
(Dott. Paolo Caruso) – Per ragioni di metodo e per onestà intellettuale da più parti si sente il bisogno di esprimere l’amarezza e tutto il dissenso per come si sia proceduto per arrivare all’ approvazione della Legge sulla separazione delle carriere dei Magistrati e non solo. Questa, con il consenso del voto popolare, cancellerebbe “sette articoli” della nostra Costituzione, che da ottant’anni garantisce la democrazia per gli equilibri interni fra i tre poteri: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario. Su di essi si fonda la nostra Repubblica e la Democrazia del nostro Paese. Ognuno dei tre poteri deve avere indipendenza e autonomia per rispondere alla stessa Costituzione, garantendo l’osservanza delle Leggi da parte di tutti, dal capo dello Stato all’ultimo dei cittadini. La voglia di supremazia del Potere esecutivo che possa limitare i Poteri della magistratura, legiferando sulla sua necessaria indipendenza, riporterebbe l’Italia a un secolo addietro, al drammatico ventennio, e attualmente troverebbe in Orban o in Trump il modello di Potere a cui la Premier Meloni tende a ispirarsi. Il Kaos legislativo è lo spirito che anima il governo Meloni e lo si può già intravedere dalle modalità con cui la maggioranza ha approvato questa legge in Parlamento, senza che nessuna proposta o obiezione fatta dalle opposizioni fosse recepita. Un vero “dictat”, scritto e intoccabile. Certo non è il metodo democratico adottato dai Costituzionalisti fondatori che erano Rappresentanti dell’intero arco repubblicano. Tale legge può favorire una parte politica, come ebbe a dire, con candore ineffabile, il Ministro della Giustizia Nordio per calmare l’opposizione. Provò a tradire le sue reali intenzioni. ” Non vi lamentate – disse – infatti questa legge serve oggi a noi ma quando sarete voi al potere, servirà anche a voi “. È inquietante l’ uso spregiudicato di menzogne da parte della Premier nei suoi interventi per il SI e la veemenza ai limiti della decenza che i parlamentari di maggioranza mettono per l’affermazione di questa legge, che rimane un “vulnus” per la nostra Democrazia. Questa destra meloniana più che di “mani pulite” oggi vuole essere artefice di ” mani libere ” senza controllo per devastare in sette articoli una Costituzione antifascista e urticante l’ attuale dirigenza italiana. È evidente infatti quanto pretestuoso sia questo referendum portatore di inquietanti soluzioni se dovesse confermare una legge che non andava approvata perché neppure condivisa in Parlamento. Una riforma ideata da Licio Gelli, e inseguita nel tempo da Silvio Berlusconi, un uomo insofferente alle leggi e alla Costituzione, restrittiva per i suoi affari pubblici e privati. Allora, come un disco rotto, il Caimano soleva ripetere il mantra di ” Magistrati comunisti “. E oggi la Meloni con atteggiamento altrettanto sprezzante nel definirli ” Toghe rosse ” ne contesta addirittura le sentenze. Altro che Destra legalitaria ! Sta ora alla magistratura con la forza persuasiva di Gratteri, di Di Matteo, di De Lucia, di Davigo di Tango e di molti altri impegnati in questi giorni per il NO, rivendicare l’ essenzialità della propria Autonomia perché il “rischio” dell’uomo o della donna della Provvidenza (di infelice memoria) è dietro l’angolo, e a limitarne lo straripare di Potere non ci saranno più argini di difesa, e il prossimo che sarà al comando del Paese, potrà dire: “La legge sono io”.
Casta contro Carta
(Di Marco Travaglio) – Fanno tenerezza la Meloni e le sue quinte colonne che tentano di dimostrare la bontà della schiforma Nordio col decisivo argomento che c’è un sacco di politici, professori, (de)pensatori, (im)prenditori e ma(g)nager del centrosinistra che votano Sì. Oh bella, sai che stupore: sono 35 anni, da quando fu beccata a rubare da Mani Pulite, che l’intera Casta padronale sogna di demolire la Carta per mettere la giustizia sotto la politica per continuare a farsi i suoi porci comodi impunita e indisturbata. E anche questo voto, come tutti da vent’anni, non è fra destra e sinistra, ma fra Popolo e Casta. Negli anni 90 e 2000, mentre B. depenalizzava i suoi reati e mandava in prescrizione i suoi processi, il centrosinistra varava le peggiori “riforme” per incenerire anche i processi degli altri. Come se la giustizia non l’avesse paralizzata abbastanza il Codice di Giuliano Vassalli, pessimo ministro della Giustizia per conto di Craxi (celebre fra l’altro per aver trascinato al Csm il giudice Carlo Alemi, che osava indagare su Dc&camorra nel sequestro Cirillo), che ora il Sì e il No si contendono manco fosse Giustiniano.
La boiata del nuovo articolo 111 della Costituzione (il famoso “giusto processo”) nacque nel 1998-’99 dall’inciucio bicamerale sul nuovo articolo 513 del Cpp che cestinava le prove di Tangentopoli: siccome fu raso al suolo dalla Consulta, destra e sinistra lo trasformarono in norma costituzionale. E senza referendum, perché lo votarono tutti, tranne Rifondazione. Infatti l’opposizione a B. la facevano i girotondi in piazza, non i partiti in Parlamento. La sinistra di destra, che si fa chiamare “riformista” per mancanza di riforme, si sublimò poi nel veltronismo e nel renzismo: le ultime due versioni light del berlusconismo. Con la solita compagnia di giro di intellettuali di corte, avvocati di partito e di clientela, sedicenti costituzionalisti giunti anche ai vertici della Consulta che trovano sempre qualche cavillo per giustificare le peggiori schiforme perché tengono famiglia e cattedra: gente che la Carta l’ha sempre odiata e coglie ogni occasione per demolirla. Poi, per fare numero, c’è qualche vecchio avanzo di craxismo e spesso di galera. Questa è la famosa “sinistra del Sì” che impazza sui media come se avesse dietro le masse: invece ha dietro il deserto. Ruderi di ceto politico senza popolo: un po’ a caccia di poltrone (“Ehi, Giorgia, io sono qua, sempre a disposizione!”), un po’ in cerca di vendette contro i magistrati che li hanno inquisiti, un po’ contro il Pd che finalmente li ha scaricati, ma soprattutto contro gli elettori che – meglio tardi che mai – hanno smesso di votarli. Chi pensa che nobilitino il Sì porta solo acqua al No. Certi nomi e certe facce non sono un blasone, ma un’aggravante.
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