Andrebbero aperte le ostilità contro Usa e Israele, a iniziare da misure politiche, denunce penali, sanzioni economiche, riduzione degli scambi. E un cambio di fornitori per energia e armamenti. La riunione straordinaria del Consiglio Supremo di Difesa ha chiarito ufficialmente e con l’avallo del presidente della Repubblica ciò che il governo aveva già dichiarato sulla posizione italiana nei riguardi della guerra in Iran. […]

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] La riunione straordinaria del Consiglio Supremo di Difesa ha chiarito ufficialmente e con l’avallo del presidente della Repubblica ciò che il governo aveva già dichiarato sulla posizione italiana nei riguardi della guerra in Iran.
Ha anche riaffermato la continuità del nostro impegno nelle missioni all’estero e in particolare per quelle che coinvolgono gli alleati Nato e quelle dirette dall’Onu. Confermato il sostegno alla guerra ucraina, l’applicazione di nuove sanzioni contro la Russia e la disponibilità italiana a concedere l’uso delle basi americane e Nato sul nostro territorio in caso che Usa o Nato ritengano di usarle. È stata una riunione importante e con il corretto tempismo: ora le linee guida sono chiare e non rimane che seguirle. Certo, i problemi non si risolvono con le linee guida ma almeno non si sprecano risorse, tempo ed energie nelle discussioni e nelle zuffe tra posizioni diverse.
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Volendo cavillare si potrebbe osservare che la situazione è grave, ma non sorprendente. Da giugno sappiamo che Israele e Usa avrebbero ripreso le ostilità contro l’Iran e che Teheran si sarebbe difesa bloccando lo Stretto di Hormuz. Il precedente Consiglio Supremo aveva già chiaro quanto si stava profilando e che essendo già sull’orlo dell’abisso ogni “passo avanti” ci avrebbe inghiottito. Si potrebbe dire che la dichiarazione di non essere e di non voler entrare in guerra è una giusta posizione, ma di scarso valore pratico: non dipende da noi essere o non essere in guerra e a meno di dichiarazioni formali drastiche e risoluzioni coerenti, lasciamo all’avversario il compito di stabilire se per lui siamo o non siamo una minaccia. Abbiamo già fatto molti passi per essere considerati in guerra: abbiamo truppe schierate ai confini iraniani impegnate nell’addestramento di elementi nemici acerrimi dell’Iran che da decenni si addestrano a combattere contro gli iraniani, a fare da fanterie per i nemici dell’Iran, a fomentare rivolte e destabilizzazioni in Iran e ai suoi confini. Siamo alleati e fornitori di armi per i loro nemici a partire da Israele e la stessa Ucraina; ospitiamo basi e strutture militari che sono attive nella guerra in corso. Il fatto di essere parte di un’alleanza o di una coalizione non ci esenta dall’essere considerati corresponsabili della guerra. Anche sulla questione delle basi la posizione è chiara ma ininfluente. Trump ha detto che a prescindere da cosa possano obiettare i vari paesi ospitanti, quando lui ne avrà bisogno le userà, se non l’ha già fatto. Fra l’altro, sull’impiego di certe basi in Italia non esiste nemmeno il vincolo dell’autorizzazione e non c’è alcuna intenzione di opporsi. Sull’impegno comune della Nato, la questione è più delicata di quanto non appaia. L’Iran è stato aggredito da un paese Nato, anzi il maggior paese dell’alleanza, il quale ha esposto gli altri alleati al rischio di esser considerati belligeranti.
[…] Rischio che ora è una realtà perfino preannunciata. A causa di tale aggressione, la Nato non ha più titolo a invocare l’articolo 5 del trattato per la difesa collettiva. La Turchia è il paese membro più vicino al teatro iraniano e la Nato non può legalmente intervenire. La Gran Bretagna, che sembrava fare il pesce in barile, in realtà nella sua base di Cipro, territorio sovrano della Gran Bretagna, ha ospitato e rifornito aerei israeliani e/o americani prima, durante e dopo gli attacchi su Teheran. Il solito Rutte e i suoi attendenti gallonati fanno la voce potente dichiarando che la Nato sta efficacemente difendendo il fianco Sud. Può dire quel che vuole, ma non farlo. Quasi tutti i paesi bellicisti del nordatlantico ignorano cosa sia il fianco Sud e non vogliono sapere che cosa veramente sta accadendo. Si ancorano al sostegno a Israele, alla servitù nei confronti americani e alla becera fobia antirussa per imporre al resto dell’alleanza e d’Europa la loro miope visione strategica. L’Ue è più attenta alle promesse fatte all’Ucraina, non mantenute e neppure mantenibili, che ai rischi reali e alle conseguenze globali non solo economiche ma geostrategiche della guerra a Sud. L’aggressione israelo-americana all’Iran ha tolto la legittimità giuridica dell’azione armata a tutti i paesi Nato. Probabilmente anche questo è ininfluente perché Israele e gli Usa hanno dimostrato e perfino dichiarato di “fottersene” del diritto internazionale. Tuttavia c’è ancora il resto del mondo che tenta di salvaguardare una parvenza di legalità, e comunque per la Nato basta che un solo paese sia contrario per rendere impossibile qualsiasi azione di natura offensiva, e di difesa preventiva, come adesso va di moda chiamare l’aggressione armata. Il sostegno alle nostre missioni all’estero non è solo opportuno, ma è doveroso e dovrebbe esser la priorità assoluta. Sono le più esposte alle rappresaglie sulle quali si potrà solo piangere magari con la solita ipocrisia retorica di considerarle “inaccettabili, irricevibili, proditorie, vili, barbare, immorali e terroriste”. Le missioni gestite dall’Onu dovrebbero essere in cima alla lista di quelle da proteggere. Non tanto e non solo perché le più esposte, ma perché le più dense di significato morale e le meno dotate in termini di armamenti, con regole d’ingaggio specifiche per la difesa personale, con limitazioni d’impiego che lasciano alla discrezione dei peggiori e più sanguinari regimi la decisione di rispettare o ignorare quel basco azzurro che dovrebbe essere la deterrenza più forte e che invece si trasforma nel bersaglio più facile da colpire. La missione in Libano è da mezzo secolo esempio della vergogna collettiva: la presenza delle truppe Onu in condizioni ambigue e ambivalenti, tesa a salvaguardare più gli interessi d’Israele che quelli del Libano o di altri paesi, non è mai riuscita a impedire le violazioni di entrambe le parti ed è stata costretta a ignorarle. L’illusione che una linea sulla mappa potesse garantire la separazione ed evitare il conflitto si è dissolta di fronte alla realtà di progetti improntati all’odio e alla vendetta reciproca. Il Libano è destinato per l’ennesima volta a subire un’aggressione. Non gliene frega niente a nessuno, ma chi ci perde veramente è la cosiddetta comunità internazionale e il suo ferreo Diritto, tanto ferreo da squagliarsi ogni volta che Israele e Usa si muovono.
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La guerra contro l’Iran sta già impartendo una lezione fondamentale agli Usa e al mondo: le basi avanzate della proiezione militare statunitense non sono più gli avamposti della potenza, ma gli ostaggi più isolati e indifesi. Tutte le basi americane del Golfo hanno attirato la reazione iraniana e gli Usa si sono limitati a ritirarle senza spendere un drone per difendere chi le ospita. Le nostre missioni all’estero sono nelle stesse condizioni: ostaggi affidati al buon cuore altrui. Non bisogna scappare dalle situazioni di crisi. Per i militari seri, morire è più dignitoso che scappare, ma non devono essere messi nelle condizioni di decidere loro se morire o fuggire. E questo è compito e responsabilità della politica. Ora più che mai è necessaria la revisione delle missioni alla luce non tanto dei rischi, ma dei principi e degli interessi da difendere perché – altra lezione di questa guerra – da almeno 60 anni non è più vero che i nostri principi e interessi coincidono con quelli americani o israeliani.
[…] L’unico vero interesse pratico e nazionale è la cooperazione internazionale, è l’apertura di canali piuttosto che l’erezione di muri materiali e metaforici, significa accettare la competizione per sfruttarne la capacità di stimolo e rifiutare la logica dello scontro e dell’isolamento. Dalla revisione potrebbero anche venir fuori altre alternative al supino e complice allineamento alle guerre altrui. Se proprio si volesse la guerra per la guerra, la guerra per il profitto e la guerra per la sopraffazione si potrebbero scegliere meglio gli obiettivi. E se si volesse la guerra per la pace si potrebbe notare che secondo l’attuale modello della geopolitica militarizzata e l’economia dei “danni di guerra”, le uniche minacce alla pace vengono proprio da questo Israele e da questi Stati Uniti. Dichiarare guerra a essi, cominciando da misure politiche, denunce penali, sanzioni economiche, riduzione degli scambi, cambio di fornitori per l’energia e gli armamenti: in pratica adottando gli stessi metodi che oggi dobbiamo subire, potrebbe raccogliere molti consensi nazionali e internazionali, se non altro nei comizi elettorali. Quanto durerebbe una tal cosa? Quanto durerebbe il nostro amato e dispersivo dibattito democratico? Poco, ma proprio per questo è necessario riflettere. O no?
“Dichiarare guerra a essi ..”
Sì, sono pienamente d’accordo, ma aspettarsi una virata del genere compiuta dalle stesse debosciate classi dirigenti che fino ad oggi hanno avallato/digerito tutte le direttive €uro-nato-israelo-atlantiche la vedo molto dura.
Portare questo radicale cambiamento di posizione in campagna elettorale è sicuramente una ottima base di partenza. Ci sono interpreti adeguati e all’ altezza di questo gravoso ma necessario compito?
Io attualmente non ne vedo. 🤐
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