Ci sono buoni motivi di badare a non eccedere con l’audacia anche perché correre alle urne potrebbe rivelarsi l’ultima spericolata e perdente prova d’autore

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – 7 giugno 2026. Potrebbe essere questo il giorno in cui gli italiani tornano alle urne per decisione di Giorgia Meloni. Sarebbe il colpo di teatro, di cui c’è già traccia nei mille pensieri della premier e fatto adombrare – almeno come intendimento – nei retroscena dei giornali. Meloni deve infatti fare i conti non solo con la batosta referendaria ma soprattutto con la propria coalizione che se ne sta cedendo, sta infatti cadendo a pezzi.
Il governo così com’è sembra inservibile alle necessità. Il costo dell’amicizia con Donald Trump si sta rivelando tanto salato da rendere improcrastinabile una revisione del fidanzamento politico che sembrava fare immaginare una vera storia d’amore, diciamo così. Ma Meloni è nelle condizioni di chiudere con l’amico Donald passando di sfuggita da un punto stampa? Rinnegare la filosofia trumpiana del dominio del mondo attraverso le bombe senza spiegare e promuovere la sua terza via?
E con quali soldi si arriverà alla fine della legislatura se lo stato permanente di guerra porterà i mercati ad azzerare nei prossimi mesi ogni possibilità di immettere nelle tasche dei ceti sociali che più sono colpiti dalla crisi un po’ di euro?
C’è poi il buco nero dei ministeri rimasti praticamente senza titolare: quello del Turismo è la postazione meno grave, giacchè è un ministero senza portafoglio, le cui competenze sono in gran parte devolute alle Regioni. Invece al ministero della Giustizia risiederà per troppi mesi il principale protagonista della sconfitta referendaria: Carlo Nordio. Ogni giorno uno schiaffo, l’ultimo dei quali è la richiesta dell’Unione europea all’Italia di reintroduirre il reato di abuso d’ufficio. E cosa dire del ministero delle Imprese, guidato dall’imbelle Adolfo Urso, senza più un euro da offrire alle aziende che iniziano a boccheggiare?
Portare gli italiani alle elezioni anticipate sarebbe più ancora che una prova di orgoglio, un modo per cambiare rotta e registro narrativo e provare a deviare, bruciando sul tempo le mosse del centrosinistra, l’onda lunga favorevole all’opposizione.
Con le urne, questa l’idea, Meloni tutelerebbe il primato assoluto del suo partito, magari difendendolo dagli assalti pericolosi e imprevisti della destra radicale del generale Vannacci, in una coalizione che comunque in queste settimane cambierà pelle e tenterà a far mutare i rapporti interni. Forza Italia, l’alleata indiziata di regicidio, sarà ancora guidata da Antonio Tajani o – come la famiglia Berlusconi, (proprietaria del partito, è bene ricordarlo) chiede – non sarà invece nelle mani di una personalità esterna alla politica, magari con un leader estraneo al ceto romano e invece dentro il cerchio imprenditoriale lombardo? Una novità in casa, un nuovo competitore possibile.
Se rompe il gioco degli altri e chiama tutti alle urne, Giorgia Meloni potrà in effetti dedicarsi alla sfida finale con i progressisti a cui mancherà il tempo di realizzare le primarie. E dunque troverà Elly Schlein, la sua sfidante preferita, a contenderle palazzo Chigi.
Il guaio è che ci sono altrettanti buoni motivi, come i suoi familiari le sussurrano, di badare a non eccedere con l’audacia anche perché, visti i tempi, non è affatto detto che correre alle urne non si riveli l’ultima spericolata e perdente prova d’autore.
Figlie d’arte
(Di Marco Travaglio) – Il licenziamento di Gasparri come se fosse quello che è, un impiegato Mediaset, per mano della titolare Marina B., è passato come la cosa più normale del mondo: “La spinta di Marina: bene il rinnovamento della classe dirigente FI. Il ruolo (saldo) di Tajani” (Corriere), “La figlia del Cavaliere dà la scossa al partito”, “La manager Mondadori vuole ‘rinnovamento’” (Rep), “Scossa dei Berlusconi”, “La telefonata di Marina a Giorgia: ‘Serve un cambio di passo nel partito’. La manager testa Mulè per la leadership” (Stampa), “Marina ridisegna FI”, “Tajani blindato da Marina”, “Il piano B. per FI” (Giornale). A parte l’ingratitudine verso il Fantozzi della Megaditta che, da ministro delle Comunicazioni a suon di leggi vergogna (dl Salva-Rete4 e ddl Gasparri 1 e 2) e poi da membro della Vigilanza a botte d’insulti ai giornalisti sgraditi tipo Ranucci con carota e cognacchino, ha sempre servito fedelmente il Biscione privatizzando governi e parlamenti, vien da chiedersi a che titolo questa tizia mai eletta da alcuno parli, traffichi, decida, epuri, blindi e promuova in un partito (e, per inciso, cosa sia saltato in mente a Mattarella di nominarla Cavaliera del Lavoro). Ma soprattutto come si faccia a parlare di “rinnovamento” se si passa da un Gasparri, 69 anni, a una Stefania Craxi, 65 anni, di cui 20 in Parlamento.
In sintesi: la figlia di un premier pregiudicato per frode fiscale, sette volte prescritto per leggi fatte da lui, finanziatore della mafia per almeno 18 anni, fa campagna elettorale per il Sì con proclami su tv e giornali e con i talk fuorilegge di Mediaset senza uno straccio di esponente del No per riformare i magistrati. E poi, quando straperde, fa mea culpa sul petto dell’incolpevole (almeno su quello) Gasparri e ci mette al posto la figlia di un premier pregiudicato per corruzione e finanziamento illecito che si diede alla latitanza per sfuggire a due condanne a 10 anni di galera e a un’altra decina di processi. Incluso quello sui 23 miliardi di lire bonificati dal padre di Marina al padre di Stefania sui rispettivi conti in Svizzera, dopo che il secondo aveva regalato al primo due decreti salva-Fininvest e la legge Mammì che santificava il monopolio incostituzionale sulle tv private, poi perpetuato dall’apposito Gasparri con altre porcate. E tutto ciò, per la libera stampa, è “scossa”, “spinta”, “cambio di passo”. Ormai solo Tajani, che ne sta facendo le spese, può denunciare il conflitto d’interessi. Intanto Stefania dice che “a Marina mi lega il sentimento che legava i nostri padri” (cioè i conti berlusconiani All Iberian e quelli craxiani Northern Holding, International Gold Coast e Constellation Financière). E “i nostri padri da lassù se la staranno ridendo”. Alla parola “sentimento”, non ce l’hanno fatta più.
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Gasparri non l’ha presa bene. 😁
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purtroppo di queste “anomalie” le vediamo solo noi a casa, per l’establishment italiano, Colle compreso, è tutto normale. Che vuoi che sia, in parlamento e ministeri c’è anche di peggio, ci sono stati persino dei latitanti. Che dire del Bossi and family, santificato ultimamente, mentre gridava “Roma Ladrona” (è vero) veniva condannato in via definitiva a 8 mesi per la tangente Enimont. Il Gardini se aspettava un pò, avrebbe avuto una lunga e proficua carriera politica, minimo sarebbe diventato ministro.
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Oggi tra “Accordi e disaccordi” in TV e questo pezzo, direi un Travaglio da antologia.
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