Per Meloni lo tsunami referendario non impone una presa d’atto politica personale di fronte al Parlamento e al Paese

Liberarsi delle scorie non basta

(di Carlo Bonini – repubblica.it) – Con lo stesso cinismo e ipocrisia con cui li aveva difesi oltre ogni ragionevole decenza fino alla vigilia del voto referendario, Giorgia Meloni si libera in un pomeriggio di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, sottosegretario e capo di gabinetto del ministero di Giustizia. E manda a dire alla terza impresentabile del suo governo, la ministra del Turismo Daniela Santanchè, che anche lei, per usare un termine che sappiamo caro al lessico di questa maggioranza, è diventata “carico residuale” e dunque “auspica” si tolga di torno. Possibilmente ad horas.

Per Meloni lo tsunami referendario che ha travolto la sua maggioranza e che interpella necessariamente la sua leadership non impone dunque una presa d’atto politica personale di fronte al Parlamento e al Paese, ma delle pulizie di Pasqua interne al partito. Che consentano di scaricare in una improvvisata bad company le responsabilità e i costi della bancarotta politica di un’avventura referendaria cui lei l’ha consapevolmente condotto e su cui lei ha messo la faccia. Convinta di potersene intestare la vittoria.

È uno spettacolo che conferma, ammesso fosse ancora necessario, quale sia la grammatica politica della presidente del Consiglio, la sua idea tribale del comando ma, soprattutto, la profondità della crepa che i 14 milioni di no al referendum hanno aperto nel cuore del governo svelando la formidabile debolezza che improvvisamente mostra chi lo guida. Perché se questo è l’incipit non è difficile prevedere in quale calvario la maggioranza si sia appena infilata e quale dose di rancore, diffidenza e ricatti muoveranno di qui in avanti le scelte di Meloni e quelle dei suoi due sin qui suonati azionisti di minoranza: l’azzoppato Tajani e il latitante Salvini. Quale che ne debba essere il costo.

E tuttavia è un esito che non stupisce. La protervia con cui per quasi un’intera legislatura un ministero chiave come quello di Giustizia è stato affidato alle stonate cure di un ventriloquo come Carlo Nordio (da ieri per altro declassato a ologramma), alla spregiudicatezza della “zarina” Bartolozzi e dell’avvocato della presidente del consiglio Delmastro, il ricorso sistematico alla menzogna per dissimulare dentro e fuori le aule parlamentari le responsabilità politiche del caso Almasri o dell’uso illecito di atti coperti da segreto per colpire le opposizioni (il caso Cospito), fino alle bistecche cucinate dall’uomo che lavava soldi di mafia, sono state il manifesto di come Giorgia Meloni e la sua maggioranza interpretino l’esercizio del potere. In quale considerazione tengano il ruolo dell’opposizione.

Per questo, oggi, quello stesso ministero che doveva essere il grimaldello necessario a far saltare il chiavistello a protezione dell’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato può trasformarsi nella Caporetto di chi ha concepito quel disegno che il Paese ha respinto. A Meloni non basterà infatti aver accompagnato alla porta Delmastro, Bartolozzi e, “auspicabilmente”, Santanchè, per scrollarsi di dosso i costi presenti e futuri della “leggerezza” con cui gli impresentabili che ha voluto nel cuore del governo hanno interpretato la loro funzione. Perché di questo governo Delmastro e Bartolozzi sono stati ingranaggi chiave.

E a dimostrarlo, del resto, è una semplice domanda: perché la presidente del Consiglio ha aspettato la sconfitta al referendum per chiedere a Delmastro e Bartolozzi il passo indietro che avrebbero dovuto fare prima del voto? Lo capisce chiunque: perché se lunedì pomeriggio i si avessero vinto, oggi Delmastro e Bartolozzi non solo sarebbero al loro posto, ma di quella vittoria reclamerebbero i dividendi. Ecco perché – possiamo starne certi – di Giusi “la zarina” e del pistolero Delmastro sentiremo parlare ancora.