Se gli Usa perdono il privilegio della valuta come riserva globale, perdono anche la capacità di proiettare potenza militare su scala mondiale e perciò di imporre sanzioni economiche. Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.

(estr. di PINO ARLACCHI – ilfattoquotidiano.it) – […] Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.
Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.
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L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro. La ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.[…]
Questo sistema poggia su tre colonne. La prima è la produzione di gas, petrolio e derivati: il Golfo Persico contiene circa il 48% delle riserve mondiali di petrolio accertate, e attraverso lo Stretto di Hormuz transita quotidianamente l’80% dell’output petrolifero della regione e circa il 20% di quello mondiale. La seconda colonna è il pagamento in dollari: dal 1974, per accordo esplicito con Washington, l’Arabia Saudita e gli altri produttori hanno accettato di denominare in dollari la vendita del proprio petrolio, dando luogo a una domanda permanente di valuta Usa. La terza colonna è la protezione militare: grandi basi con decine di migliaia di soldati distribuite tra l’ingresso di Hormuz e l’Iraq – da Camp Doha in Kuwait alla mega-base di Al-Udeid in Qatar, dalla V flotta della Marina Usa di stanza a Bahrein alla base di Al Dhafra negli Emirati. È un sistema di mutuo rafforzamento: il petrolio viene venduto e riciclato in dollari e i soldati americani proteggono i regimi del Golfo dall’instabilità interna e dall’aggressione esterna. Un cerchio virtuoso per Washington, un cappio stretto intorno al collo di chiunque voglia sfidare la supremazia del dollaro.
Tutte e tre queste colonne vacillano paurosamente in questi giorni. Gli orrendi, sporchi, etc. ayatollah di cui sopra hanno lucidamente individuato il punto di massima fragilità del sistema: la fiducia dei petro-monarchi del Golfo nella capacità americana di proteggere i loro regimi, le loro industrie e i loro soldi. Fiducia iniziata a svanire nel 2019 e dissolta nella prima settimana di questa guerra con gli attacchi iraniani che hanno devastato senza grandi ostacoli infrastrutture critiche della produzione di idrocarburi del Golfo e colpito basi militari ritenute invulnerabili. La chiusura di Hormuz ha completato l’opera.
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L’assaggio di quanto sta accadendo, d’altra parte, c’era già stato nel settembre 2019, quando un attacco di droni iraniani manovrati dagli Houthi mise fuori gioco il 5% dell’offerta mondiale di petrolio e fece schizzare il prezzo del Brent di oltre il 15% in una sola seduta. Oggigiorno, un attacco prolungato, abbinato alla chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso mine navali, missili costieri e sommergibili, può portare, secondo le stime più conservative, il prezzo del petrolio oltre i 200 dollari al barile.
Le conseguenze sull’economia mondiale possono essere brutali. Un raddoppio del prezzo del barile può innescare una recessione profonda nelle economie industrializzate importatrici, a cominciare da Europa e Giappone. Ma il danno più grave non si limiterebbe al breve termine: consisterebbe nell’inizio della fine del petrodollaro, e del dollaro di cui consiste. Nel breve periodo, i giganti del petrolio potrebbero registrare utili straordinari. La guerra fa bene alle compagnie petrolifere, ma non fa bene al meccanismo che tiene in piedi l’intera baracca.
[…] La guerra non fa affatto bene alle monarchie del Golfo. Se esse vengono destabilizzate militarmente – i loro impianti colpiti, la loro stessa sopravvivenza politica messa in discussione – il flusso di capitali che da decenni scorre dalla Penisola Arabica verso Wall Street può interrompersi e invertirsi. I fondi sovrani del Golfo iniziano a liquidare asset americani per coprire le spese belliche e ricostruire le infrastrutture distrutte. I titoli del Tesoro Usa vengono venduti in massa sul mercato aperto. Il dollaro subisce una pressione al ribasso che la Federal Reserve non può contrastare solo alzando i tassi di interesse, perché tassi più alti in un contesto di recessione petrolifera aggravano la crisi economica interna.
È lo scenario che economisti come Michael Hudson hanno prefigurato da tempo: il momento in cui la liquidazione delle riserve in dollari da parte dei paesi produttori di petrolio innesca una crisi di sfiducia sistemica nella divisa americana. Non una svalutazione controllata, ma una fuga dal dollaro. Per andare dove? Il terreno per questa transizione è già stato preparato con cura negli ultimi anni. Nel marzo 2023, Xi Jinping e Mohammed bin Salman hanno siglato un accordo storico a Pechino, con l’Arabia Saudita che ha accettato di ricevere pagamenti in yuan per una quota crescente delle proprie esportazioni petrolifere verso la Cina. Pechino è già il principale cliente dei sauditi, importandone circa 1,8 milioni di barili al giorno. Già nel 2022 la Cina aveva lanciato il contratto futures sul petrolio denominato in yuan sulla Borsa internazionale dell’energia di Shanghai (Ine), con l’obiettivo creare un meccanismo di pricing alternativo al Brent londinese e al Wti americano.
La logica è imperativa: se gli Usa non sono più in grado di garantire la sicurezza dei regimi del Golfo la diversificazione delle loro riserve valutarie diventa urgente. Il processo è già in corso: le riserve di yuan nelle Banche centrali dei paesi del Golfo sono aumentate significativamente negli ultimi tre anni. L’accordo quadro Brics+ – al quale hanno aderito Arabia Saudita, Emirati, Iran ed Egitto – prevede lo sviluppo di forme di pagamento alternative al dollaro per il commercio tra i paesi membri.
Gli attacchi iraniani stanno squassando le monarchie del Golfo e stanno accelerando questo processo. La ricchezza petrolifera che per cinquant’anni ha finanziato i deficit Usa attraverso il riciclaggio dei petrodollari inizia a fluire verso Pechino, Shanghai e i mercati asiatici emergenti. Le conseguenze di tutto questo sono epocali. Un’America che perde il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale – privilegio che le consente d’emettere debito a costi bassissimi, di finanziare il proprio deficit commerciale stampando carta moneta, d’esercitare il dominio finanziario attraverso sistema Swift e sanzioni bancarie – non è più la stessa America. Perde la capacità di proiettare potenza militare su scala globale perché non può più permettersi di farlo. Perde la capacità d’imporre sanzioni economiche perché il sistema alternativo yuan-Brics offre una via di fuga. Perde, in sostanza, l’impero.
[…]
Questo è ciò che il mio maestro, Giovanni Arrighi, aveva intuito con straordinaria lungimiranza. La transizione egemonica dal dollaro a una nuova valuta di riserva – o a un sistema multipolare senza valuta di riserva unica – sarebbe avvenuta non attraverso una decisione politica consapevole, ma attraverso la dinamica caotica di una crisi che nessun attore avrebbe completamente controllato. L’Iran non è l’autore del dramma, ma il detonatore che innesca un’esplosione la cui miccia è stata preparata da decenni d’egemonia finanziaria americana sempre più rapace e obsoleta.
Hanno fatto molto scalpore negli Stati Uniti le dimissioni di una specie di eroe americano, Joe Kent, repubblicano, trumpiano, difensore dell’attacco a Capitol Hill, fedelissimo fino a oggi di Trump, capo del centro anti-terrorismo Usa, molto amato dal pubblico anche per la sua storia personale perché gli è morta la moglie che era agente dell’intelligenze, uccisa nel 2019 in Siria.
Eppure questo emblema dell’americanità più di destra ha dichiarato: “L’Iran non era una minaccia, abbiamo iniziato questo conflitto su pressione di Israele e della sua lobby Usa. In coscienza non posso sostenere la guerra in Iran”.
Il suo gesto è clamoroso e riassume un crescente disagio per le scelte incomprensibili e ondivaghe di Trump, che, dopo aver vinto le elezioni con la promessa che avrebbe chiuso tutte le guerre per spendere il bilancio federale per il bene degli Americani e non più in guerre di conquista, ne ha già cominciate o appoggiate otto, per seguire i deliri di onnipotenza di Netanyahu che sembra tenerlo in pugno, forse coi ricatti degli orrori di Epstein.
Mentre l’economia americana declina inesorabilmente, avanza la dedollarizzazione del mondo e crescono nuove potenze come la Cina che conquistano il mondo col mercato e non con le armi o i dazi, mentre in USA i poveri sono sempre più poveri e con meno stato sociale e i pochi oligarchi amici di Trump diventano ogni giorno più ricchi, anche grazie alle armi e ai giochi della Borsa, la crisi dovuta alle guerre per il petrolio, con il blocco dello stretto di Hormuz e i cloni di ritorno sulle basi militari americane cominciano a creare disagio e critiche anche nello zoccolo duro del trumpismo, per l’impossibilità di capire le strategie del Capo, i suoi improvvisi voltafaccia, le sue esternazioni sempre più bislacche e insensate.
Anche il mondo dei Paesi petroliferi del Medio Oriente Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Oman, Bahrein, Siria, Yemen sono molto preoccupati dell’attacco proditorio all’Iran e hanno cominciato a bloccare l’estrazione di petrolio e gas per il blocco dello stretto di Hormuz, mentre l’intero mondo trema per la carenza dei combustibili fossili, in una situazione che non può protrarsi a lungo.
Intanto, in USA come in Italia come in Europa, la destra peggiore esplode nel silenzio inetto dell’opposizione, che sembra incartata, incapace di presentare un leader unitario o un programma comune, piegata a firmare passivamente un riarmo infinito, in un cupio dissolvi che sembra non finire mai e che produce solo un chiacchiericcio inconcludente, logorroico, privo di spessore e di contenuti, senza un programma unitario, incapace di destare partecipazione e entusiasmo.
In momenti così bui noi Italiani non possiamo che ricordare, con un vivo senso di mancanza, il progetto di Casaleggio, il suo desiderio di democrazia dal basso, le sue soluzioni sul sistema della giustizia, la sua voglia di sganciarsi da carbone, gas e petrolio per quelle rinnovabili che ognuno avrebbe prodotto da solo, liberandosi dalla necessità di continue guerre predatorie, il suo costante desiderio di pace, i limiti posti alla partitocrazia…
Ma Casaleggio non c’è più. Manca un grande ideologo e un grande evocatore di speranze e di futuro.
Oggi abbiamo persone al massimo oneste ma timide e quasi invisibili, che non bucano lo schermo, che non destano grandi entusiasmi, e siamo ridotti a un Capo di Governo sconnesso e volgare che urla e sbraita, senza un piano minimo di progresso e presa solo dal desiderio spasmodico di resistere al potere, costi quello che costi, inascoltata ormai in Europa come negli USA e che, come massima azione politica, va da Fedez!
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