(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Trump invaderà l’isola di Kharg? Trump consente di azzardare una previsione sulla base dei suoi comportamenti passati. Quando Trump ha detto che stava valutando se condurre un’operazione militare, aveva già deciso di condurla. È accaduto nel giugno 2025, quando disse che stava valutando di bombardare l’Iran, e nel gennaio 2026, quando disse che stava valutando di bombardare Caracas. Da una parte, dichiarava di essere indeciso; dall’altra, costruiva l’armada. Due casi sono pochi per una generalizzazione, ma in tutti i casi osservati finora, Trump ha usato le dichiarazioni pubbliche per nascondere le decisioni operative.

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In caso di invasione, gli scenari più probabili sono tre: 1) la vittoria facile; 2) lo stallo; 3) la guerra asimmetrica. Nello scenario della vittoria facile, Trump distrugge le capacità offensive dell’Iran e l’operazione diventa un gioco da ragazzi. Questo è lo scenario assicurato da Trump. A suo dire, l’invasione di Kharg sarebbe una passeggiata giacché l’Iran è disarmato. Nello scenario dello stallo, gli americani si ritrovano circondati dagli iraniani. Nello scenario asimmetrico, gli americani mantengono il controllo dell’isola, ma l’Iran attacca le navi nello Stretto di Hormuz e le strutture energetiche dei Paesi del Golfo. È improbabile che l’Iran baci la mano di Trump per una ragione culturale. Le leadership politiche non prendono decisioni nel vuoto, ma all’interno di sistemi di valori. La classe governante iraniana ha dimostrato di non avere paura di morire perché è sorretta dalla cultura del martirio. Trump uccide i leader iraniani per spaventare i loro sostituti. Secondo la teoria della “decapitazione” di Trump, nessun iraniano accetterà una posizione di comando per paura di morire. Eppure i sostituti sono più radicali dei predecessori. È la stessa cultura del martirio che ha reso impossibile distruggere Hamas e Hezbollah. La cultura di Trump esalta la vita e i piaceri della carne più della morte e della mortificazione del corpo. Trump ha l’esercito più potente del mondo, ma non conosce la cultura guerriera. A causa del suo etnocentrismo, era convinto che il regime iraniano si sarebbe arreso al primo bombardamento. Trump ha proiettato sui leader iraniani il modo di concepire la vita dei leader occidentali, figli di una società opulenta ossessionata dall’edonismo e dalla cura estetica del corpo.

[…] I festini di Epstein sono una “mappa culturale”. Nel frattempo, Netanyahu gongola. Israele, che prospera grazie agli aiuti Usa, non ha bisogno di stabilità. L’Iran, invece, potendo contare soltanto sulle proprie forze, può prosperare soltanto nei commerci e, quindi, nella pace. Israele ha un interesse strutturale nell’instabilità del Medio Oriente. Nelle guerre civili permanenti, i suoi vicini sono più deboli. Il fatto che Israele sia un Paese così piccolo e povero di risorse condanna il Medio Oriente a una tragedia permanente. Siccome Israele è debole, tutti devono essere più deboli di lui. Gli accordi di Obama rischiavano di stabilizzare il Medio Oriente e Netanyahu ha lavorato per disfarli. Anche con un presidente trumpiano, l’Iran continuerebbe a essere povero giacché gli Stati Uniti “toserebbero” ogni suo nuovo incremento di ricchezza per proteggere Israele. L’Iran, sotto il dominio americano, non potrebbe mai sviluppare appieno le proprie potenzialità. Il controllo coloniale di Gaza richiede il controllo coloniale dell’Iran. I palestinesi devono essere privati di ogni alleato e arma per difendersi dallo sterminio. Giorgia Meloni, appoggiando tutto questo, ha rinnovato la cooperazione militare con Netanyahu per altri cinque anni ed è entrata nel Board of peace di Trump.