
(Andrea Zhok) – C’è una moralità della memoria, che noi nel mondo occidentale abbiamo dismesso.
Nella storia ogni popolo che abbia posseduto una capacità di radicamento storico ha rispettato varie forme di moralità, non solo verso l’interno, ma anche verso gli altri popoli con cui si confrontava, anche militarmente.
Popoli noti per la durezza delle proprie rappresaglie, come i Turchi o gli stessi Romani, ci tenevano molto a presentare l’eventuale crudeltà come il giusto equilibrato contrappasso per una violazione. Questa rivendicata affidabilità dei patti (Pacta Sunt Servanda) non era un segno di debolezza, ma di forza consapevole.
Per fondare imperi, per rimanere radicati in terre conquistate, era necessario fornire una cornice normativa che consentisse anche all’avversario di ieri di trovare un proprio spazio nel lungo periodo.
Lo sterminio, la cancellazione del nemico, erano legittimati solo di fronte alla percezione di una violazione dei patti.
La ragione di questa esigenza di giustizia – sia pure la propria giustizia – era semplice: l’esercizio della violenza arbitraria, del tradimento, dell’inganno non sono “immorali” perché “non sta bene”, non per ragioni formali, ma profonde: immorale è ciò che mina il “mos”, mina il costume, incrina la possibilità di convivere nella cornice dei medesimi costumi.
Che il guerriero sconfitto in battaglia divenisse schiavo può inorridirci, ma era parte delle regole del gioco (l’alternativa era farsi uccidere in battaglia). Questo non significava che tutto fosse concesso, neppure verso lo schiavo.
Il senso del comportamento morale nei confronti del nemico è semplice: serve a creare una piattaforma di convivenza nel lungo periodo, anche con il nemico vinto. Se non lo si fa, non si perviene mai davvero ad una vittoria.
L’esibizione di comportamenti irriducibilmente arbitrari, il sopruso, la violenza insensata sul più debole creano il terreno per un illimitato desiderio di vendetta e rivalsa. E questo significa che il conflitto rimarrà sotto traccia, pronto sempre a riaccendersi: la “vittoria” non giunge davvero mai perché non c’è alcuna chiusura.
Una delle ragioni per cui i nazisti finirono per essere travolti era la grande difficoltà culturale che avevano nel trattare gli altri (anche i collaborazionisti) come loro pari. Il suprematismo nazista lasciò ovunque una memoria risentita e appena la superiorità militare iniziò a scricchiolare, tutto prese a crollare rapidamente.
Questa lezione che tiene insieme politica di potenza e moralità è scomparsa nella cultura israeliana e statunitense, dove da tempo è prevalsa l’idea di Trasimaco, per cui il giusto equivale a ciò che è di vantaggio per il più forte. Va detto che il fu impero britannico, con tutti i suoi limiti, manteneva l’idea di un necessario abbinamento di potenza e moralità, che invece i suoi eredi storici hanno cancellato.
Israele e gli USA rappresentano oggi una temibile potenza militare. Di quali orrori siano ancora disposti a macchiarsi, possiamo solo immaginarlo. Hanno già mostrato di non essere neppure sfiorati dall’idea che possa esserci uno spazio per la reciprocità, per il rispetto dell’altro, per la parola data, per i patti, per una qualche forma di giustizia morale diversa dal proprio interesse.
Questo è ciò che li rende enormemente pericolosi, certo, ma è anche ciò che li condurrà al baratro. La ragione per cui una popolazione derelitta e abbandonata dal mondo come quella palestinese ha continuato a rappresentare una spina nel fianco di Israele è che la violenza arbitraria non si dimentica mai, rimane nella memoria delle generazioni.
La stessa cosa avverrà per l’Iran, per il Libano, e anche per quei paesi che ora sono apparentemente domati come l’Iraq.
Per quanto la nostra cultura secolarizzata pensi di aver raggiunto una coscienza più sgamata, resta vera un’intuizione religiosa antica: nel lungo periodo il male fatto si paga sempre.
Anche se può ai più sembrare un paradosso esiste un diritto di guerra . Esso prevede che non si attenti ai capi politici di uno stato in quanto ciò equivarrebbe a un atto terroristico dato che essi non sono militari sul campo di battaglia e in più sono potenzialmente i titolari di possibili trattative e comunque elementi rappresentativi dell’ intera comunità in conflitto. Cosa hanno fatto gli israeliani civili e democratici e i loro alleati americani ? Il perfetto contrario . Ora che la loro credibilità è scesa sotto i piedi chi vorrà trattare con loro ?
"Mi piace"Piace a 1 persona
"Mi piace"Piace a 1 persona
Ricordo che nel 1987 o 88, all’epoca in cui ci si riempiva la bocca proclamando l’affermazione progressiva e universale del diritto internazionale, il prof. Arangio-Ruiz iniziava il suo corso di Diritto internazionale sostenendo che il diritto internazionale non esiste come diritto positivo e universale, non riguarda le persone, ma rimane ancora la branca giuridica che studia i rapporti tra Potenze, le relative consuetudini e patti.
Giustamente il filosofo Andrea Zhok richiama i fondamenti pregiuridici morali e utilitari da cui discende ab antiquo il riconoscimento condiviso di qualche ius gentium totalmente misconosciuto dall’ala più “avanzata” dell’ Uccidente collettivo nel momento in cui alcuni lo invocano come foglia di fico delle pretese correlate ai propri interessi, altri ne negano l’esistenza in toto per poter ignorare ogni limite al proprio operato.
"Mi piace""Mi piace"
ci tenevano molto a presentare l’eventuale crudeltà come il giusto equilibrato contrappasso per una violazione. Questa rivendicata affidabilità dei patti (Pacta Sunt Servanda) non era un segno di debolezza, ma di forza consapevole.
Per fondare imperi, per rimanere radicati in terre conquistate, era necessario fornire una cornice normativa che consentisse anche all’avversario di ieri di trovare un proprio spazio nel lungo periodo.
Lo sterminio, la cancellazione del nemico, erano legittimati solo di fronte alla percezione di una violazione dei patti.
La ragione di questa esigenza di giustizia – sia pure la propria giustizia – era semplice: l’esercizio della violenza arbitraria
"Mi piace""Mi piace"