Se droni e bombe avvelenano la terra

(MARIO TOZZI – lastampa.it) – Non fosse già terribile perdere giovani vite, infrastrutture e case, quando arriva una guerra è l’intero sistema naturale a rimetterci, con specifiche ripercussioni sul clima e sul complesso dei viventi. Prendiamo l’ultimo anno dell’aggressione israeliana a Gaza, tenendo conto delle emissioni generate da tutte le attività (pre- e post- conflitto, incluse costruzione e ricostruzione), i ricercatori stimano un totale di oltre 33 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, vale a dire quanto emette un Paese intero come la Giordania o come emettono oltre sette milioni e mezzo di autoveicoli (sempre in un anno). Spostiamoci indietro nel tempo alla Prima Guerra del Golfo (1990-1991): in quel caso il sabotaggio di oltre 500 pozzi di petrolio iracheni rilasciò in atmosfera 500 milioni di tonnellate di CO2, con i fumi che arrivarono perfino in India. Ogni incendio ha ripercussioni sul clima.

D’altro canto, i primi mesi dell’invasione russa dell’Ucraina hanno generato 100 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, secondo un gruppo di ricercatori indipendenti. Numero che si comprende facilmente se si considera che una sola missione di un caccia F-35 emette circa 28.000 kg di CO2. E gli Usa sono forse il principale inquinatore mondiale, da questo punto di vista: fra il 2001 e il 2017 Emergency calcola che il Pentagono abbia generato più di un miliardo di tonnellate di anidride carbonica, cioè più o meno come 250 milioni di autoveicoli. Il 6% delle emissioni totali globali che alterano il clima è generato dalle attuali guerre sparse per il mondo. Senza contare l’inquinamento dell’aria che deriva da polveri, aerosol, metalli pesanti e veleni di vario tipo e natura.

Varrà la pena di rammentare che il 35% della biodiversità europea è ospitata in Ucraina in migliaia di aree protette in cui vivono, fra gli altri, orsi bruni, linci e il raro bisonte europeo. Salvatosi dall’estinzione grazie al Dna di un individuo sopravvissuto in uno zoo, il bisonte europeo aveva iniziato a espandersi di nuovo grazie alla tutela internazionale che in tempo di guerra fa la classica figura del vaso di coccio. Stessa preoccupazione per altre specie in altri teatri di guerra, come quelli dell’Africa centrale, dove si è arrivati a uccidere i gorilla nei parchi nazionali. La deforestazione intenzionale a scopo bellico aggrava la minaccia alle specie protette.

Veniamo al terreno. Metalli pesanti, cianuro e arsenico vengono deliberatamente rilasciati, localmente, nel suolo allo scopo di contaminare i terreni, quando non si arriva a utilizzare su larga scala sostanze mortifere come l’agente Orange, che nella guerra del Vietnam (1961-1975) ha avvelenato due milioni di ettari nel Sud del Paese. Sul lungo periodo, i congegni inesplosi vengono rinvenuti per decenni, per non dire delle aree intenzionalmente minate (come in Cambogia), non più praticabili. Stesse ripercussioni per le acque dolci, con l’aggravante che le guerre rendono spesso indisponibile l’acqua potabile, mentre per le acque marine la situazione è potenzialmente addirittura peggiore. Attualmente seguiamo con preoccupazione la deriva della nave metaniera russa senza equipaggio nei pressi di Malta: 900 tonnellate di gasolio e un quantitativo non precisabile di Gnl (gas naturale liquefatto) in grado di sprigionare nubi criogeniche potenzialmente letali per la biologia del tratto interessato, che contiene praticamente tutte le specie protette del Mediterraneo.

Gli sversamenti in mare sono micidiali: un solo centimetro cubo di idrocarburi è in grado di uccidere il 95% delle forme di vita in un metro cubo di acqua marina. Gli idrocarburi leggeri formano una patina oleosa sulla superficie dell’acqua che inibisce la fotosintesi, mentre quelli più pesanti arrivano ad ammantare il fondale marino uccidendo le forme di vita fissili. Non c’è scampo agli idrocarburi e i solventi chimici che vengono utilizzati per cercare di mitigare gli effetti sono spesso peggiori del male cui vorrebbero porre riparo.

Esiste un Progetto internazionale di protezione dell’ambiente in caso di conflitti (Perac) che, però, non viene sviluppato e a molto poco servirebbe se entrassero in campo gli ordigni nucleari, anche sotto forma di bombe “sporche”. Del resto i danni indiretti dell’arricchimento dell’uranio li abbiamo già misurati nel caso dei conflitti balcanici: non testate nucleari, ma proiettili ad alta densità fabbricati con uranio impoverito che sono più efficaci contro corazze pesanti, ma che liberano nanoparticelle tossiche e radioattive potenzialmente micidiali e causa di tumori anche nelle file dell’esercito che le utilizza.