Nel Golfo scintillante trasformato in un set di guerra, un presidente oramai scarsamente lucido insegue i capricci del proprio ego smisurato.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Forse sono gli scenari da mille e una notte aggiornati al presente – Dubai, Abu Dhabi, Doha, Riyadh, la stessa Tel Aviv – città progettate per attirare ricchezza, non certo per ospitare una guerra. O forse è che questa volta il conflitto sembra costruito quasi a favore di telecamera: tempi perfetti, inquadrature chirurgiche, la soggettiva del drone che entra nel bersaglio, il dolore negli occhi perduti delle persone in presa diretta. Vero è che questa guerra appare esteticamente troppo perfetta, almeno quella fotografata da Al Jazeera, BBC, CNN, Sky o France 24. Una gara aperta a chi la rende più spettacolare.
Certo, ci sono sempre i sobborghi devastati di Teheran o quelli di Beirut dove sono tornati a cadere le bombe, a riportarci alla cruda realtà. Ma vuoi mettere lo scoop degli Emirati sotto attacco?
Così questa terza settimana di guerra in Medio Oriente sta facendo impallidire lo spettacolo “da poveracci” messo in scena negli ultimi anni a Gaza e nel Donbass. Con un elemento nuovo, quasi surreale: i petroldollari della nuova generazione sunnita – Emirati, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Kuwait – risucchiati in una guerra che non volevano e che non avevano nemmeno immaginato. Mentre noi, abituati alla guerra povera degli ultimi anni, facciamo fatica a credere che anche quel mondo scintillante sia scivolato nel baratro che tutti speravano di evitare.
Maledetto Trump, allora. Ancora una volta lui. Perché, nonostante continui a raccogliere il plauso di chi lo acclama per aver salvato il mondo dall’esercito del Male, è lui l’esecutore – insieme al compare Netanyahu – di questo terrificante spettacolo cui assistiamo ormai da diciassette giorni. Uno spettacolo dove si muore sul serio, ma sempre a favore di telecamera.
Sì, Houston: abbiamo un problema. E stavolta la geopolitica non c’entra. Abbiamo un uomo solo al comando: patetico, lunatico, narratore di frottole, mattatore solitario, manipolatore e pessimo venditore che, quando fiuta odore di fallimento, tende a trascinare con sé altri paesi.
Come ieri mattina – esempio fresco – quando, dopo giorni di bombardamenti sull’Iran, Trump cercava aiuto a destra e manca: NATO, Cina, Giappone, Corea del Sud. Tutti convocati per sbloccare lo stretto di Hormuz e trovare un’uscita che non sembrasse una resa. In serata ha incassato il no prevedibile della NATO e della Cina, un ni di Corea e Giappone, e ha risposto bullizzando Starmer, premier inglese e suo bersaglio privilegiato, colpevole soltanto di aver detto l’ovvio: questa non è la guerra del Regno Unito, e non è nemmeno quella della NATO.
La verità è che pure Trump, con il suo cervello bacato, comincia a ricredersi sulla guerra lampo, sbattendo contro la realtà. Che l’Iran non è l’Iraq del 2003. Che i Guardiani della Rivoluzione hanno avuto quarantasei anni – dalla rivoluzione del ’79 – per prepararsi. Che i pasdaran sono una struttura militare distribuita, resiliente, organizzata a cerchi concentrici e che, anche decapitando il centro, ogni cellula sa già cosa fare un minuto dopo.
Sembra quasi che i pasdaran non aspettassero altro che l’attacco di Stati Uniti e Israele: per testare il loro sistema di difesa profondo. E ovviamente, per farlo, serviva un presidente abbastanza incauto – leggi: fuori di testa – da varcare quella soglia che tutti i suoi predecessori, saggiamente, avevano sempre evitato. Trump l’ha varcata, per compiacere il suo ego smisurato. E sia maledetto anche per questo.
Perché ora? Ci si potrebbe chiedere. L’Iran non era una minaccia nucleare, specie dopo i bombardamenti americani dei siti dell’anno scorso. Il motivo è infatti tutto interno: sondaggi di popolarità ai minimi – trenta, trentacinque per cento – specie dopo l’uso criminale dell’ICE in Minnesota. Economia ferma, tagli promessi e mai arrivati, tensione sociale crescente. E lo scandalo dei file Epstein che aleggia, pesante. E quando il fronte interno scricchiola, ogni presidente insegna che occorre aprire un teatro nuovo – meglio se di guerra – dove spostare lo sguardo. Questa volta si chiama Iran.
Bush figlio lo fece con l’Iraq. Trump ha ripreso il copione: l’Iran come minaccia esistenziale, una tesi che nessuna analisi solida sostiene e che i suoi consiglieri militari- che sapevano bene che non sarebbe stata una passeggiata – avrebbero dovuto smontare prima che diventasse guerra.
Maledetto Trump, dunque, per questa guerra di distrazione – scatenata per salvare la propria pelle – che costa invece migliaia di vite vere.
A diecimila chilometri dal fronte, quest’uomo ordina bombardamenti su civili che non hanno colpa. Lo fa insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – il furetto, l’esecutore, ideologo della Grande Israele – ma chiunque può intuire quali siano i veri rapporti di forza fra i due.
Maledetti, insieme, per ogni civile colpito senza colpa. Maledetti per l’instabilità che ha già fatto impennare petrolio, energia, beni alimentari, con le bollette gonfie che arrivano nelle case di tutti noi.
E maledetti perché questa guerra rischia di allargarsi, di coinvolgere altri stati, di diventare qualcosa che oggi fatichiamo perfino a nominare. Una guerra combattuta a un mare e mezzo da casa nostra. Mentre Trump – il signore della guerra: altro che premio Nobel per la pace! – la guarda da un oceano e mezzo di distanza, dallo schermo di una TV. Esattamente come noi. Ma lui ha il dito sul comando. Mentre noi, superfluo dirlo, comandiamo solo il nostro telecomando.
"Mi piace"Piace a 1 persona
“Abbiamo un uomo solo al comando: patetico, lunatico, narratore di frottole, mattatore solitario, manipolatore e pessimo venditore che, quando fiuta odore di fallimento, tende a trascinare con sé altri paesi.”
La nostra arma resta questa: 🖕🏻
E l’unica difesa, questa: 🚑
Rifiutare il coinvolgimento, aspettare la sua sconfitta alle elezioni di Midterm, impeachment.
Possibilmente: galera per i file Epstein e cure psichiatriche intense (ormai inutili).
"Mi piace""Mi piace"