Da Gemonio a Madama. Il federalismo di Miglio, il celodurismo e l’incontro con B., prima “mafioso” poi “statista”. Infine la malattia e gli ultimi anni malinconici

Il Po, Berlusconi e Salvini:  le vite spericolate di un abile bugiardo di nome Bossi

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] Tre vite ha avuto l’Umberto Bossi da Gemonio, padre operaio, madre portinaia. La prima vita è stata un pasticcio, passata tra i bar di Castel Magnago a tirar mattina con il biliardo e a dragare signorine nelle discoteche di Besnate. È simpatico, esagerato, eccentrico. Si veste e canta come Don Backy, il ribelle del Clan, indossa il nome d’arte di Donato. Fa un 45 giri che si chiama Caterpillar. Ma è stonato.

Con le bugie invece è ugola d’oro: nei bar dice di correre i 100 metri in 12 secondi. A casa racconta che frequenta la Scuola per corrispondenza Radio Elettra di Torino, mentre alle fidanzate confida che studia l’uso del raggio laser in Medicina. A 28 anni prova a lavorare un paio di mesi all’Automobil Club di Varese, ma l’orario fisso lo annoia, perde i documenti, non sa scrivere a macchina. Lo cacciano. Dirà: “La mia vita è sempre stata così, ogni mattina mi butto la giacca sulle spalle e parto, quello che viene, viene”. Ma neanche quello è vero. Vive coi soldi di mamma e poi con quelli della prima moglie, Gigliola, commessa a Gallarate. Due volte racconta di essersi laureato. Due volte la moglie lo festeggia con i regali e pure con un figlio, il primogenito Riccardo. Quando si accorge del doppio inganno, lo caccia.

[…]

A 34 anni l’incontro della vita con l’autonomista valdostano Bruno Salvadori, “un uomo politico di ideali puri”, dirà l’Umberto che imparerà a memoria il decalogo dell’Union Valdôtaine dove si teorizza “l’autodeterminazione dei popoli contro gli stati centralisti”. L’intuizione è sostituire le fredde montagne di Salvadori, con le nebbiose pianure del Far West padano, i cavalli al galoppo, i Winchester che a breve diventeranno lo spadone di Alberto da Giussano, il condottiero fantasma della Lega Nord contro lo straniero Barbarossa.

Da quel momento in poi, la seconda vita di Bossi è stata un trionfo che neanche immaginava. Una fenomenale sequenza di favole, rivendicazioni sociali, intuizioni politiche, che lo porterà fino ai Palazzi romani, nominandosi “Senatur”, eletto nel 1987 con 9 mila preferenze e la promessa tra i denti: “Si avvicina l’anno del Samurai, quando la Lega taglierà la gola al Sistema da orecchio a orecchio”.

Sembra una sfida a vanvera. Ma quando dal cielo del Nord arriva la manna di Mani Pulite che liquida i vecchi partiti di “Roma Ladrona”, e da quello del Sud salgono i boati di Capaci e di via D’Amelio, l’incantesimo si avvera. Nella città infinita della Pianura e delle valli, Umberto trova il suo esercito disposto a seguirlo nella rivolta. Sono i nostalgici del piccolo borgo antico. Gli scontenti della classe operaia addetta ai nuovi capannoni della piccola impresa senza rappresentanza, le partite Iva ribelli al fisco e alla burocrazia, gli orfani della sinistra troppo elitaria, e della destra troppo centralista. Gli spaventati della globalizzazione, gli insofferenti all’immigrazione che li minaccia. E i gonzi che credono alla nuova patria.

Il crucco Gianfranco Miglio, politologo e satanasso, gli insegna un po’ di federalismo. Bossi lo impasta con una intera cosmogonia dove il Dio Po scorre a fertilizzare la Padania. Inventa la sacra Ampolla. Si intesta l’inno del Va’ Pensiero e la bandiera verde che diventerà la buffa divisa della Guardia Padana. Inaugura una nuova retorica politica fatta di invettive, gestacci, insulti accompagnati da una rivelazione di linguaggio e di programma: “La Lega ce l’ha duro!”. Perfezionando uno stile, battezzato barbarico, che esibisce le giacche stazzonate e la canottiera come simboli di purezza popolana, il dito medio come scettro del nuovo Regno federale. […]

Seleziona i suoi scudieri – da Bobo Maroni, tastierista dei Distretto 51, al Calderoli dentista – pesca una seconda moglie, Manuela Marrone, battezza tre figli, e un raduno l’anno a Pontida: “Siamo noi la Storia!”. Ma passando da Arcore, finirà per lasciarsi sedurre dall’altro titolare della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, i suoi soldi, le sue televisioni, la sua politica spregiudicata che punta dritto al potere. Berlusconi è l’amico-nemico. È il “Berluscatz mafioso” che diventerà “il Silvio statista” e infine il Silvio padrone della Lega per debiti.

[…] La terza vita comincia nella notte dell’ictus cerebrale, 11 marzo 2004, ricovero all’ospedale di Varese, 21 giorni di coma farmacologico, 50 di terapia intensiva, 13 mesi di riabilitazione. La malattia lo imprigiona per sempre, spingendolo nella nebbia del Cerchio magico, ostaggio della moglie, dei figli, dei fedelissimi che si riveleranno i più infedeli, compreso Matteo Salvini, l’erede, che traslocherà i simboli e l’epopea del movimento, nel cestino del nuovo partito sovranista.

La sua storia finisce malinconica nella cartellina del tesoriere Belsito, intitolata “The Family”, con le maiuscole, ad annotare la contabilità di una dinastia ridotta a regnare su un po’ di contante nascosto, la finta laurea del figlio tonto, i buoni benzina a scrocco dell’altro figlio pilota, le fatture del dentista, persino le canottiere pagate dal partito, proprio come i “forchettoni dei partiti di Roma”. E insieme a quella miserabile ricchezza trafugata, anche un’immensa massa di macerie: il parlamento del Nord, la libertà dei popoli, il federalismo, la secessione.

[…]

Nelle sue antiche notti di comizi sotto le stelle di Lombardia, raccontava: “Io vengo dalla gavetta, sono un uomo di strada e viaggio in groppa come i miei avi con la carne cruda tra il sedere e il cavallo”. Non era vero niente. Stava imbrogliando l’Italia e gli italiani, ma di sicuro si è divertito un mondo.