Non l’indignazione simbolica, ma la leva del potere

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il punto non è stabilire se l’Unione europea e, dentro di essa, l’Italia debbano limitarsi a protestare o debbano passare a misure restrittive contro Israele. Il punto vero è un altro: capire se l’Europa voglia ancora essere una potenza politica oppure soltanto un grande mercato che parla il linguaggio dei diritti ma agisce con la timidezza di chi teme sempre di disturbare gli equilibri altrui. La questione non è teorica. Nel 2025 l’Unione ha avviato il riesame del rispetto, da parte di Israele, dell’articolo 2 dell’Accordo di associazione, cioè della clausola che lega i rapporti bilaterali al rispetto dei diritti umani, e il Consiglio europeo ha preso atto di quel rapporto, chiedendo di proseguire la discussione su eventuali seguiti. Lo stesso servizio diplomatico europeo ha affermato che esistono indicazioni di una violazione degli obblighi sui diritti umani previsti dall’accordo.

Da qui nasce la domanda decisiva. Se una clausola esiste ma non produce conseguenze, allora non è più una clausola: è un ornamento morale. E se l’Europa continua a invocare il diritto internazionale senza tradurlo in costo economico, tecnologico e politico, manda a tutti gli attori globali un messaggio semplicissimo: le regole valgono finché non toccano interessi sensibili. È esattamente il contrario di ciò che un soggetto geopolitico dovrebbe fare.

Il primo nodo: l’Europa può colpire, l’Italia può stringere, ma non tutto allo stesso modo

Qui serve chiarezza. La politica commerciale comune è materia di competenza esclusiva dell’Unione: questo significa che un embargo commerciale generale o una sospensione piena del quadro preferenziale con Israele richiedono soprattutto una decisione europea, non una sommatoria improvvisata di iniziative nazionali. In altre parole, Bruxelles può agire sul regime commerciale complessivo; i singoli Stati, Italia compresa, possono però agire con maggiore forza su esportazioni militari, beni a duplice uso, cooperazione tecnico-industriale, appalti, investimenti pubblici, ricerca e rapporti istituzionali.

È proprio qui che si misura la serietà di una strategia. L’Italia da sola non può trasformarsi in una dogana geopolitica alternativa alla Commissione europea. Ma può irrigidire drasticamente il controllo su tutto ciò che ha rilevanza militare, digitale, duale, finanziaria e scientifica. E l’Unione, se davvero volesse, potrebbe costruire un impianto sanzionatorio graduato, progressivo e reversibile, capace di colpire non la società israeliana nel suo complesso ma il nucleo dello Stato di sicurezza, dell’apparato insediativo e dei circuiti tecnologici che alimentano la proiezione di potenza.

Le sanzioni inutili e quelle efficaci

Le sanzioni inutili sono quelle generiche, morali, rumorose e facilmente aggirabili. Quelle efficaci sono chirurgiche, cumulative e concentrate sui nodi ad alta leva. Nel caso israeliano, quattro sono i settori davvero sensibili.

Il primo è il militare e duale. Lì l’Italia ha già una base politica da cui partire: in sede parlamentare il governo ha rivendicato, dal 7 ottobre 2023, una linea di estremo rigore e la sospensione del rilascio di nuove licenze verso Israele. Se questa linea vuole diventare una politica coerente, va trasformata in sospensione totale delle nuove autorizzazioni, revisione di quelle pregresse ancora eseguibili, blocco delle componenti a duplice uso più sensibili e controllo rafforzato su software, sensoristica, crittografia, elettronica avanzata e assistenza tecnica collegata. Questo è il primo campo in cui Roma può agire davvero.

Il secondo è il tecnologico e cibernetico. Israele resta una grande potenza dell’innovazione e il settore cyber continua a essere uno dei suoi asset più strategici; fonti ufficiali italiane parlano di un 2025 segnato da grandi operazioni guidate proprio dal comparto cibernetico, con operazioni per decine di miliardi di dollari. Se si vuole esercitare pressione reale, le misure europee dovrebbero limitare l’accesso preferenziale di entità israeliane ai programmi di ricerca e innovazione più sensibili, ai partenariati su sicurezza digitale, alle cooperazioni su sorveglianza, intelligenza artificiale applicata alla difesa, infrastrutture critiche e tecnologie emergenti. Non a caso la Commissione ha già proposto nel 2025 una sospensione parziale della partecipazione di entità israeliane ad attività finanziate dall’Acceleratore del Consiglio europeo per l’innovazione. È la prova che una strada giuridica e politica esiste già.

Il terzo è il regime commerciale preferenziale. Qui deve muoversi l’Unione: sospensione totale o parziale dei benefici dell’Accordo di associazione, revisione delle preferenze tariffarie, esclusione rafforzata dei prodotti provenienti dagli insediamenti e obbligo di tracciabilità rigorosa sull’origine. Sarebbe il vero salto di qualità, perché trasformerebbe la clausola sui diritti umani da dichiarazione a meccanismo. Ma proprio perché la politica commerciale è competenza europea, questa è la leva che soltanto Bruxelles può azionare con pienezza.

Il quarto è il finanziario e degli investimenti pubblici. Non parlo di sanzioni di facciata contro il piccolo commercio, ma di esclusione da fondi, gare, partenariati pubblici e strumenti europei nei segmenti connessi a sicurezza, frontiere, difesa, sorveglianza e infrastrutture critiche. L’idea deve essere semplice: nessuna risorsa pubblica europea o nazionale deve contribuire ad alimentare capacità operative, industriali o di controllo che possano essere collegate a violazioni sistemiche del diritto internazionale.

Dove dovrebbe colpire l’Italia

L’Italia ha con Israele relazioni economiche non marginali ma neppure tali da renderla ostaggio: secondo i dati ufficiali di InfoMercatiEsteri, l’interscambio bilaterale ha toccato nel 2025 circa 4,6 miliardi di euro, con export italiano pari a circa 3,5 miliardi. Israele è un partner interessante soprattutto per meccanica, elettronica, agroalimentare, arredo e sistema moda; ma il vero valore strategico, nelle relazioni bilaterali, sta nell’innovazione avanzata e nelle tecnologie di frontiera più che nei beni di consumo. Questo significa che l’Italia, se volesse colpire senza fare puro teatro, dovrebbe concentrare le restrizioni non sul vino o sulle cucine, ma sui comparti ad alta intensità tecnologica, duale e di sicurezza.

Roma dovrebbe dunque articolare la propria iniziativa su cinque assi: stop totale alle nuove licenze militari; filtro massimo sui beni a duplice uso; congelamento delle cooperazioni istituzionali in materia di cyber, sorveglianza e sicurezza; esclusione o revisione dei partenariati con entità direttamente collegate all’apparato militare o agli insediamenti; uso del peso politico italiano a Bruxelles per spingere la sospensione almeno parziale dell’Accordo di associazione. Questa sarebbe una linea coerente, non velleitaria.

Il bersaglio giusto: non l’economia israeliana in generale, ma il suo Stato strategico

Qui sta la differenza tra una sanzione pensata e una sanzione emotiva. Colpire in modo indistinto l’intera economia israeliana significherebbe ottenere un duplice effetto perverso: scarsa efficacia strategica e massima facilità per il governo israeliano nel trasformare la pressione esterna in una narrazione di assedio. Colpire invece il settore militare, il duale, il cyber di sicurezza, i fondi di ricerca avanzata, i programmi pubblici e l’ecosistema collegato agli insediamenti significa incidere sul cuore dello Stato strategico israeliano. È lì che si forma il rapporto tra tecnologia, forza, controllo territoriale e proiezione regionale.

L’obiettivo non deve essere “punire Israele” in senso moralistico. Deve essere modificare il calcolo costi-benefici delle sue élite politico-militari. Le sanzioni servono solo se costruiscono un prezzo crescente per la prosecuzione di determinate condotte. Altrimenti sono una liturgia per opinionisti.

Perché l’Europa esita davvero

L’Europa esita per tre ragioni. La prima è politica: mancano unanimità e volontà. La seconda è strategica: molti governi temono di incrinare il rapporto con Washington o di aprire fratture interne. La terza è tecnologica: Israele non è percepito soltanto come un alleato politico, ma come un serbatoio di innovazione avanzata, soprattutto nel campo cibernetico e della sicurezza. Le stesse strutture italiane riconoscono il valore di Israele come partner d’avanguardia tecnologica. È proprio questo, però, il punto: quando l’interdipendenza tecnologica diventa scudo politico, allora l’Europa smette di essere sovrana e diventa dipendente dalle proprie convenienze.

La linea realistica

La linea realistica non è l’embargo totale proclamato in una conferenza stampa e svuotato il giorno dopo. La linea realistica è una scala di pressione. Primo gradino: sospensione totale di nuove licenze militari e duali sensibili da parte degli Stati membri più esposti, inclusa l’Italia. Secondo: esclusione rafforzata di entità collegate agli insediamenti e revisione dei programmi europei di ricerca avanzata. Terzo: sospensione selettiva dei benefici dell’Accordo di associazione. Quarto: sanzioni individuali e settoriali contro soggetti, imprese e reti che sostengono direttamente l’espansione degli insediamenti o forniscono capacità operative a pratiche contrarie al diritto internazionale. È una costruzione graduale, ma finalmente politica.

Il punto finale

Se l’Unione europea e l’Italia decidessero di sanzionare Israele, dovrebbero farlo non per imitare la retorica dei movimenti, ma per recuperare la serietà dello Stato. Le sanzioni efficaci non sono quelle che fanno più rumore; sono quelle che colpiscono l’architettura materiale del potere. Nel caso israeliano, questa architettura passa per difesa, tecnologie duali, apparato cyber, ricerca avanzata, insediamenti e preferenze commerciali. Tutto il resto è contorno.

Ecco perché, se davvero Bruxelles e Roma volessero agire, dovrebbero puntare lì. Non sul simbolo, ma sul nervo. Non sul gesto, ma sul costo. Non sulla propaganda morale, ma sulla grammatica concreta del potere.