La potenza del fuoco e la debolezza dello scopo

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – C’è un momento, in ogni guerra, in cui la superiorità militare smette di essere una garanzia e diventa una domanda. È il momento in cui la forza continua a colpire ma non sa più esattamente per quale risultato politico stia combattendo. È qui che si trova oggi Washington nel confronto con l’Iran. Non davanti a una sconfitta spettacolare, non davanti a una ritirata umiliante, ma davanti a qualcosa di più insidioso: l’erosione progressiva della propria credibilità strategica.
Gli Stati Uniti e Israele hanno certamente colpito duro. Hanno inflitto danni, distrutto installazioni, colpito infrastrutture, imposto all’Iran costi pesanti. Ma la domanda decisiva non è quante cose siano state distrutte. La domanda vera è se quei colpi abbiano prodotto l’effetto politico cercato. E qui la risposta appare sempre più incerta. Il cambio di regime non c’è stato. Il collasso del sistema iraniano non si è verificato. La paralisi dell’apparato militare di Teheran non è arrivata. La resa senza condizioni è rimasta uno slogan. E perfino il linguaggio di Washington, passato in poche settimane dalla minaccia assoluta alla trattativa forzata, mostra che il progetto iniziale si è scontrato con una realtà molto più resistente del previsto.
L’Iran ha scelto il tempo
L’errore americano è stato pensare una guerra breve contro un avversario che ragiona invece sul lungo periodo. L’apparato dispiegato nel Golfo era pensato per un urto violento, rapido, concentrato. Non per una guerra di usura. L’Iran, al contrario, ha accettato fin dall’inizio la logica del sacrificio e della durata. Non ha cercato il colpo risolutivo immediato, ma il logoramento del nemico. Ha trasformato il conflitto in una gara di resistenza politica, psicologica e strategica. In questo quadro il tempo lavora meno contro Teheran di quanto lavori contro Washington.
È il punto più importante. Le democrazie occidentali, soprattutto quando agiscono dentro coalizioni nervose e su fronti multipli, soffrono i conflitti che non si chiudono in fretta. L’Iran invece combatte una guerra che considera esistenziale. E chi combatte una guerra esistenziale accetta perdite, allunga i tempi, rinuncia all’immediatezza. Non cerca di apparire invulnerabile: cerca di restare in piedi. Questa differenza di postura pesa più di molte analisi tecniche.
Missili, saturazione e vulnerabilità
Sul piano militare il conflitto non è una guerra di territori ma una guerra di saturazione. Missili, droni, bombe plananti, intercettori, radar, sistemi antimissile: questo è il lessico reale dello scontro. In un contesto simile, l’obiettivo non è soltanto distruggere, ma costringere l’altro a consumare risorse, a spostare difese, a rivelare i propri limiti. L’Iran sembra aver lavorato proprio su questo. Prima ondate intense, poi modulazione del ritmo, per testare e comprimere la tenuta dei sistemi avversari. L’effetto non è solo materiale: è psicologico. Mostrare che la difesa non è impermeabile significa incrinare la fiducia, e in guerra la fiducia è un’arma.
Da questo punto di vista emerge un elemento sempre più delicato per gli Stati Uniti: la scarsità relativa di sistemi antimissile e intercettori. Se per sostenere il fronte mediorientale bisogna spostare mezzi da altri teatri, allora il problema non riguarda più soltanto il Golfo. Riguarda l’insieme delle alleanze americane. Ogni spostamento segnala che le risorse non sono infinite, che la protezione promessa agli alleati dipende da una gerarchia mobile delle urgenze, che la deterrenza statunitense non è più una coperta illimitata ma una coperta corta. E questo, da Seul alle monarchie del Golfo, viene osservato con crescente inquietudine.
Il paradosso delle monarchie arabe
Per anni la presenza americana nel Golfo è stata giustificata come garanzia di sicurezza contro l’Iran. Oggi quella stessa presenza produce l’effetto inverso. Le basi usate per colpire Teheran trasformano i territori che le ospitano in bersagli. Gli Stati arabi si ritrovano così in una posizione scomoda: dipendono dalla protezione americana, ma proprio quella protezione li espone al rischio. È una contraddizione devastante, perché mina il cuore del rapporto politico tra Washington e i suoi partner regionali.
Ne nasce un doppio scarto. Da un lato aumenta la prudenza delle monarchie del Golfo, che cercano canali di mediazione e non vogliono essere trascinate in una guerra totale. Dall’altro lato si rafforza l’idea che l’America non sia più un fattore di stabilizzazione, ma un acceleratore di instabilità. In Medio Oriente questo cambiamento di percezione conta quasi quanto l’equilibrio delle forze.
Kharg, Hormuz e la guerra dell’energia
La dimensione geoeconomica del conflitto è forse ancora più importante di quella militare. L’isola di Kharg, terminale vitale per l’export petrolifero iraniano, è il simbolo di questa realtà. Colpirla o cercare di occuparla significherebbe aggredire il cuore energetico del Paese. Ma proprio per questo la sua eventuale conquista sarebbe molto più facile da immaginare che da sostenere. Prendere un’isola è un conto. Tenerla sotto la minaccia continua dei missili iraniani è un altro.
Lo stesso vale per Hormuz. Non serve chiudere fisicamente lo stretto per paralizzarlo. Basta rendere troppo rischioso attraversarlo. Oggi i veri sovrani dei colli di bottiglia marittimi non sono solo le marine da guerra, ma le assicurazioni, i premi di rischio, i costi di trasporto, la paura degli armatori. È qui che l’Iran dispone di una leva formidabile. Può trasformare il rischio militare in shock economico, senza bisogno di controllare in modo assoluto ogni miglio nautico. Per l’Europa e per l’Asia significa energia più cara, logistica più fragile, inflazione più difficile da contenere. La guerra nel Golfo non resta nel Golfo: entra nelle fabbriche, nei bilanci pubblici, nei prezzi al consumo.
E se a Hormuz si aggiunge il possibile ritorno di una pressione su Bab el Mandeb, allora la crisi si allarga dal Golfo al Mar Rosso, cioè alla grande arteria che collega l’Oceano Indiano all’Europa. A quel punto il conflitto non sarebbe più soltanto una guerra regionale con effetti globali. Sarebbe una guerra direttamente globale nei suoi effetti economici.
La trattativa sotto bombardamento
Anche sul piano diplomatico l’Occidente mostra un’ambiguità profonda. Si parla di negoziato, ma sotto le bombe. Si evocano canali di dialogo, ma dentro un quadro di ultimatum. Non è diplomazia nel senso classico del termine. È coercizione armata accompagnata da un lessico negoziale. L’obiettivo non è costruire un compromesso, ma imporre una capitolazione presentabile come accordo.
L’Iran, invece, sembra aver chiarito una linea semplice: fine dell’aggressione, garanzie contro una ripresa del conflitto, riconoscimento di una cornice politica più stabile. Si può discutere quanto questa posizione sia realistica o accettabile, ma almeno risponde a una logica coerente. La posizione americana, al contrario, oscilla continuamente tra annuncio di vittoria, minaccia di escalation e apertura negoziale. Questo oscillare non rafforza la deterrenza: la consuma.
La Russia media, l’Europa sparisce
In questo quadro colpisce il vuoto europeo. L’Unione Europea non orienta il conflitto, non media, non detta condizioni. È fuori dalla stanza dove si decidono le cose. La Russia invece, senza voler entrare direttamente in guerra, conserva una carta decisiva: parla con tutti. Con Teheran, con gli arabi, con Israele, con Washington. E nel Medio Oriente di oggi chi riesce a parlare con tutti vale spesso più di chi bombarda di più.
Anche questo è un segnale del nuovo disordine mondiale. L’Occidente mantiene una superiorità tecnica enorme, ma non sempre riesce a tradurla in architettura politica. Altri attori, pur meno forti sul piano militare, si ritagliano spazio proprio nelle crepe aperte da questa difficoltà.
La sconfitta che non ha bisogno di una disfatta
Il nodo finale è qui. Gli Stati Uniti possono continuare a colpire. Possono ancora infliggere distruzioni pesanti. Possono allargare il confronto e alzare il livello della violenza. Ma tutto questo non basta a garantire una vittoria. Per vincere occorre piegare la volontà dell’avversario e tradurre la forza in ordine politico. Finora questo non è accaduto.
L’Iran ha subito colpi durissimi, ma non è crollato. Ha perso uomini e strutture, ma non la capacità di combattere né quella di resistere. Anzi, sembra aver trasformato la propria vulnerabilità in una forma di potenza strategica: la potenza di chi costringe l’avversario a spendere di più, a esporsi di più, a dubitare di più.
È per questo che il vero rischio per Washington non è una disfatta militare classica. È una sconfitta più sottile e più moderna: entrare in una guerra con tutta la superiorità del mondo e uscirne con meno autorità di prima.
Ma cosa celi dietro la tua maschera ? Sei una tigre vera o una di carta (igienica per giunta) ? Le carte che chiedevi a Zelenski tu ce l’hai? Comincio a prendere sul serio coloro che descrivono gli States come una torre in procinto di crollare sotto il peso dei suoi debiti e della sua incapacità di farci fronte come sempre ha fatto in passato ,cioè scaraventandoli su i suoi partner o utilizzando la sua forza di fuoco militare ,come in questo caso ,quello della repubblica iraniana.Ma quando si fanno i conti senza l’ oste e sottovalutando l’avversario, allora finisce un’ epoca e mi sembra questo sia proprio quel caso. Bu bu
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L’Italia ripudia nuovamente la sua Costituzione e si macchia anche del sangue del popolo iraniano? Giorgia è una serva sciocca o una sanguinaria?https://pagineesteri.it/2026/03/25/mondo/dalla-base-di-aviano-il-rifornimento-per-i-raid-sulliran/
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Gli Usa sono un impero perché hanno il dominio su una serie di stati più o meno corrotti e complici.
Un impero che però è in decadenza, la fase più pericolosa. Un impero in decadenza ma imbottito di armi.
Quando il titolare di un impero in decadenza ha la quasi certezza che chi si “ribella” non può minacciare direttamente il suolo (in questo caso per l’appunto suolo statunitense) non si fa il minimo scrupolo a scatenare guerre. Che a rimetterci siano anche o soprattutto gli stati dominati è un fattore assolutamente secondario: servi sono e da servi vengono trattati.
E penso anche che un altro presidente Usa si comporterebbe in maniera assai simile a Trump.
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Stavolta è diverso. Gli stati mediorientali che hanno accettato basi statunitensi sui loro territori l’hanno fatto per assicurazioni di protezione. Ora che questa protezione non riescono a mantenerla (visto che l’Iran li bombarda senza sosta, e per giunta a causa dell’attacco americano) giustamente mugugnano. Se le cose non cambiano addio basi militari in medio oriente e fine dell’impero USA nell’area.
Per gli stati uniti questo sarebbe un disastro, e qualcuno a Washington lo sta capendo.
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Gli USA, ancora una volta, si sono imbarcati in una guerra che non possono vincere, creerà ancora più instabilità e prezzi dell’energia alle stelle (il prezzo alla pompa in California è raddoppiato). Per non parlare del terrorismo e dell’odio sempre più devastante che il medio oriente avrà per l’occidente.
L’unica speranza è che tolgano di mezzo Trump e le sue manie di onnipotenza e mettano qualcuno che salvi il salvabile.
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