Per quasi mezzo secolo nemici perfetti, l’uno serviva all’altro per legittimare se stesso. Così fino al massacro del 7 ottobre 2023. E all’aggressione preventiva del 28 febbraio con Trump al seguito

Gerusalemme, 19 marzo: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Tienti gli amici stretti e i nemici ancora più stretti». La massima di Michael Corleone, alias Al Pacino nella trilogia del Padrino, è cara a Bibi Netanyahu. Se ne possono dare due letture. La corrente, per cui bisogna studiare da vicino gli avversari per non farsene sorprendere. L’esoterica, per cui la cosa più terribile che possa capitarti è perdere il tuo Satana. Perché niente legittima di più il potente dell’ostentarsi ultima barriera contro il Male assoluto. Nei rapporti di forza tra nazioni questo presunto machiavellismo — al segretario fiorentino si attribuiscono le più viete banalità — è regola d’oro.

Nel caso, il Nemico per definizione del primo ministro di Israele è l’Iran. Secondo lui la Repubblica Islamica incarna Amalek, capostipite della tribù biblica degli amaleciti, minaccia mortale per gli israeliti. Contrapposta al “nobile popolo persiano” — Bibi dixit in memoria del grande Ciro, salvatore degli ebrei dalla cattività babilonese. L’ossimoro Amalek/Ciro è metafora con cui l’Israele di Netanyahu e dell’ultradestra religiosa ha sempre vestito la sua strategia verso l’Iran: liquidiamo l’orrendo regime dei pasdaran per liberare i persiani ovvero iraniani, alla cui antica civiltà tanto dobbiamo.

Singolare gioco di specchi. Per l’Iran del dopo-scià lo Stato ebraico è Piccolo Satana associato al Grande (America), nel contesto meno antisemita del mondo islamico. Da spazzare via dalla faccia della Terra, stando alla propaganda ufficiale. Da preservare quale nemico utile alla ragion di Stato iraniana, nei fatti. Il più aggressivo dei patti di non-aggressione. Fino a ieri.

Iran e Israele sono stati per quasi mezzo secolo (1979-2025) nemici perfetti. L’uno serviva all’altro per legittimare sé stesso e compattare opinioni pubbliche tutt’altro che unanimi. Per Gerusalemme era il cemento strategico utile a tenere insieme le assai eterogenee tribù israeliane. La vita di Israele non era certo minacciata dai palestinesi ma dalla potenza persiana impegnata a dotarsi dell’arma atomica per bilanciare quella israeliana e sfidarne l’egemonia regionale.

Così fino al massacro del 7 ottobre, non voluto dall’Iran. Le brigate gaziane di Hamas hanno eseguito con il loro stile una versione del piano di emergenza previsto dai pasdaran in caso di scontro fuori tutto con il Piccolo Satana, che avrebbe dovuto mobilitare tutte le milizie filoiraniane dell’area.

Netanyahu ha fatto leva su quel trauma per trattare Hamas da novello Amalek, quasi Sinwar potesse alzare la bandiera del Profeta a Gerusalemme. Doppio obiettivo: salvare sé stesso dal processo per corruzione e ricompattare per quanto possibile le sconvolte tribù ebraiche attorno alla difesa della patria in pericolo. Tattica infinita spacciata per definita strategia. Vendetta venduta come ragion di Stato. Impossibile giustificarla con la sola minaccia di Hamas.

Segue apertura di sette fronti, riconducibili a soggetti trattati da marionette di Teheran. Sullo sfondo, il supplemento propagandistico del Grande Israele biblico, dal Nilo all’Eufrate, che suppone lo Stato ebraico titolare per dettato divino di un impero mediorientale. Con la copertura degli Stati Uniti, alias Grande Satana per Khomeini ed eredi. Di qui lo scontro diretto con l’Iran, culminato nell’aggressione preventiva del 28 febbraio con Trump al traino.

Oggi il cambio di regime a Teheran non è più l’obiettivo di Gerusalemme. Lo scopo della campagna in corso è la fine dello Stato iraniano. Ovvero di ciò che rimane dell’impero persiano. Bibi è politico troppo smagato per immaginare di poter insediare il figlio dell’ultimo scià sul Trono del Pavone. All’ordine del giorno è l’impazzimento della maionese iraniana giocando sia sulle faglie etniche che sull’insofferenza di buona parte della popolazione per il regime.

Senza fretta, anzi. Una vittoria-lampo riporterebbe prima o poi Israele a cercarsi un altro nemico esistenziale. Alla fine, il Medio Oriente ideale per Israele è uno spezzatino di semi-Stati o terre di nessuno, con al centro un solo Stato vero, ricco, potente e atomico: sé stesso.

Nelle parole di Ze’ev Elkin, esponente del partito di Bibi, il senso degli attacchi israelo-americani all’Iran: «Ogni giorno di questa campagna è un’immensa benedizione». Addio al Padrino. Almeno fino a quando l’America non smetterà di armare lo Stato ebraico. O peggio Israele, ubriaco di caos, si strangolerà con le sue mani.