
(Stefano Bernabei – Reuters) – L’Italia ha goduto di una stabilità di governo insolita da quando la premier Giorgia Meloni è entrata in carica più di tre anni fa […]. Ma le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, lanciati il 28 febbraio, stanno mettendo in luce una serie di vulnerabilità dell’economia italiana che […] rischiano di minare il consenso di Meloni tra imprese ed elettorato.
Il differenziale di rendimento tra i BTP italiani di riferimento e i Bund tedeschi equivalenti — un indicatore chiave della fiducia degli investitori nell’Italia — era sceso all’inizio dell’anno sotto i 60 punti base, il livello più basso dal 2008.
Questo cosiddetto “spread” si è però ampliato di oltre 20 punti base nelle ultime due settimane. Nello stesso periodo, i prezzi internazionali di petrolio e gas sono aumentati, incidendo sui bilanci di imprese e famiglie in un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.
Ecco cinque fattori di crescente preoccupazione per Meloni:
PETROLIO PIÙ CARO, RENDIMENTI BTP PIÙ ALTI
Questo grafico mette insieme tre variabili: prezzi del petrolio, rendimento dei BTP decennali e spread BTP-Bund. L’Italia, con il suo enorme debito pubblico, tende a soffrire più di altri Paesi dell’eurozona quando i mercati passano a una modalità “risk-off” in fasi di instabilità globale o temono tassi d’interesse più elevati.
L’aumento del costo del debito arriva mentre il governo non è riuscito a ridurre il deficit di bilancio al 3% del PIL come previsto lo scorso anno, lasciando Roma sotto procedura d’infrazione dell’UE, che limita la libertà di spesa di Meloni in vista delle elezioni del 2027.
L’AUMENTO DEL GAS FA SALIRE LE BOLLETTE
Il sistema elettrico italiano, a differenza di quelli di Paesi come Francia e Spagna, dipende fortemente dalla produzione a gas. Questo significa che qualsiasi aumento del prezzo del gas si trasferisce rapidamente sulle bollette di imprese e famiglie.
È un problema significativo per un governo che aveva costruito parte della propria credibilità sulla gestione della crisi energetica interna scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
IL MANIFATTURIERO RISCHIA DI PEGGIORARE
Il settore manifatturiero italiano è in difficoltà da tre anni, frenando la crescita della terza economia dell’eurozona. Finora, tuttavia, i gruppi industriali — una base elettorale centrale per Meloni, soprattutto nel Nord — hanno sostenuto il governo. Se i costi energetici e i rischi geopolitici resteranno elevati e la domanda estera si indebolirà, continueranno a farlo?
L’AGRICOLTURA SOTTO PRESSIONE PER I FERTILIZZANTI
Il crollo del traffico nello Stretto di Hormuz e le interruzioni delle catene di approvvigionamento nei Paesi del Golfo stanno colpendo anche l’agricoltura italiana — fortemente dipendente dai fertilizzanti importati — e minacciano il settore agroalimentare del Paese.
[…] Anche le esportazioni agroalimentari italiane stanno soffrendo: Coldiretti stima perdite già superiori a 100 milioni di euro per il settore florovivaistico nella sola Sicilia, con oltre 2.000 container di piante e fiori destinati ai mercati del Golfo bloccati in transito.
TURISMO IN DIFFICOLTÀ
Con il conflitto in Medio Oriente che sconvolge i collegamenti aerei da e verso la regione, gli operatori turistici italiani lanciano l’allarme.
Oltre mezzo milione di viaggiatori — per lo più ad alta capacità di spesa — sono arrivati in Italia lo scorso anno dai Paesi del Golfo […], in aumento del 18,3% rispetto al 2024, secondo i dati dell’ENIT.
Un rapporto della società di pagamenti Nexi ha mostrato che i turisti della Penisola Arabica hanno raddoppiato la loro presenza nel 2024 rispetto al 2022 e hanno speso quasi 1.000 euro per carta di credito, più del doppio della media dei visitatori stranieri.
Un calo dei turisti benestanti del Golfo potrebbe essere in parte compensato da arrivi da altre regioni, ma l’associazione delle agenzie di viaggio Fiavet ha stimato l’11 marzo perdite già pari a 38.800 euro per agenzia. Le perdite complessive [… superano i 222 milioni di euro, con solo il 17% dei viaggiatori che ha accettato destinazioni alternative.
"Mi piace"Piace a 4 people
"Mi piace"Piace a 1 persona
"Mi piace""Mi piace"
Le difficoltà c’erano già prima.
A riprova, l’Italia non è riuscita ad uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo prima che iniziasse l’aggressione all’Iran.
Le vicende attuali possono accelerare un processo che c’era già.
Quanto al fatto che si possa interrompere questo “idillio” dipende da come la vicenda sarà presentata all’opinione pubblica.
Meloni potrebbe approfittarne per mascherare la sua incompetenza usando a pretesto la guerra per giustificare che le cose vanno male; non male come alibi mediatico.
"Mi piace""Mi piace"
PINO ARLACCHI (ifq)
IL CUORE DEL DOLLARO COLPITO NEL GOLFO
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.
Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.
L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro. La ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.
Questo sistema poggia su tre colonne. La prima è la produzione di gas, petrolio e derivati: il Golfo Persico contiene circa il 48% delle riserve mondiali di petrolio accertate, e attraverso lo Stretto di Hormuz transita quotidianamente l’80% dell’output petrolifero della regione e circa il 20% di quello mondiale. La seconda colonna è il pagamento in dollari: dal 1974, per accordo esplicito con Washington, l’Arabia Saudita e gli altri produttori hanno accettato di denominare in dollari la vendita del proprio petrolio, dando luogo a una domanda permanente di valuta Usa. La terza colonna è la protezione militare: grandi basi con decine di migliaia di soldati distribuite tra l’ingresso di Hormuz e l’Iraq – da Camp Doha in Kuwait alla mega-base di Al-Udeid in Qatar, dalla V flotta della Marina Usa di stanza a Bahrein alla base di Al Dhafra negli Emirati. È un sistema di mutuo rafforzamento: il petrolio viene venduto e riciclato in dollari e i soldati americani proteggono i regimi del Golfo dall’instabilità interna e dall’aggressione esterna. Un cerchio virtuoso per Washington, un cappio stretto intorno al collo di chiunque voglia sfidare la supremazia del dollaro.
Tutte e tre queste colonne vacillano paurosamente in questi giorni. Gli orrendi, sporchi, etc. ayatollah di cui sopra hanno lucidamente individuato il punto di massima fragilità del sistema: la fiducia dei petro-monarchi del Golfo nella capacità americana di proteggere i loro regimi, le loro industrie e i loro soldi. Fiducia iniziata a svanire nel 2019 e dissolta nella prima settimana di questa guerra con gli attacchi iraniani che hanno devastato senza grandi ostacoli infrastrutture critiche della produzione di idrocarburi del Golfo e colpito basi militari ritenute invulnerabili. La chiusura di Hormuz ha completato l’opera.
L’assaggio di quanto sta accadendo, d’altra parte, c’era già stato nel settembre 2019, quando un attacco di droni iraniani manovrati dagli Houthi mise fuori gioco il 5% dell’offerta mondiale di petrolio e fece schizzare il prezzo del Brent di oltre il 15% in una sola seduta. Oggigiorno, un attacco prolungato, abbinato alla chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso mine navali, missili costieri e sommergibili, può portare, secondo le stime più conservative, il prezzo del petrolio oltre i 200 dollari al barile.
Le conseguenze sull’economia mondiale possono essere brutali. Un raddoppio del prezzo del barile può innescare una recessione profonda nelle economie industrializzate importatrici, a cominciare da Europa e Giappone. Ma il danno più grave non si limiterebbe al breve termine: consisterebbe nell’inizio della fine del petrodollaro, e del dollaro di cui consiste. Nel breve periodo, i giganti del petrolio potrebbero registrare utili straordinari. La guerra fa bene alle compagnie petrolifere, ma non fa bene al meccanismo che tiene in piedi l’intera baracca.
La guerra non fa affatto bene alle monarchie del Golfo. Se esse vengono destabilizzate militarmente – i loro impianti colpiti, la loro stessa sopravvivenza politica messa in discussione – il flusso di capitali che da decenni scorre dalla Penisola Arabica verso Wall Street può interrompersi e invertirsi. I fondi sovrani del Golfo iniziano a liquidare asset americani per coprire le spese belliche e ricostruire le infrastrutture distrutte. I titoli del Tesoro Usa vengono venduti in massa sul mercato aperto. Il dollaro subisce una pressione al ribasso che la Federal Reserve non può contrastare solo alzando i tassi di interesse, perché tassi più alti in un contesto di recessione petrolifera aggravano la crisi economica interna.
È lo scenario che economisti come Michael Hudson hanno prefigurato da tempo: il momento in cui la liquidazione delle riserve in dollari da parte dei paesi produttori di petrolio innesca una crisi di sfiducia sistemica nella divisa americana. Non una svalutazione controllata, ma una fuga dal dollaro. Per andare dove? Il terreno per questa transizione è già stato preparato con cura negli ultimi anni. Nel marzo 2023, Xi Jinping e Mohammed bin Salman hanno siglato un accordo storico a Pechino, con l’Arabia Saudita che ha accettato di ricevere pagamenti in yuan per una quota crescente delle proprie esportazioni petrolifere verso la Cina. Pechino è già il principale cliente dei sauditi, importandone circa 1,8 milioni di barili al giorno. Già nel 2022 la Cina aveva lanciato il contratto futures sul petrolio denominato in yuan sulla Borsa internazionale dell’energia di Shanghai (Ine), con l’obiettivo creare un meccanismo di pricing alternativo al Brent londinese e al Wti americano.
La logica è imperativa: se gli Usa non sono più in grado di garantire la sicurezza dei regimi del Golfo la diversificazione delle loro riserve valutarie diventa urgente. Il processo è già in corso: le riserve di yuan nelle Banche centrali dei paesi del Golfo sono aumentate significativamente negli ultimi tre anni. L’accordo quadro Brics+ – al quale hanno aderito Arabia Saudita, Emirati, Iran ed Egitto – prevede lo sviluppo di forme di pagamento alternative al dollaro per il commercio tra i paesi membri.
Gli attacchi iraniani stanno squassando le monarchie del Golfo e stanno accelerando questo processo. La ricchezza petrolifera che per cinquant’anni ha finanziato i deficit Usa attraverso il riciclaggio dei petrodollari inizia a fluire verso Pechino, Shanghai e i mercati asiatici emergenti. Le conseguenze di tutto questo sono epocali. Un’America che perde il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale – privilegio che le consente d’emettere debito a costi bassissimi, di finanziare il proprio deficit commerciale stampando carta moneta, d’esercitare il dominio finanziario attraverso sistema Swift e sanzioni bancarie – non è più la stessa America. Perde la capacità di proiettare potenza militare su scala globale perché non può più permettersi di farlo. Perde la capacità d’imporre sanzioni economiche perché il sistema alternativo yuan-Brics offre una via di fuga. Perde, in sostanza, l’impero.
Questo è ciò che il mio maestro, Giovanni Arrighi, aveva intuito con straordinaria lungimiranza. La transizione egemonica dal dollaro a una nuova valuta di riserva – o a un sistema multipolare senza valuta di riserva unica – sarebbe avvenuta non attraverso una decisione politica consapevole, ma attraverso la dinamica caotica di una crisi che nessun attore avrebbe completamente controllato. L’Iran non è l’autore del dramma, ma il detonatore che innesca un’esplosione la cui miccia è stata preparata da decenni d’egemonia finanziaria americana sempre più rapace e obsoleta.
(di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 18 marzo 2026)
"Mi piace""Mi piace"
“Questo significa che qualsiasi aumento del prezzo del gas si trasferisce rapidamente sulle bollette di imprese e famiglie.”
Stronzata: ci vogliono mesi.
"Mi piace""Mi piace"
"Mi piace""Mi piace"
E Bravo Eddie la lotta continua,dopo ticketmaster
"Mi piace"Piace a 1 persona
Qualche ora fa stavo ripulendo il mio archivio e mi é capitato fra le mani un articolo di giornale del 2008 dove si parlava di energia nucleare e c’era una mappa nella quale sono indicati il numero dei siti nucleari esistenti nei vari paesi europei. La Francia con oltre 50 siti e la Germania con 17 ma anche la Slovenia con un solo sito sicuramente non risentiranno dell’attuale crisi petrolifera.
"Mi piace""Mi piace"