
(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Dopo mesi di annunci e indiscrezioni, ora è ufficiale: il gruppo mediatico GEDI, che controlla i quotidiani Repubblica e La Stampa, è stato venduto. Come preannunciato da un contratto preliminare sancito all’inizio del mese, La Stampa verrà venduta al gruppo editoriale italiano SAE, proprietario di diverse testate locali. Repubblica e gli altri rami di GEDI, invece, sono stati ceduti al gruppo Antenna, azienda greca di proprietà della famiglia Kyriakou, attiva nel settore dei media, delle navi, della finanza e degli immobili. Dal punto di vista economico, per il gruppo guidato da John Elkann si tratta di un fallimento: dopo anni di perdite, GEDI è stata praticamente svenduta.
Nello specifico, la holding della famiglia Agnelli-Elkann Exor ha perfezionato la cessione del 100% del capitale di GEDI al gruppo greco Antenna, controllato dalla famiglia Kyriakou, in un’operazione che segna l’uscita definitiva della dinastia torinese dall’editoria italiana dopo un secolo. L’accordo, che diventa effettivo immediatamente, include il quotidiano La Repubblica, le radio Deejay, Capital e m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria Manzoni. Il quotidiano La Stampa – storicamente legato alla famiglia – verrà invece girato nei prossimi mesi dai greci al gruppo SAE, che pubblica testate come Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara.
Nel contratto non sono previste garanzie occupazionali né indicazioni sul collocamento politico-editoriale, le due richieste avanzate dai giornalisti durante le mobilitazioni dei mesi scorsi in vista della chiusura dell’operazioni. Alla guida del quotidiano fondato da Scalfari resterà per ora Mario Orfeo, mentre Mirja Cartia d’Asero assume il ruolo di amministratore delegato del gruppo. Nel frattempo, la nuova proprietà ha promesso «nuove e significative risorse per ampliare la diffusione di Repubblica e valorizzare il lavoro, più volte premiato, dei suoi numerosi e talentuosi giornalisti», oltre a voler sviluppare un hub radiofonico nel Mediterraneo. Antenna, che è presieduta dal magnate greco Thodòris Kyriakou – che non ha mai fatto mistero della sua collocazione politica a destra e della sua vicinanza a Donald Trump – ha inoltre assicurato di voler «mantenere l’indipendenza editoriale di tutte le testate giornalistiche, preservando identità, credibilità e pluralismo di ciascun marchio».
Verso metà dicembre, in seguito all’annuncio ufficiale dell’avvio delle trattative per la vendita dell’intero gruppo GEDI, il comitato di redazione di Repubblica aveva lanciato lo stato di agitazione, mentre La Stampa aveva indetto una assemblea permanente. Già in quei giorni i portali online dei due quotidiani non erano stati aggiornati per protesta contro l’azienda. Due mesi dopo, sempre per protesta contro le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, il comitato di redazione di Repubblica ha poi deciso di incrociare le braccia: il giornale non è uscito in edicola martedì 10 febbraio né mercoledì 11 febbraio.
Leggendo la vicenda in maniera più ampia, è opportuno ricordare come negli anni in cui Stellantis (di cui Exor è principale azionista) ha ridotto progressivamente la sua presenza in Italia, con dati fallimentari su produzione e occupazione – il gruppo GEDI abbia rappresentato per la famiglia Agnelli-Elkann uno strumento di influenza sul dibattito pubblico, come sovente evidenziato da sindacati e osservatori critici. La cessione de La Stampa, che appartiene alla dinastia torinese da ben 100 anni, recide l’ultimo legame con Torino. Una città che, da sede di un gruppo che nel suo momento di massima espansione dava lavoro a circa 60mila persone nel solo stabilimento di Mirafiori, oggi vede l’indotto automobilistico ridimensionato in modo radicale, con i lavoratori del settore in gran parte in cassa integrazione o in contratti di solidarietà.
In Italia la Agnelli-Elkann chiude tutto, quindi non ha bisogno di influenzare più nessuno.
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Né più né meno
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A proposito di prenditori che odiano la nazzzione, disciamo
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Exor continua il suo percorso di uscita dall’Italia.
Uscire dall’Italia significa abbandonare settori maturi e a bassa marginalità.
Piaccia o meno è parte di un fenomeno ben più ampio: quello di molti govani e non solo che lasciano un paese che opera in settori maturi, destinati al declino e per questo mal pagati.
La logica è la stessa: mobilità del capitale dove i rendimenti sono alti, mobilità del lavoro dove le retribuzioni sono migliori.
Ciò che guadagna lo reinveste in settori ad alta marginalità, più globali ed in crescita strutturale, non ciclica.
Si libera di 10 catorci ed investe in una macchina buona.
La fine del modello storico targato Agnelli: industria+ finanza+ editoria= peso politico e sociale; con Elkan questo modello finisce.
L’unica cosa che il barone non aveva voluto vendergli era l’anello nobiliare e del resto Mazzarò non lo avrebbe comprato, non avrebbe saputo cosa farsene.
Dall’altra abbiamo un imprenditore dei media che quindi opera già nel settore, che acquista per pochi spiccioli giornali, radio, TV e che spera di creare un sistema mediatico più moderno.
Quindi la frase
“Nel contratto non sono previste garanzie occupazionali né indicazioni sul collocamento politico-editoriale, le due richieste avanzate dai giornalisti durante le mobilitazioni dei mesi scorsi in vista della chiusura dell’operazioni.”
Non è scritta a vanvera, ma esprime il timore più che fondato che nei prossimi mesi assisteremo a tagli di personale per allegerire strutture che sono antieconomiche.
In Italia l’editoria è in crisi da tempo, se riescono a trasformare GEDI, ad integrare le redazioni, allora possono farcela; diversamente, al di la delle belle dichiarazioni di circostanza, si tratta solo di accanimento terapeutico.
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