Il richiamo di Crosetto e il ritorno del problema rimosso

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un dettaglio, nelle parole di Guido Crosetto, che pesa più di molte dichiarazioni solenni sulla fedeltà atlantica: il richiamo agli accordi che regolano l’uso delle basi statunitensi in Italia. Perché quel riferimento, lungi dal chiudere la discussione, la riapre nel punto più delicato. Se davvero “valgono i trattati”, come il ministro ha ribadito il 4 marzo 2026, allora non siamo davanti a un automatismo permanente in virtù del quale Washington può usare il territorio italiano come una propria estensione operativa, ma a un sistema giuridico che distingue tra ciò che è già compreso nelle cornici esistenti e ciò che invece richiede una specifica autorizzazione politica italiana. È lo stesso Crosetto ad averlo confermato il 31 marzo, spiegando che gli accordi internazionali distinguono con chiarezza ciò che necessita di una specifica autorizzazione del governo e ciò che è invece tecnicamente già autorizzato perché ricompreso nei trattati.
Ed è qui che il discorso si fa serio. Perché nel momento in cui il teatro di guerra è l’Iran, e l’ipotesi riguarda operazioni offensive o comunque non riconducibili in modo lineare a una missione NATO già in essere, la questione non è più soltanto militare. Diventa costituzionale, strategica e perfino morale. Non si tratta di chiedersi se l’Italia sia alleata degli Stati Uniti. Lo è. Si tratta di chiedersi se questa alleanza implichi la disponibilità automatica del territorio nazionale per operazioni decise altrove, oppure se esista ancora una soglia politica e giuridica oltre la quale la Repubblica deve assumere una decisione autonoma. Le notizie emerse oggi sul diniego italiano all’uso di Sigonella per l’atterraggio di bombardieri statunitensi vanno esattamente in questa direzione: secondo le fonti riportate, non c’era stata alcuna autorizzazione preventiva, non si trattava di normali voli logistici e, proprio per questo, Roma ha negato l’assenso.
Il quadro normativo reale: non una zona franca americana, ma territorio italiano
La prima verità da ristabilire è molto semplice: le basi USA in Italia non sono enclave sottratte alla sovranità italiana. Sono installazioni collocate sul territorio della Repubblica e disciplinate da un intreccio di norme internazionali, intese bilaterali e accordi tecnici. Il quadro principale è noto: il Trattato del Nord Atlantico, ratificato con legge 1 agosto 1949 n. 465; la Convenzione sullo statuto delle forze NATO del 1951, ratificata dall’Italia con legge 30 novembre 1955 n. 1335; l’accordo tecnico aereo Italia-USA del 30 giugno 1954; e soprattutto il Bilateral Infrastructure Agreement del 20 ottobre 1954, il cosiddetto “Accordo Ombrello”, che regola le modalità di utilizzo delle basi concesse in uso alle forze statunitensi in Italia. A questo quadro si sono aggiunti nel tempo memorandum d’intesa, tecnici e locali, tra cui il memorandum del 2 febbraio 1995, noto come “Shell Agreement”, che prevede la stesura e la revisione di un accordo tecnico per ciascuna base. La ricostruzione parlamentare della Commissione sul caso Cermis è molto chiara su questo punto.
Questa architettura normativa dice una cosa essenziale: l’uso delle basi è regolato, non libero; delimitato, non indiscriminato; vincolato a cornici giuridiche, non affidato all’arbitrio della potenza ospitata. La stessa documentazione parlamentare ricorda che l’accordo del 1954 e le sue successive integrazioni hanno disciplinato l’uso da parte delle forze armate statunitensi delle infrastrutture concesse in uso sul territorio italiano e che il memorandum del 1995 introdusse “nuove normative e vincoli per ogni singola base”. Non siamo dunque davanti a un rapporto coloniale formalizzato, ma nemmeno a una piena parità astratta. Siamo davanti a un compromesso storico: sovranità italiana conservata sul piano giuridico, forte integrazione strategica sul piano politico-militare.
La Costituzione: il limite che la politica non può aggirare con il lessico tecnico
Il secondo livello è quello costituzionale, ed è qui che la prudenza delle formule ministeriali deve fermarsi davanti alla chiarezza del diritto. L’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Gli articoli 78 e 87 stabiliscono rispettivamente che le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari, mentre il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. L’articolo 80 dispone poi che le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali di natura politica, o che prevedono arbitrati, regolamenti giudiziari, variazioni del territorio, oneri alle finanze o modificazioni di legge. È il perimetro dentro cui deve stare ogni scelta sul possibile coinvolgimento italiano in operazioni belliche.
Naturalmente nessuno sostiene che ogni movimento militare o ogni atterraggio tecnico richieda una dichiarazione formale di guerra. Sarebbe una caricatura. Ma è altrettanto evidente che il ricorso sistematico alla distinzione fra supporto logistico, transito, difesa alleata, missione internazionale, emergenza esterna e operazione offensiva ha finito per creare una zona grigia politica nella quale si cerca di spostare il problema senza nominarlo. Il cuore della questione resta questo: se dal territorio italiano partono o transitano assetti destinati a operazioni contro l’Iran fuori da un quadro NATO formalmente definito, la responsabilità non può essere assorbita da un richiamo generico all’alleanza. Deve esserci una decisione italiana. E Crosetto, con il caso Sigonella, ha di fatto ammesso che questa decisione esiste, tanto è vero che il diniego è stato opposto proprio perché quel tipo di uso “non era previsto dai trattati”.
Il precedente di Sigonella: quando la sovranità riappare all’improvviso
La vicenda di Sigonella è istruttiva proprio perché rompe il meccanismo dell’ambiguità. Secondo quanto riportato da ANSA e dal Corriere, alcuni assetti aerei americani avrebbero dovuto atterrare nella base siciliana in funzione di operazioni verso il Medio Oriente. Ma la consultazione preventiva mancava, il piano di volo era stato comunicato mentre gli aerei erano già in movimento e non si trattava di una normale attività logistica. Da qui il diniego italiano. Non siamo di fronte a un litigio diplomatico, ma alla riaffermazione di una regola: esiste un uso ordinario delle basi, già ricompreso negli accordi; ed esiste un uso straordinario, che richiede un’autorizzazione politica ulteriore. Crosetto ha aggiunto che, per quel tipo di autorizzazione, il coinvolgimento del Parlamento deve essere sempre previsto.
Questo episodio ha almeno due implicazioni. La prima è che il governo italiano non è, giuridicamente, un notaio chiamato a registrare decisioni prese altrove. La seconda è che proprio questa facoltà di autorizzare o negare dimostra quanto sia fragile la narrazione dominante degli ultimi decenni, secondo cui le basi USA sarebbero quasi per definizione fuori dal campo della deliberazione politica nazionale. Non è così. La deliberazione esiste. Solo che quasi sempre resta invisibile, coperta da tecnicismi, prassi riservate e formule diplomatiche. La crisi iraniana, invece, la rende visibile a tutti.
La contraddizione italiana: atlantismo politico, cautela giuridica, dipendenza strategica
L’Italia si trova così di fronte alla sua contraddizione più profonda. Da un lato, vuole apparire come alleato affidabile degli Stati Uniti, soprattutto in un Mediterraneo allargato sempre più instabile. Dall’altro, non può ignorare il fatto che un coinvolgimento diretto, anche solo come piattaforma di proiezione, trasformerebbe immediatamente il territorio nazionale in parte della geometria della rappresaglia. Teheran lo ha già fatto capire in più occasioni: i Paesi che facilitano operazioni ostili entrano nella catena delle responsabilità. In termini militari questo significa esposizione. In termini politici significa perdita del margine di ambiguità. In termini economici significa aumento del rischio energetico, marittimo e commerciale in una fase in cui l’Europa è già vulnerabile.
Per questo il tema delle basi non è una disputa da giuristi o una schermaglia fra maggioranza e opposizione. È un test sulla natura reale dello Stato italiano. Se la sovranità esiste, deve manifestarsi proprio quando costa. Se invece compare solo per gli atti amministrativi minori e scompare nelle crisi strategiche, allora non siamo di fronte a una sovranità condivisa ma a una sovranità condizionata. Il punto è brutale ma inevitabile: l’Italia vuole essere un soggetto politico che decide o un territorio funzionale che ospita decisioni altrui?
Il Parlamento come punto di verità
Da qui deriva il nodo parlamentare. Non è solo questione di opportunità politica. È la sede in cui l’ambiguità deve essere sciolta. Le stesse fonti citate oggi richiamano il fatto che, per autorizzazioni non ricomprese nei trattati, il governo ha scelto di coinvolgere il Parlamento. È una scelta che non indebolisce l’esecutivo: lo obbliga a dire la verità. E la verità è che non ogni operazione compiuta da forze americane in Italia è identica sul piano politico, giuridico e strategico. Un volo logistico non è un decollo offensivo. Un transito tecnico non è l’inserimento dell’Italia nella catena operativa di una guerra regionale. Confondere tutto significa solo sottrarre alla democrazia ciò che appartiene alla democrazia.
La questione finale: chi decide davvero?
Il paradosso è che Crosetto, cercando di difendere la continuità dello Stato e la solidità dei rapporti con Washington, ha finito per rimettere al centro la domanda che la politica italiana ha sempre cercato di eludere: chi decide davvero sull’uso delle basi quando la guerra non è della NATO? La risposta, sul piano normativo, è più favorevole all’Italia di quanto molti vogliano ammettere. I trattati e le intese non cancellano la sovranità italiana; la incanalano, la limitano, la proceduralizzano, ma non la annullano. E proprio per questo ogni volta che si parla di Iran, di Sigonella, di Muos, di supporto operativo o di missioni “non ordinarie”, il governo non può rifugiarsi nel linguaggio neutro delle infrastrutture. Deve dire se autorizza, perché autorizza, fino a che punto autorizza e con quale copertura parlamentare e costituzionale.
La verità, in fondo, è semplice. Le basi non sono soltanto un dispositivo militare. Sono il punto in cui si misura il rapporto tra alleanza e sovranità. E il caso iraniano mostra che quel rapporto, lungi dall’essere risolto, è ancora il grande non detto della Repubblica. Quando la guerra bussa davvero alle porte del Mediterraneo, l’Italia scopre che il problema non è se i trattati esistano. Il problema è se abbia ancora la volontà politica di usarli per esercitare la propria sovranità, invece che per giustificare la propria rinuncia.
Per fortuna Gagliano ha le idee chiare, altri commentatori attendibili (ex militari di stato maggiore e ambasciatori) sostengono l’esistenza di clausole segrete che neanche conoscono e che comunque non potrebbero divulgare, se le conoscessero.
Senza considerare la dubbia fedeltà di politici e militari la cui carriera è sempre stata subordinata al gradimento dell’ambasciata USA.
Con queste premesse rimane l’impressione di aver assistito ad una sceneggiata e il dubbio su chi l’abbia organizzata e a che pro.
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