(Geminello Preterossi – lafionda.org) – Credere che votando NO si renda omaggio a Falcone e Borsellino è purtroppo tragicamente falso. Nella magistratura, i problemi ci sono. C’erano già allora, quando entrambi furono osteggiati, isolati e infine eliminati, anche con il concorso morale di chi in teoria avrebbe dovuto difenderli. Durante la fallimentare “seconda” Repubblica quei problemi si sono incancreniti, diventando strutturali, un “sistema”. Quello emerso con il caso Palamara (che non era una mela marcia, ma il gestore di un meccanismo che coinvolgeva ampi settori della magistratura, della politica, delle istituzioni). Una vicenda assai rivelativa di una logica e non affrontata adeguatamente, non solo dalla magistratura associata (le “correnti”, ormai ridotte a corporazioni autoreferenziali), ma anche sul piano istituzionale, il CSM in primis. Il grande inganno, però, è che questa “riforma” serva a risolvere tali guasti del sistema. L’uso strumentale, da entrambi le parti, della questione giustizia è evidente. Così come l’uso “congiunturale” (così lo chiamava Rodotà) delle riforme istituzionali (che dovrebbe essere frutto di una meditata riflessione che coinvolga tutto il Parlamento, e non una manovra governativa), Ma, a dire il vero, i primi ad iniziare questo andazzo furono quelli dell’Ulivo, con la nefasta riforma del Titolo V, cui sono seguiti gli altrettanto nefasti tentativi di manomissione costituzionale di Berlusconi e Renzi, stoppati dal popolo sovrano. Per inciso, è un dato significativo e per certi aspetti sorprendente il fatto che una Costituzione largamente disattivata, soprattutto nel suo nucleo fondante, sociale ed economico (artt. 1 e 3 in primis), perché ce lo ha chiesto l’Europa tecnocratica, rappresenti ancora un riferimento simbolico per molti italiani. Un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi, disperatamente. La tentazione di astenersi sarebbe forte. Ma non lo farò, non solo perché la riforma non risolve seriamente quelle criticità, anzi le peggiora. Ma anche perché lo sfondo opaco da cui proviene è purtroppo abbastanza chiaro. Che sodali ed eredi di Giammanco, Carnevale, Tinebra, Contrada, La Barbera, Dell’Utri ecc. possano festeggiare la vittoria del SI mi è intollerabile. Ma per affrontare seriamente le cause della crisi della magistratura, che ci sono, e sono anche interne ad essa, non basterà certo un eventuale NO al referendum.  

La magistratura vive oggi una condizione “amletica”, perché da un lato soffre una crisi di legittimazione, dovuta al fatto che non ha più quel “consenso”,  la cui ricerca per certi aspetti poteva anche apparire criticabile in astratto, ma che nella sostanza è corrisposto al riconoscimento di un ruolo largamente positivo svolto dal potere giudiziario (o meglio da alcuni suoi settori, cioè da quegli avamposti che si sono ritrovati, per coerenza civile e fedeltà ai doveri costituzionali, in prima fila nel fronteggiare terrorismo, criminalità organizzata, stragismo, poteri occulti e corrotti, malaffare economico). Tali avamposti hanno rappresentato oggettivamente un presidio democratico, oltretutto in fasi particolarmente delicate della storia del Paese. Naturalmente anche allora esisteva una magistratura della palude, della convivenza se non della connivenza con certi poteri illegali e incostituzionali. Ma una parte allora significativa della magistratura, di cui quegli avamposti erano simboli, era impregnata di una cultura rigorosamente costituzionale, che prendeva sul serio l’innovazione rappresentata dalla Carta del 1948 in termini di trasparenza del potere, nesso tra libertà solidale e uguaglianza sostanziale, giustizia sociale e cultura delle regole. Quel riconoscimento sociale diffuso, pertanto, era soprattutto relativo al contributo fornito dalla giurisdizione all’attuazione costituzionale. Adesso tale riconoscimento, se non è venuto meno del tutto, è certamente scemato, assai ridotto. Naturalmente, dall’altro lato ci sono le insidie, gli attacchi generici e strumentali al controllo di legalità in quanto tale, il cui vero fine non è quello di avere un equilibrio tra giustizia, politica ed economia, ma di asservire la prima ai poteri dominanti. Tali attacchi non sono solo “esterni”, ma di fatto anche “interni” al sistema politico-istituzionale (e alla stessa giurisdizione), e quindi c’è l’esigenza del tutto comprensibile di difendersi, ma soprattutto di introdurre delle specifiche, delle distinzioni perché altrimenti il modo di affrontare i problemi del sistema giustizia diventa simile a quello di tifoserie schierate, sotto slogan e striscioni: così non si va da nessuna parte. La magistratura deve imparare a difendersi anche da quelle tendenze, ad essa interna, all’accomodamento, al quieto vivere, alla burocratizzazione, alla chiusura classista, d’establishment e corporativa. C’è un’obiettiva difficoltà a recuperare un punto di vista complesso. Ma si tratta di una questione generale: viviamo un tempo totalmente a-dialettico, che è frutto di una radicale de-storicizzazione. La storia, come coscienza storico-politica profonda, critica, è sparita.

Bisogna riconoscere che la magistratura oggi non è più un organo di attuazione costituzionale, tanto per responsabilità proprie (soprattutto nel senso di un ripiegamento culturale che va contrastato con il coraggio di un discorso di verità), quanto per la dissennata aggressione minatoria portata avanti, grazie a precise complicità mediatiche, da poteri vari, pubblici e privati, interni ed esterni alle istituzioni, nei confronti dei giudici sgraditi, in quanto capaci, indipendenti perché veramente liberi (anche dal correntismo e dai corporativismi interni) e soprattutto davvero fedeli allo Stato costituzionale (e non agli accomodamenti da arcana imperii). Ma la verità ormai è che nessuno di noi è più coinvolto in un vero progetto collettivo di realizzazione dei valori costituzionali. È questo il dramma della nostra società, e in particolar modo delle sue oligarchie, che al di là di una retorica vacua e strumentale, è divenuto, in nome del vincolo esterno e di interessi oligarchici (anche occulti) mai debellati del tutto, alieno alla Costituzione nel suo nucleo di senso sociale e assiologico, che è aspro e profondo, come il Cristo che cacciava i mercanti dal tempio, e non come le banalità buoniste del Benigni di oggi.

È necessario comprendere come siamo arrivati fin qui, cioè con un problema di legittimazione che investe le istituzioni di garanzia, e in primis la magistratura, e per farlo occorre ricordare da dove eravamo partiti. Inizialmente, da un grande slancio costituente, frutto dell’apertura, per nulla scontata nella storia italiana, di una finestra di opportunità rinnovatrice grazie soprattutto al contributo delle forze popolari antifasciste, che dettero vita alla Costituzione del 1948, come risposta alla tragedia della guerra cui ci aveva condotto il regime. Ma questa fu seguita quasi subito, a causa di Jalta, da un inverno costituzionale che nell’immediato dopoguerra bloccò la spinta della Costituente, anche in virtù della cultura giuridica prevalente, ereditata dal fascismo: se non anti-, certamente a-costituzionale. Poi, verso la fine degli anni Cinquanta, si aprì una stagione altamente positiva: il disgelo costituzionale, l’apertura a sinistra, la programmazione, l’innovazione politica in vista dell’attuazione concreta del disegno costituzionale dal punto di vista dei diritti sociali. In tale solco si è sviluppato un ruolo attivo della giurisdizione negli anni Sessanta e Settanta, che però – ricordiamolo bene – si è saldato proficuamente a un ruolo, che continuava a essere centrale, della rappresentanza. Cioè la giurisdizione era un avamposto nella società, i giudici erano se si vuole delle “sentinelle” della Costituzione nel sociale, e però poi le scelte politiche di fondo maturavano sul terreno del confronto politico (pensiamo allo Statuto dei lavoratori, a tutte le riforme civili e sociali degli anni ’70, ma già prima ce n’erano state di importantissime: oltre alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, il piano casa, la scuola unica). Riforme che maturavano in Parlamento, cioè in quel circuito legittimazione-responsabilità, partecipazione politica organizzata e delega democratica, che oggi è in crisi. In crisi, in particolare, è il rapporto, l’equilibrio, fra i due lati, quello garantistico e quello politico-progettuale, delle istituzioni costituzionali: se in gioco oggi è il loro punto di equilibrio, ciò vuol dire che qualcosa è successo, che un equilibrio va ritrovato.