Alla maratona di Mentana, lunedì pomeriggio, sono minuti frenetici: gli exit poll danno in vantaggio il No, ma i sondaggisti avevano collegato l’alta affluenza alla vittoria del Sì: quindi, di fronte al 60% di votanti, si ingaggia una colluttazione tra la compagine governativa, ufficiale e ufficiosa, e il principio di realtà.

(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Alla maratona di Mentana, lunedì pomeriggio, sono minuti frenetici: gli exit poll danno in vantaggio il No, ma i sondaggisti avevano collegato l’alta affluenza alla vittoria del Sì: quindi, di fronte al 60% di votanti, si ingaggia una colluttazione tra la compagine governativa, ufficiale e ufficiosa, e il principio di realtà. Paolo Mieli ostenta un atteggiamento blasé: la sconfitta del Sì, per cui ha votato, gli provoca un ghigno flemmatico rivelatore di un materassino di 7-8 cm di pelo sullo stomaco. Gli altri giornalisti, del Foglio e della Stampa, sono lì a ricordarci i voti degli italiani all’estero, che possono praticamente ribaltare tutto. Ci vuole Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, intercettato mentre si allontana da Montecitorio fischiettando come i piromani, a ricordare che di solito quei voti sono del Pd.

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A pochi giorni dal voto la Meloni è andata da Fedez per prendersi il voto dei giovani; smagati editorialisti ci hanno spiegato che la difesa dei magistrati era un pregiudizio giurassico che i giovani avrebbero smantellato col loro voto “né di destra né di sinistra”; infatti, secondo Opinio, il No tra i giovani supera il 61%. A spasso per Roma, Matteo Renzi cerca i microfoni dei cronisti: la vittima è Alessandra Sardoni, che deve sorbirsi i motteggi di uno che, dall’alto del suo 2,2%, avrebbe potuto capovolgere l’esito del voto ma non l’ha fatto, anche se tutti sanno che ha votato Sì (sul Foglio aveva scritto: “Chi è nato giustizialista può pure sforzarsi di sembrare garantista ma non ce la fa. E la cultura di FdI ha ben poco di garantista”, dal che si evince che la riforma era pure troppo blanda per lui e che avrà calcato la X sul Sì con tanta forza da bucare la scheda). Ribadisce che gli piace la separazione delle carriere, ma non il modo in cui la legge era scritta: avrebbe potuto prestare a Nordio l’expertise di Verdini come Padre costituente, ma evidentemente, facendo costui avanti e indietro tra casa e il carcere di Sollicciano, dove era tornato per essere evaso dai domiciliari, era complicato. “Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare”, dice: infatti lui dopo aver perso il referendum ha lasciato la politica come aveva promesso. Per un attimo viene in mente lo scenario nel caso fossero passate entrambe le riforme costituzionali, la sua e la Nordio: un Senato di sindaci e consiglieri regionali che nomina le componenti laiche dei due Csm e dell’Alta corte; metti: un Bandecchi, sindaco di Terni, che sceglie i membri dei massimi organi della magistratura. Sulla governativa Rai1, Antonio Noto dà i risultati e in studio cala il gelo tra i due conduttori, di cui non conosciamo il nome (devono averli contrattualizzati ai primi exit poll disastrosi, altrimenti in studio ci sarebbe Vespa a officiare il rogo simbolico-rituale della magistratura).

[…] Intanto la maratona de La7, esaurito il tema referendum che non interessa più a nessuno, si trasforma in un processo a Conte che ha evocato le primarie: il sospetto è sempre che voglia riandare al governo, roba da matti. Nordio a SkyTg24 se la prende coi sondaggisti che l’avevano illuso circa l’alta affluenza=vittoria certa del Sì. La conduttrice gli chiede se pensa che Delmastro debba dimettersi. Lui, testuale: “Sa, andare a cena in un ristorante, se ho ben capito, non è che puoi chiedere la carta d’identità del proprietario”; ancora non gli è passata la voglia di raccontare minchiate. Insieme con Meloni, accetta la volontà del popolo: perché avrebbero anche potuto, volendo, chiedere a Trump di prestargli Jake Angeli detto lo Sciamano per guidare l’assalto a Palazzo Chigi dei sostenitori del No. Calenda, che si è battuto come un leone su X e in tv per il Sì (infatti manco i suoi pochi elettori gli hanno dato retta: il 32% ha votato No), evoca l’Urss pubblicando il video di una cinquantina di magistrati che cantano Bella ciao in una saletta del tribunale di Napoli: “Questo è solo l’inizio”, avverte, poi ci saranno i gulag; era meglio vedere Tajani festeggiare cantando “chi non salta comunista è” davanti al Palazzaccio. Marina Berlusconi è inconsolabile e vive uno “psicodramma” (Rep): ha aspettato la chiusura delle urne, giusto una formalità, per “dedicare la vittoria al babbo”, e invece pure il 18% degli elettori di FI ha votato No. Non ce l’ha con Tajani: “Ha fatto quel che poteva”, davvero, poveraccio.

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Premio della critica a Italo Bocchino, il quale va da Lilli Gruber a Otto e mezzo a fare campagna per il Sì che ha appena perso. Sulle prime sembra uno di quei cinghiali che si incontrano capottati lungo i tornanti di montagna; poi pian piano riprende vigore, forse ha chiesto alla moglie medico estetico di insufflarlo di botox o plasma per dimenticare (lo ha detto lui, noi credevamo che quella pelle a sederino di bebè fosse la sua naturale). Intanto si è fatto la frangetta, come tutte noi nei momenti di disperazione. Grazie agli italiani, dunque, ma non dimentichiamo i pronostici di Salvini.