Non è poi così azzardato pensare che nel governo è giunto il momento dei sacrifici umani e che sull’altare sta per essere trascinata Santanchè. Ma come si dice in questi casi, doveva pensarci prima di farla ministra

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Se davvero è questo il tempo selvaggio del ferro e del fuoco, della regressione civile e del tribalismo di giornata, non è poi così azzardato pensare che nel governo Meloni è giunto il momento dei sacrifici umani e che sull’altare sta per essere trascinata la Pitonessa.
Del resto anche il nomignolo, rivendicato con entusiasmo dalla titolare Santanchè, ha una sua risonanza fra l’arcaico e il mitologico, per quanto non sia ancora chiaro se derivante dalla figura oracolare della Pizia, che al santuario di Delfi era pure detta la Pitonessa, o da una assai greve barzelletta, pare diffusa dal primo marito del soggetto in questione, su un coniglietto al bordello – tra i due dilemmatici estremi dovendosi giostrare il giornalismo politico nel XXI secolo.
Come tutti i sacrifici umani, anche questo di Danielona è crudele, ingiusto e inutile. Se la regina Giorgia pensa di immolarla per propiziarsi i favori della Dea Stabilità, o peggio di placarne l’ira post-referendum, anche qui è lecito pensare: troppo facile. Come si dice in questi casi, doveva pensarci prima di farla ministra, quando già era chiaro che avrebbe portato guai al partito e alla compagine; e poi di difenderla, fin dall’estate del 2023, ben oltre l’indifendibile.
E siccome per nulla che è perso, nulla è mai perso, torna utile qui e proprio oggi ricordare come in quella calda stagione già s’intrecciarono le vicende di Delmastro e di Santanchè, più il caso di Apache La Russa, ma a Palazzo Chigi non trovarono di meglio che inaugurare, con nota ufficiosa, la teoria secondo cui la magistratura, i poteri costituiti e “i soliti noti” si erano messi in testa di fare l’opposizione a Giorgia, non ancora proclamata Figlia del Popolo. Dopo di che in agosto, stabili com’erano i congiunti al vertice delle istituzioni, i gruppi famigliari Santanchè e La Russa conclusero l’affarone di Villa Alberoni a Forte dei Marmi, mentre al Twiga, con raro senso dell’opportunità, pensarono bene di andare a banchettare i renziani – magari, come sembrò di capire fra le pieghe di un dibattito parlamentare, chiedendo pure lo sconto.
Ci si risparmiano digressioni sul rapporto fra l’Antico Testamento, i Maya, gli Atzechi, Ifigenia e l’assassinio rituale ed espiatorio. Ingombrante Santanchè era prima, per Meloni, e ingombrante sarà anche dopo le dimissioni, con il peso aggiuntivo dell’ira e del risentimento di La Russa, di colpo ignorato nel ruolo di padre nobile e ormai inutilizzabile come lord protettore. È anche vero che nelle ore liete cantò a Radio Atreju “Non sono una santa”, ma molto, se non tutto, lascia pensare che la Pitonessa la vivrà come un tradimento personale. Lei che alla parata del 2 giugno a voce alta fece notare alla premier: “La gente ti ama, ti adora, un successo pazzesco!”; lei che premurosamente volle accompagnare Arianna a raccogliere onori in America; lei che nel mezzo della battaglia, da combattente come solo Giorgia riesce a riconoscerne i tratti, in tal modo si rivolse ai comuni nemici: “Io sono l’emblema di tutto ciò che detestate, io sono il vostro male assoluto!”.
Poi sì, certo, la sconfitta referendaria e adesso le convenienze, gli interessi, i compromessi del potere impongono ai capi di sacrificare chi non vorrebbero. E però, nel caso di Santanchè, il carattere di fuoco non prevede né atti di sottomissione né una particolare attitudine al vittimismo. Facile al “chi se ne frega”, in un momento particolarmente critico la Pitonessa ne pronunciò uno che sembrò dilatarsi fino a giungere diretto alla figura della regina, la quale si era chiesta quale impatto psicologico potessero suscitare nell’impegno di ministra le continue vicissitudini giudiziarie. E comunque: “Nella vita – scandì un altro giorno difficile – è meglio fare invidia che pietà”.
Ciò detto, a livello di affari, di frasi stentoree a sfondo egotico e di stile nei comportamenti Santanchè ne ha combinate di cotte e di crude, e infatti a parte i fallimenti, le inchieste, i rinvii a giudizio – in una vicenda aziendale si è dovuto registrare anche il triste caso di un suicidio – ce n’è sempre qualcuna, dall’oligarca kazaco del ristorante di Cortina alla saga delle borse tarocche, su cui informazione e opposizione, governo e Parlamento l’aspettavano al varco; e in questo senso mirabile saggio di scultorea arroganza resta un comunicato diffuso dall’ufficio stampa del suo ministero: “Daniela Santanchè non ha nulla da dichiarare perché non c’è nulla da dichiarare”.
Ma poi è pur vero che dentro al potere si sta tutti sempre appesi a un filo. Chi sta in alto taglia quello che le conviene; se non lo fa, peggio per lei. In genere serve solo a prolungare quello che comunque è già destinato a finire.
Tra una saga e l’altra.
Gli Hobbit sono una razza umanoide di bassa statura (90-120 cm) della Terra di Mezzo. Protagonisti del romanzo Lo Hobbit (1937) e del Signore degli Anelli, spesso descritti come agili, silenziosi e amanti della tranquillità, definiti anche come “mezzuomini”.
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l’ex della pitonessa, SALLUSTI, si sta strappando i capelli 🤣
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