Un paio di agganci tra il passato prossimo e la storiaccia di questi giorni

Delmastro e il Partito della Bistecca

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Riguardo alle infauste incursioni del sottosegretario Delmastro e di diversi fratelli e sorelle d’Italia nel promettente, ma rischioso comparto delle steak-house, forse non tutti sanno che nell’Italia affamata dei primi anni ‘50 ebbe vita e tentò anche di presentarsi alle elezioni un vero e proprio Partito della Bistecca.

In tal modo lo battezzò, con tanto di simbolo (una vitella), inno (composto da un sacerdote di Castellammare) e programma (4 etti e 50 di bistecca garantiti a ogni italiano) un eccentrico personaggio, Corrado Tedeschi, che aveva conosciuto il successo con l’editoria dei cruciverba. Siamo sempre stati un paese, pardòn una Nazione un po’ stramba, per cui più o meno in contemporanea al PdB, nella ripristinata democrazia si affermarono altri bizzarri esperimenti e raggruppamenti politici fra i quali, sempre con il pensiero rivolto all’alacre e ardente sottosegretario di via Arenula, varrà la pena di ricordare quello intitolato “Grassi e Giustizia”.

Un secondo aggancio fra il passato prossimo (ormai forse remoto) e la storiaccia di questi giorni sta nel nome che Delmastro, gli esponenti FdI della federazione di Biella e la teen-ager inopinatamente divenuta loro socia con allegra naturalezza hanno assegnato alla società bistecchiera: “Cinque forchette”. Proprio quando Tedeschi venne arrestato per aver falsificato le firme utili per partecipare alle elezioni del 1953, la macchina propagandistica del Pci, guidata da Giancarlo Pajetta, rinvenne nel linguaggio popolare il più fulminante fra gli slogan per qualificare i democristiani e la loro fame di potere: “Forchettoni”.

Slogan comunista degli anni Cinquanta contro la Dc
Slogan comunista degli anni Cinquanta contro la Dc 

C’era in ballo anche allora, come oggi, un premio di maggioranza e l’epiteto, declamato nei comizi e illustrato sui muri con alcuni nanetti che trasportavano in spalla coltelli e forchette, rispondeva a una verità addirittura proverbiale che non solo si adatta alla vicenda della bisteccheria sovranista, ma un po’ spiega anche la scarsa difesa che Delmastro ha ottenuto dai suoi stessi compagni di partito; e cioè che chi mangia da solo si strozza.

Vero è che altri anche autorevoli Fratelli e sorelle d’Italia, una volta assaggiato il succoso e nutriente frutto del governo, hanno intrapreso con entusiasmo e congrui ricavi una serie di business tanto legittimi quanto, forse, inopportuni nel campo, per dire, della sicurezza e dei bed and breackfast.

Ma per completare, ormai senza freni, il triduo dell’irrilevanza si consiglia vivamente di osservare il simbolo, l’emblema, lo stemma, il marchio, il brand o quello che è e che comunque campeggia sull’insegna della steak-house già appartenuta ai cinque patriottici forchettoni in via Tuscolana.

Si vedono dunque due bistecche crude e stilizzate circonfuse da una corona di alloro tipo associazione combattentistica, e delle posate in basso. Ma il punto che qui si vorrebbe mettere in evidenza, anche con un certo sgomento, è che quelle bistecche si stagliano su campo tricolore. Al che, considerato la permanente esposizione di bandiere, nastrini, braccialetti e luminarie bianche rosse e verdi, e la sonante retorica che l’accompagna in ogni sede comunicativa del governo in nome dell’orgoglio italiano, beh, per tale corredo merceologico, compresi i sospetti di affari con soggetti poco raccomandabili, s’invocherebbe la categoria dell’osceno, nel senso di un deragliamento ipervisivo, di un’eccedenza che ha abolito in via definitiva la distanza tra soggetto e oggetto – a parte gli aspetti etici.

Ma queste sono oscure elucubrazioni. Molto meno lo è lo stato d’animo che, secondo le cronache, a tre giorni dal referendum si registra nei confronti di Delmastro e delle sue iniziative imprenditoriali nel “Melonometro” umorale che detta legge a Palazzo Chigi. Qui la lancetta indica “furia e tempesta”, ma in mancanza di atti conseguenti, tipo dimissioni dell’improvvido sottosegretario, varrà la pena di riconoscere a Giorgia, la Figlia del Popolo, davvero una immensa pazienza – tanto più immensa, si può aggiungere con un pizzico di malizia, quanto il far parte come Delmastro alla “generazione Atreju” fin troppo spesso si traduce in una specie di salvacondotto.

Passaggio di carte riservate sulle carceri al coinquilino, con serie conseguenze giudiziarie, boutade e scenette di dubbio gusto su argomenti assai delicati, sparo di Capodanno (anche se il sottosegretario in quel momento era andato a “buttare via l’immondizia”). Enough is enough, abbastanza è abbastanza, era il motto della Thatcher, faro di ogni buon conservatore. Qui in Italia, culla dell’occidente, si direbbe che il troppo stroppia, ma siccome c’è il referendum si vedrà dopo.