L’atto di forza per ripristinare l’immagine di leader forte. E scatta il processo agli alleati

(Flavia Perina – lastampa.it) – La ramazzata di Giorgia Meloni è arrivata all’improvviso. Via Andrea Delmastro, via Giusy Bartolozzi, quasi-via Carlo Nordio, spedito davanti ai microfoni per un pubblico autodafé («mia la legge, mia la responsabilità») con annuncio di pensionamento a fine legislatura. Licenziata anche Daniela Santanchè, che con il referendum c’entra poco ma con i suoi pasticci giudiziari è da tempo spina nel fianco della destra. È un atto di forza e al tempo stesso di astuzia politica che risponde a un preciso obbiettivo: ripristinare l’immagine della leader forte, ricordare agli italiani che l’imprinting legalitario della destra esiste ancora ed agisce anche nei confronti degli amici. La ramazzata serve, anche, a stroncare sul nascere (o a provarci) la resa dei conti interna che segue ogni sconfitta e che avrebbe avuto come ovvi bersagli gli uomini e le donne del melonismo. Fratelli d’Italia spazza il suo campo e si mette in condizioni di giudicare quello altrui.
Il campo di Forza Italia, innanzitutto, che sul suo progetto-bandiera, la riforma che doveva portare il nome di Silvio Berlusconi, non è riuscita a convincere nemmeno i fedelissimi (il 16 per cento degli elettori forzisti ha scelto il No, il 12 per cento si è astenuto) né ha saputo mobilitare le regioni che governa. E ovviamente il campo della Lega, apparsa assai disimpegnata per tutta la campagna elettorale e infine addirittura assente, con Matteo Salvini sparito in Ungheria nel giorno fatidico del voto (hai voglia a dire «in Lombardia e in Veneto abbiamo vinto», ci mancava solo l’insuccesso in due regioni dove il centrodestra è padrone dai tempi di Bossi).
Insomma, ciascuno dei partner ha qualcosa (molto) da rimproverare agli altri ma Meloni si mette in condizione di fare lei il processo ai deboli, ai distratti, agli assenti che hanno determinato il crollo della maggioranza in 72 province su 110. Le servirà nell’attesa di affrontare la vera questione che la sconfitta pone all’intero centrodestra: il “che fare” nell’ultimo anno di legislatura, questione assai più larga e complessa della caccia al colpevole del voto del 22 giugno. Il Piano A della maggioranza, fino all’altro ieri, era chiaro e non prevedeva alternative. Vince il Sì, riforma elettorale “per la stabilità” con buon premio di maggioranza, promessa agli elettori di procedere spediti verso premierato e federalismo, larghe sponde internazionali a sostegno dell’esecutivo «più stabile d’Europa» e della premier «migliore amica di Donald Trump» nonché pontiera tra l’Europa e gli Usa. Ora ogni singolo pezzetto del racconto è andato in fumo. Ha vinto il No, la nuova legge elettorale è ad alto rischio, ogni ulteriore promessa riformista risulta impossibile, e della sponda trumpiana non ne parliamo: persino citare per nome il Presidente Usa è da un pezzo un problema.
Bisogna trovare un Piano B, problema che non era mai stato preso in considerazione, sottovalutato persino quando i sondaggi hanno cominciato a mettere in dubbio il successo referendario del centrodestra. Votare subito è strada interdetta, farebbe esplodere la coalizione: tecnicamente non si capisce come la premier potrebbe ottenere lo scioglimento delle Camere, politicamente sarebbe una bandiera bianca alzata dopo una sconfitta, impensabile. Ma se non si vota è necessario riempire dodici mesi di agenda, e occuparli con un micidiale dibattito sulla riforma elettorale (incardinata ieri in Commissione Affari Costituzionali alla Camera) risulterebbe un affronto all’elettorato galvanizzato per mesi con la prospettiva di cambiamenti maiuscoli, storici, epocali.
Meloni dovrà decidere anche sul suo Piano B personale, su come presentarsi nel 2027 agli italiani, a quale visione appendere la sua proposta, il suo status e la sua richiesta di essere confermata a Palazzo Chigi. Non le basterà certo ottenere, in sede di riforma elettorale, l’indicazione del nome sul programma. Quel nome dovrà trovarsi un ruolo nuovo. La premier delle riforme che cambiano il Paese, la pontiera, la figlia di un dio minore che si fa garante della Nazione, la sovranista, la conservatrice, quella che critica l’Europa ma la aiuta a tenersi allacciata alle destre estreme di Orban e Fico nonché alla Casa Bianca, l’underdog vincente: sono tutte carte già giocate, qualcuna con successo e altre meno, ma nessuna sarà utile nel racconto della prossima campagna elettorale.
Persino il mito della premier dei conti in ordine rischia di appassire davanti a guerre che mettono a rischio gli equilibri di bilancio e il fine-mese di famiglie e imprese. E dunque, come raccontare questa destra che rivendica un secondo giro, questa premier che punta alla conferma, per fare cosa, per condurre dove il Paese? È questo il vero tema posto dalla sconfitta elettorale e dall’azzeramento del Piano A del governo. Converrà lavorarci da subito. La ramazzata sarà utile a evitare una resa dei conti velenosa con i partner e a ripristinare una primogenitura anche morale (“chi sbaglia paga”) rispetto al resto della coalizione. Ma per inventarsi una nuova prospettiva servirà molto di più del licenziamento di personaggi screditati e delle rassicurazioni sul governo che va avanti “come ha sempre fatto”.
Premessa la mia lontananza politica stratosferica dalla premier, se fossi in lei farei una rivoluzione copernicana nel posizionamento politico riguardante le guerre . Aprire alla Russia e interrompere il rapporto armonico con Trump e Netanyahu a proposito di Palestina Iran . Così facendo metterebbe in grave difficoltà il PD. Impossibile ? Certo ,ma in politica succede anche l’ impossibile a volte.
"Mi piace""Mi piace"