di euro alla già pesante fattura dell’Unione per i combustibili fossili». Anche se la guerra finisse domani, ha aggiunto, le conseguenze sui prezzi dell’energia continuerebbero a essere molto gravi a lungo.

È una crisi che colpisce più l’Europa e l’Asia degli Stati Uniti, ma anche lì la benzina a 4 dollari al gallone sta facendo crollare la credibilità del presidente. Ed è difficile che un balletto ridicolo con una spada in mano — l’ultima delle sue sceneggiate — possa arginare la caduta. Né che possano farlo i continui riferimenti alla cristianità della sua squadra — in uscita anche il libro di J.D. Vance sulla sua conversione al cattolicesimo — visto il giudizio netto che papa Leone ha dato delle sue azioni.

Vale la pena ricordarlo, a pochi giorni dalla Pasqua: il nostro è «un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei, le vostre mani grondano sangue”».

Da tutto questo Meloni ha bisogno di stare lontana come Superman dalla kriptonite, che era la pietra del suo pianeta natale così come il trumpismo è il vento che ha soffiato nelle vele della destra italiana fino a questo momento. Ma non è semplice. Anzi, forse è impossibile.

Quando il cancelliere tedesco Merz ha detto che l’ideologia Maga non può essere quella europea, la presidente del Consiglio si è affannata a correggerlo. Preoccupata di rimarcare che la sua famiglia politica e quella del presidente americano — e di Orbán, e di Vox — sono apparentate da valori comuni.

Ma il sovranismo portato all’estremo non consente vere alleanze, e così quest’anno al Cpac di Dallas Giorgia Meloni ha mandato una delegazione minore: l’europarlamentare Carlo Fidanza, il deputato Emanuele Loperfido, ma non è apparsa in videocollegamento a celebrare il legame profondo con l’ultradestra americana, i valori cristiani dell’Occidente e tutto l’armamentario retorico che aveva profuso solo un anno fa (nonostante quel meeting si fosse aperto con un saluto romano di Steve Bannon).

Capiremo giovedì 9 aprile — dal discorso che la presidente del Consiglio farà in aula — se il passetto di lato su Sigonella è l’inizio di una narrazione diversa o uno stratagemma di corto respiro. Ma non sarà semplice levarsi di dosso il vestito trumpiano così accuratamente cucito in tutti questi anni. Supposto che davvero questa destra lo possa fare.