“L’Europa si è tirata indietro nel momento del bisogno. Il popolo americano non sosterrà più ulteriori finanziamenti o garanzie di sicurezza per Kiev”

Steve Bannon

(Paolo Mastrolilli – repubblica.it) – NEW YORK – «Dimostra esattamente quello che sto dicendo da tempo, di fronte ad una narrazione mediatica totalmente falsa: Giorgia Meloni non è un ponte per l’America con l’establishment politico europeo». Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump, commenta così con Repubblica la risposta che la premier italiana ha dato alla richiesta del presidente di aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo stretto di Hormuz. Un po’ per criticarla, ma forse anche per stanarla, in caso stesse facendo il doppio gioco.

Il capo della Casa Bianca finora non ha criticato apertamente la leader di Roma, come ha fatto con i colleghi di Londra, Parigi e Berlino, nonostante l’attacco di ieri agli alleati della Nato riguardi tutti. Questo forse dipende dalla convenienza di non rompere con l’interlocutrice politica più vicina a lui nel Vecchio Continente (a parte Orbán che ha un peso minore) oppure da una sincera stima che ancora esiste. Negli ambienti vicini a Trump però la delusione è ormai esplicita, perché soprattutto il movimento Maga accusa Meloni di avergli girato le spalle, o peggio ancora di provare a tenere il piede in due scarpe, per preservare il rapporto con gli altri europei, senza però rompere o prendere davvero le distanze dal presidente americano. Bannon deve averlo capito e cerca di stanarla, lanciando un avvertimento: «Questo comportamento avrà enormi implicazioni per quanto riguarda l’Ucraina. Dopo essere stati presi in giro dalla Nato, non vedo come il popolo americano possa appoggiare ulteriori finanziamenti o garanzie di sicurezza».

Il messaggio è chiaro: se davvero stai prendendo le distanze solo per convenienza, ma non intendi voltare le spalle a Trump, devi dimostrarlo con i fatti, altrimenti perderai l’appoggio sulla questione di politica estera che ti interessa e ti tocca più da vicino, e sulla quale ti sei spesa. Perciò Bannon spiega così la sua critica a Meloni, che non può o non vuole fare da ponte con l’Europa: «Quando gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di un alleato che si schierasse e sostenesse uno sforzo navale congiunto, per mantenere aperte le rotte di Hormuz, del Mar Rosso e di Suez, dove passano il petrolio e il gas diretti verso l’Europa, si è tirata indietro». Dunque se il suo obiettivo di lungo termine non è rompere davvero con Trump, o comunque prendere le distanze da lui, dovrebbe dimostrare la propria sincerità e lealtà verso il presidente con i fatti, assumendosi i costi economici e i rischi militari di una missione navale congiunta per riaprire lo stretto, anche perché da qui passano il petrolio e il gas necessari all’Italia e al Vecchio continente, non agli Usa.

Questa sfida ora è centrale, perché da essa dipende l’esito di una missione che Bannon e la base Maga non avevano in realtà mai voluto. Lui spiega così le sue riserve: «Ci sono divergenze tra Usa e Israele sugli obiettivi della campagna. Il momento di svolta è avvenuto quando lo Stato ebraico ha bombardato le infrastrutture petrolifere iraniane, perché ciò va contro gli interessi americani».

Il motivo non è solo preservare il greggio, che comunque è un aspetto fondamentale dell’operazione, ma anche l’esito dell’intervento: «Facendo così si alimenta il nazionalismo persiano, che riavvicina la popolazione al regime, o comunque lo rafforza, perché sentendosi attaccati gli iraniani hanno prima di tutto la necessità di difendersi». Quindi ora che l’intervento è in corso e le forze armate americane stanno decimando quelle iraniane, o comunque le loro capacità militari, prima di mandare i Marines a terra per occupare l’isola di Kharg, o peggio ancora per puntare su Teheran, sarebbe necessario strozzare le risorse finanziarie del regime: «Dovremmo andare a Dubai, e gli altri luoghi pirata del Golfo usati per riciclare i soldi del regime, sequestrando tutto. Questo perché soffocherebbe il governo, ma anche perché nei mesi scorsi sono state le difficoltà economiche a generare le proteste che potrebbero farlo cadere».