(Michele Agagliate – lafionda.org) – Giorgia Meloni non è andata da Fedez e Mr. Marra per farsi intervistare. È andata per parlare. E lo ha fatto. A lungo, senza fretta, senza essere davvero interrotta, senza essere costretta a rispondere fino in fondo a una sola domanda scomoda. Il resto è contorno.

La puntata del podcast Palp, pubblicata a tre giorni dal referendum, è stata presentata come “luogo di dibattito politico”. In realtà è stata una cosa molto più semplice: un ambiente favorevole in cui la Presidente del Consiglio ha potuto fare campagna per il “Sì” con il tono rilassato di chi non deve difendersi, ma spiegare. O meglio: raccontare.

Le domande, sulla carta, c’erano anche. Iran, Stati Uniti d’America, Israele, decreto sicurezza, servizi segreti, referendum, Barbero. Tutto il repertorio. Il problema non è mai stato il tema, ma il seguito. Perché una domanda è scomoda solo se non ti lascia scappare. Qui, invece, ogni volta che il discorso si avvicinava a un punto critico, si apriva immediatamente il corridoio largo: risposta lunga, ragionamento generale, cambio di piano, e via alla domanda successiva.

Sul Medio Oriente, ad esempio, la Meloni riesce in pochi minuti a fare tutto: dichiarare la propria preoccupazione per la crisi del diritto internazionale e, nello stesso tempo, normalizzare l’azione statunitense e israeliana dentro una logica di necessità. Una contraddizione politica evidente, che in un’intervista vera avrebbe richiesto un semplice “si fermi lì”. Non arriva. Si scivola via.

Sul decreto sicurezza, stessa storia. La domanda è potenzialmente esplosiva: non punibilità per agenti dei servizi coinvolti in operazioni che includono anche reati gravi. Risposta: retorica sull’eroismo degli agenti, spostamento dal piano giuridico a quello morale, rassicurazione generica sulle autorizzazioni. Fine. Nessuno chiede quali controlli, quali limiti, quali garanzie. Nessuno chiede chi controlla chi. Tutto si risolve nella formula più pericolosa che esista in uno Stato di diritto: è una questione di fiducia.

Poi arriva il referendum; e il podcast smette proprio di fingere. Meloni si prende il campo e lo occupa senza opposizione: il voto non è su di me, ma chi vota No lo fa contro di me; il Sì è buon senso, merito, efficienza; il No è ideologia, paura, difesa dei privilegi. Un classico. Funziona sempre. A patto che nessuno ti chieda: dove sta il nesso tra questa riforma e gli effetti che promette? Dove sta la prova che cambiare l’assetto del CSM produca automaticamente meritocrazia ed efficienza? Non arriva neanche quella.

Si parla di separazione delle carriere, di sorteggio, di Alta Corte, di responsabilità disciplinare. Tutti temi tecnici, complessi, pieni di conseguenze indirette. Ma il livello resta quello del racconto: esempi estremi, percentuali buttate lì, casi scandalosi, magistrati che fanno carriera nonostante errori clamorosi. Materiale perfetto per convincere; molto meno per capire. E infatti nessuno ferma mai il discorso per chiedere: questo è un caso limite o la regola? Questo dato da dove viene? Questo problema verrebbe davvero risolto così?

Il momento Barbero, teoricamente il più interessante, dura il tempo di una risposta. L’obiezione è semplice: se la lista da cui si sorteggiano i membri laici la decide la politica, il sorteggio non elimina il filtro politico. Meloni liquida tutto tra “malafede” e “tesi surreali”, promette che la legge attuativa sistemerà le cose, evoca il presidente della Repubblica come garante. E lì finisce. Nessuno fa la domanda che brucia davvero: se tutto dipende dalla legge attuativa, perché si chiede agli elettori di votare su una promessa?

Il punto è che non c’è stato un momento, uno solo, in cui la Presidente del Consiglio sia stata costretta a difendere una contraddizione fino in fondo. Non uno. Non è stata incalzata sui dati, non è stata fermata sulle semplificazioni, non è stata costretta a distinguere tra propaganda e realtà. Ha potuto parlare come si parla quando si ha il controllo del tempo e del tono; cioè bene.

E sia chiaro: Fedez e Marra non si comportano da valletti dichiarati. Fanno qualcosa di più contemporaneo: costruiscono un ambiente morbido, poroso, quasi complice, in cui il potere non viene attaccato frontalmente, ma accompagnato. Ogni tanto una puntura, mai una lama. Ogni tanto una critica alla comunicazione, mai un attacco alla sostanza mentre la sostanza viene raccontata.

Il risultato è che la Meloni ottiene esattamente quello che cercava: non un confronto, ma una platea; non un contraddittorio, bensì un corridoio. Un luogo dove può sembrare accessibile senza essere davvero messa sotto pressione.

Ed è qui che la questione diventa politica sul serio. Perché non è un caso che questa comparsata arrivi a tre giorni dal voto. E non è un caso che non sia avvenuta in un contesto ostile, tecnico, incalzante. La Meloni, come molti leader prima di lei, evita sistematicamente gli ambienti dove rischia di essere davvero torchiata e preferisce quelli dove può gestire il ritmo, allargare le risposte, spostare il discorso. È una scelta. Legittima, per carità. Ma politicamente rivelatrice.

Un Presidente del Consiglio non dovrebbe cercare solo i luoghi dove può parlare bene. Dovrebbe accettare anche quelli dove può essere messo in difficoltà. Dove qualcuno gli dice: no, questo non basta. No, questo non torna. No, risponda. Qui non è successo.

È successo il contrario: un podcast che si presenta come spazio di dibattito e finisce per funzionare come una zona franca. Non una marchetta esplicita, troppo volgare. Qualcosa di più elegante. Più pulito. Più efficace.

Aveva davvero senso guardare questo video aspettandosi di vedere la Presidente del Consiglio messa alla prova su una riforma così importante?

Se questo è il livello del confronto sulla giustizia, la risposta è una sola.

NO.