Un popolo di cittadine e cittadini ha fermato una riforma che si presentava come una correzione necessaria di storture reali. Ma che in realtà interveniva nel punto più delicato del nostro ordinamento, là dove i poteri si guardano e si limitano, in modo che nessuno prevalga davvero. È stata una splendida giornata anche perché, nel fermare la prova di forza del governo delle destre, il paese ha dato una lezione di maturità democratica affatto scontata

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». La frase di Piero Calamandrei, che il tempo e la retorica hanno consumato senza riuscire ancora a svuotarla, torna oggi con una poderosa evidenza. Perché vi sono momenti nei quali una democrazia avverte che ciò che è in gioco non è una banale norma tecnica, né una disputa tra giuristi o perfino la sorte di un governo, ma il confine sottile tra l’equilibrio dei poteri e la tentazione autocratica di uno di essi.

È stata una bellissima giornata, un “miracolo italiano” (assai diverso rispetto a quello che sognava Silvio Berlusconi), perché la vittoria del No al referendum sulla giustizia, molto più ampia di qualsiasi previsione, è una vittoria della Costituzione, della Repubblica, dei principi cardine della democrazia liberale.

Un popolo di cittadine e cittadini ha fermato una riforma che si presentava come una correzione necessaria di storture reali. Ma che in realtà interveniva nel punto più delicato del nostro ordinamento, là dove i poteri si guardano e si limitano, in modo che nessuno – innanzitutto quello esecutivo, che in questa fase storica tende ovunque a soverchiare gli altri – prevalga davvero.

È stata una splendida giornata anche perché, nel fermare la prova di forza del governo delle destre, il paese ha dato una lezione di maturità democratica che non era affatto scontata.

La notizia più rilevante, insieme alla fragorosa sconfitta di Giorgia Meloni, è infatti l’emersione di una larga mobilitazione popolare, di una energia civile chissà dove finora nascosta, che si è raccolta non in difesa di una corporazione che ha ancora mille difetti, ma in nome di un principio più alto: la convinzione che il potere non possa essere lasciato solo ad autodefinirsi, chiedendo mani libere in nome di una vittoria alle politiche.

Negli ultimi anni, anche da sinistra, abbiamo raccontato – e criticato – un paese spesso distratto, disilluso, rassegnato a cedere porzioni crescenti di sovranità in cambio della promessa di ordine, di sicurezza e semplificazione. Ebbene, questo voto dice che, davanti al burrone, l’Italia si sveglia e partecipa con vigore alle scelte che determinano il suo futuro. Ed evidenzia come esista ancora, dentro la società, una “riserva repubblicana” profonda, un sentimento costituzionale che non ama esibirsi ma sa riemergere quando avverte che l’equilibrio si incrina, e che qualche pifferaio (o pifferaia) vuole mettere le mani sui diritti inalienabili conquistati dopo la tragedia del Ventennio.

L’onda gigantesca che ha travolto la propaganda del governo e dei suoi cantori ha detto No. Non era però affatto banale che una materia resa volutamente specialistica, opaca nei tecnicismi e umiliante nella scelta folle del sorteggio dei Csm, riuscisse a trasformarsi in una grande questione civile. In pochi avevano previsto (ma noi di Domani, e pochi altri media che si sono spesi, lo avevamo fortemente sperato) che attorno al referendum-truffa si formasse una partecipazione così larga, e così nitida: due milioni di voti in più sono un risultato eccezionale, anche perché solo tre mesi fa i sondaggi segnalavano 15 punti di svantaggio.

Ora, è verissimo che la magistratura ha logorato da sola il proprio prestigio e la sua immagine (anche oggi non commendevoli balletti contro Meloni hanno fatto il giro del web), a causa di correntismi e miserie di ceto che sarebbe errore grave dimenticare dopo il trionfo referendario. Gli elettori hanno mostrato di capire però quello che Meloni finge di ignorare: in uno Stato di diritto non si difendono i contrappesi solo se chi li incarna ci va a genio, ma perché senza quei contrappesi la stessa libertà dei cittadini diventa più fragile.

I cittadini hanno innanzitutto bocciato un “metodo” politico, incentrato sull’arroganza, il braccio di ferro, sull’umiliazione della controparte e la mancanza di confronto. Non solo con i magistrati oggetto della legge Nordio e con l’opposizione, ma perfino con deputati e senatori della stessa maggioranza: ogni riga dell’obbrobrio giuridico silurato dal voto è stata scritta infatti dal governo e dai suoi cantori (compresi gli impresentabili Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), e il Parlamento non ha avuto la possibilità di cambiare neanche una virgola. Come avviene nelle democrature.

Per Meloni la sconfitta è dunque politica e simbolica. La consultazione era diventata, per scelta della premier, una prova generale del suo progetto istituzionale. Dietro il linguaggio della modernizzazione della Carta si intravedeva infatti un disegno ambizioso: ridurre uno spazio di autonomia e rendere più docile uno dei poteri dello Stato. Il No ha spezzato questa traiettoria. La legge elettorale con mega premio sarà meno facile da approvare. E il premierato – fortunatamente – finirà in un cassetto per chissà quanto tempo.

L’opposizione fa benissimo a gioire. I leader dei partiti, tutti, si sono spesi pancia a terra, uniti, e il risultato è anche un loro successo. Oggi il paese sembra di nuovo contendibile, dopo tre anni e mezzo di fiele, rabbia e delusioni. Ma sarebbe infantile trasformare i voti per il No in una investitura automatica per il campo largo. Non basta ancora a costruire un’alternativa di governo. Ma il popolo ha dimostrato che, quando il campo progressista smette di inseguire le proprie divisioni e ritrova il coraggio dei principi, l’Italia risponde.