Santanchè, Delmastro, Bartolozzi: Meloni li avrebbe dimissionati se non avesse perso il referendum? Si accettano scommesse

Per cacciarli ci voleva una sconfitta

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – C’è voluta la batosta al referendum per spingere Giorgia Meloni a fare quello che avrebbe dovuto fare ben prima di conoscere l’esito della consultazione popolare che ha bocciato la riforma Nordio innescando un vero e proprio terremoto nella compagine governativa.

Daniela Santanchè, l’ultima in ordine di tempo a sloggiare (dopo ventiquattrore di braccio di ferro con la premier) dal ministero del Turismo, avrebbe dovuto essere accompagnata alla porta anni fa, per i guai giudiziari legati alla gestione delle sue vecchie aziende per le quali è indagata, tra l’altro, anche per truffa ai danni dello Stato per la Cassa Covid. Quanto ad Andrea Delmastro, sarebbe bastata la condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio, rimediata per aver spifferato al collega-coinquilino Donzelli informazioni riservate sulla visita in carcere di alcuni parlamentari di opposizione all’anarchico Cospito, in regime di 41-bis, alle quali aveva accesso in qualità di sottosegretario alla Giustizia.

Una condotta che secondo i giudici che l’hanno condannato ha “comportato un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità”. Per non parlare dell’imbarazzante vicenda della società costituita con la figlia del prestanome del clan Senese e sciolta in fretta e furia dopo la condanna definitiva dell’ingombrante genitore. Vicenda per la quale Delmastro non è indagato, ma che ha certamente gettato ulteriori ombre sull’opportunità politica della sua permanenza al ministero di Via Arenula. Per Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro Nordio, non sono state fatali le false dichiarazioni ai pm per le quali è indagata nell’ambito del caso Almasri, ma le dichiarazioni scomposte (la magistratura dipinta come “plotoni di esecuzione”) in piena campagna referendaria a farne uno dei capri espiatori della disfatta elettorale.

Per tutti e tre, del resto, il “dimissionamento” è arrivato solo ad urne chiuse e a risultato acquisito. Una mossa tardiva e calcolata per attenuare l’impatto sull’elettorato di una sconfitta netta che neppure Meloni probabilmente si aspettava. Ma che lascia intatto un dubbio: avrebbe preso la stessa decisione se avesse vinto il referendum? Si accettano scommesse.