Negli ultimi giorni, in Europa, è accaduto qualcosa che potrebbe inclinare il piano verso una sorta di “restaurazione” della democrazia come l’abbiamo conosciuta

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Per capire davvero dove sta andando l’Europa, bisogna a volte fare un passo di lato. Astrarsene. Guardarla da una distanza di sicurezza: non troppo lontano, né troppo vicino. Questa settimana mi tocca farlo da Londra, uno dei balconi affacciati sul mondo. Qui, dove la frattura con l’Europa è ancora aperta e fa ancora male: dove nel 2016 il Regno Unito ha deciso di amputarsi un braccio, e dove oggi si può osservare l’Occidente con uno sguardo un po’ più equidistante.
Da questa sponda, patria di Locke, Hume e del pensiero critico, con un occhio rivolto all’alleato febbricitante d’oltreoceano e l’altro ai compiti eterni di Bruxelles, la domanda che s’impone è semplice e brutale:
come sta la democrazia, a questa altezza del 2026? Perché – e non è più un mistero – negli ultimi tempi il mondo ha preso una brutta sbandata a destra. E non sappiamo ancora se la derapata rientrerà o se invece andremo a sbattere. E soprattutto: contro cosa andremo a impattare.
Vista da Londra, primo alleato naturale di Washington, la vicinanza a Trump appare per quello che è: un goffo tentativo di non dispiacere a un uomo ormai patetico e privo di qualsiasi parvenza morale. Eppure, fino a poco tempo fa, qui come altrove, stare accanto a lui sembrava quasi un investimento, una garanzia di sopravvivenza. A Starmer, primo ministro britannico, bastava inghiottire qualche rospo, tollerare posture, parole d’ordine, un’idea di potere senza contrappesi, per sfruttare la scia del colosso americano.
Oggi tutto questo non basta più. La guerra in Iran, voluta e gestita in modo rovinosa da Washington e Tel Aviv, la crisi economica che ne è seguita, l’uso sistematico del conflitto come distrazione di massa, hanno prodotto un effetto imprevisto. L’opinione pubblica è cambiata bruscamente. Gli stessi fedelissimi della prima hanno mollato Trump. Molti hanno cominciato a dire basta perché la misura è colma. E questo lo capisci quando si tocca la carne viva, ossia il portafoglio delle persone: la benzina, il diesel, gonfiati da una guerra dagli obiettivi surreali, e da un blocco dello Stretto di Hormuz che ha fatto impennare i prezzi dei carburanti ben oltre il 30%. E a quel punto non c’è più propaganda che tenga.
Questo fine settimana, attesa, è arrivata poi la prima prova dalle urne dall’inizio della guerra in Iran. E, non a caso, è successo qualcosa di nuovo. Si è votato in tre paesi europei diversi: Italia, Francia, Slovenia. Due fondatori dell’UE e uno Stato piccolo, ma che a Bruxelles pesa come tutti gli altri: perché in Europa – ricordiamolo – uno vale uno.
I ballottaggi amministrativi in Francia hanno detto una cosa chiara: la destra lepenista non solo non sfonda nelle grandi città, ma arretra. Parigi, Marsiglia, Lione restano al centrosinistra, con i sindaci uscenti o le coalizioni progressiste confermate di misura. Il Rassemblement National di Marine Lepen si consola altrove – città medie, periferie, zone rurali-seguendo un pattern ormai noto: come negli Stati Uniti, i progressisti vincono sulle “coste”, i conservatori stravincono nelle “grandi praterie”. Non è una vittoria definitiva. Il rischio tornerà già l’anno prossimo, alle presidenziali, dove manca ancora un candidato credibile del centrosinistra. Ma la Francia, almeno per ora, ha tirato il freno a mano.
In Italia, il segnale è stato ancora più netto. Il referendum sulla giustizia di domenica e lunedì era una sliding door: da una parte la riforma sulla Giustizia che, se avesse vinto il Sì, avrebbe inclinato il piano della Costituzione; dall’altra la difesa dell’argine. Ha vinto il No con una grande partecipazione popolare. Ed è stato un bene. Almeno per chi ha ancora a cuore le sorti della nostra democrazia.
Non perché la Costituzione sia perfetta ed immutabile nel tempo, ma perché, se proprio si deve cambiare, lo si fa in modo trasversale, senza falciare i principi che la sorreggono: indipendenza della magistratura, equilibrio tra poteri, limiti al governo di turno.
Quel No ha pertanto aperto una crepa nel racconto di onnipotenza del governo Meloni. Ha innescato una reazione a catena: le dimissioni del sottosegretario Delmastro, quelle di Bartolozzi, e infine – ieri sera – quelle del ministro Santanchè. Un terremoto che impone a Meloni di ritornare umilmente alla realtà, incrinando l’immagine di quello che sembrava ad oggi la sua “invincible Armada” lanciata verso un secondo mandato. Sono in molti a sostenere che da qui comincia una seconda era Meloni: quello senza il tocco magico. E che ora i nodi, per troppo tempo trascurati, stanno arrivando tutti al pettine.
Infine il risultato in Slovenia, che molti – erroneamente – hanno liquidato come marginale. Il premier liberale uscente ha battuto di un soffio Janez Janša, sovranista, alleato di Orbán e ammiratore di Trump. Una vittoria risicata ma sufficiente a evitare che un altro paese scivolasse nel fronte illiberale, pur dentro un parlamento frammentato che renderà complicata la formazione del governo.
A questo si aggiungono le elezioni nei Länder tedeschi della scorsa settimana: l’AfD resta forte nell’Est, ma non sfonda a Ovest. In Renania-Palatinato torna a vincere la CDU centrista mentre destra radicale non dilaga come temuto. Anche qui: niente rivoluzioni, ma una serie di “no” che, messi insieme, ci dicono che il vento forse è cambiato.
E infine c’è l’Est profondo. Ungheria e Repubblica Ceca da anni giocano una partita ambigua: ipercritici verso Bruxelles, attingono risorse dall’UE e al tempo stesso sabotano sistematicamente le sue politiche. In Ungheria, il ministro degli Esteri ha persino ammesso di riferire al ministro degli esteri russo Lavrov le posizioni europee. Una provocazione, certo, ma anche la fotografia di un parassitismo politico esercitato alla luce del sole.
Eppure, anche a Budapest qualcosa si muove. A breve, in aprile, gli ungheresi voteranno per le politiche, e per la prima volta dopo sedici anni Orbán rischia davvero, rimettendo il mandato agli elettori. I sondaggi infatti danno in vantaggio un candidato con una più solida coscienza europea: Péter Magyar e il suo partito TISZA guidano stabilmente sulle intenzioni di voto, davanti a Fidesz. Se dovesse cadere anche quel pilastro, a quel punto, resterebbe solo il “piccolo” Babiš a Praga a tenere alta la bandiera del trumpismo continentale. Piccolo e isolato.
E mentre gli Stati Uniti sfarfallano tra guerra permanente e crisi istituzionale, un’Europa più unita e democratica di quanto immaginavamo potrebbe essere la buona notizia che non ci aspettavamo più. Certo non né il paradiso terrestre, ma uno spazio politico dove il confronto dialettico è ancora possibile. Cosa non scontata di questi tempi bui.
Vuoi vedere allora che l’effetto Trump – per quella vecchia legge della reazione – sta cominciando a dare i suoi frutti? Che l’accumulo di brutture, dalla gestione della guerra alla demolizione dei contrappesi democratici, ha portato finalmente una parte dell’elettorato ad aprire gli occhi ? Chissà.
Quel che è certo è che “ogni limite ha la sua pazienza”, come diceva qualcuno, senza andarci troppo lontano. Dalle mie parti si dice meglio: “Ogni ficateddu di musca fa sustanza.” Anche un fegatino di mosca può cominciare a sfamarti. Non ci riempi la pancia, ma da qualche parte devi pur ricominciare.
E ricominciare dalla democrazia è sempre un’ottima idea. Una timida primavera sta provando a farsi strada tra i resti dell’inverno sovranista. Intendiamoci, non c’è nulla da festeggiare. Non ancora. Ma è il momento di stringere i denti e dire una serie di “no” netti, sentiti e necessari. A partire da questa deriva autoritaria mondiale che ci sta trascinando pericolosamente a un passo dal baratro.
Non solo tu Pipitone, ma quanti come te che non sanno che scrivere e leggono il futuro guardando nella “palla di vetro”.
Perchè lo fate?
Per poter un domani dire: l’avevo detto io?
Fate a chi arriva prima?
Pfuuuh!!
"Mi piace""Mi piace"