Il progetto della premier è mettere l’esecutivo al centro: su tutte le materie, dalla sicurezza all’immigrazione. Ecco i tre livelli di potere: le leggi “messe a disposizione” dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la magistratura che le faccia rispettare. Prima viene il governo, che “mette a disposizione” per sua graziosa elargizione le decisioni, e poi vengono gli altri organi che, sull’attenti, eseguono

(Nadia Urbinati – editorialedomani.it) – Daniela Padoan ha illustrato sul sito di Libertà e Giustizia l’ambizione del governo: dar vita a una stagione di revisione politica e costituzionale per riscrivere la carta d’identità del Paese, con connotati che avranno poco o nulla a che fare con l’antifascismo, ovvero con l’eredità della Resistenza, una sconfitta che alla destra brucia ancora.
Le tappe di questa stagione revisionista sono banalmente prevedibili: dal potere giudiziario a quello legislativo e a quello esecutivo. Una battaglia dopo l’altra per mettere fine a quella che il compianto Jürgen Habermas definiva il sistema deliberativo democratico: una relazione permanente tra le istituzioni e i cittadini; una società civile cacofonica e vivace; una libertà civile e politica praticata da tutti, non solo dagli eletti.
Contrariamente ad altri sistemi, la democrazia non ha un “chi” determinato che l’eserciti e la qualifichi, perché il “chi” sono coloro che obbediscono alle leggi e che, in modo diretto e indiretto, contribuiscono a farle, con l’opinione e con il voto.

Sognando Budapest
In soli tre anni, la destra ha trasformato l’opinione accreditata, giornalistica e televisiva, in un coro che reitera e commenta, senza porre troppe domande. E sta trasformando la mentalità larga, nella quale la sua lama penetra come nel burro, per renderla accovacciata. Il sogno è fare dell’Italia l’Ungheria del Mediterraneo. Il fatto è che l’Ungheria uscì da alcuni decenni di dominio sovietico attraverso un processo di democratizzazione patrocinato dai paesi dell’Ue, con l’esito che il nuovo sistema emerso è in realtà poco democratico, molto imbavagliato e assai corrotto.
La democrazia italiana ha avuto ben altro inizio. E sebbene gli alleati ci abbiano liberato dall’esercito di occupazione nazista, la liberazione dal fascismo è stata opera dei cittadini e delle cittadine italiane. La Costituzione non ci è stata data da nessuno, né è stata scritta sotto la tutela degli alleati. Partecipare alla nostra liberazione ci ha reso indipendenti anche dai liberatori.
Da qui bisogna partire per comprendere la fretta con cui questa maggioranza vuole portare a casa il bottino, prima che le cose comincino ad andare storto, poiché la sudditanza a Donald Trump sarà pagata a caro prezzo. E a nulla varrà chiedere la «sospensione» del meccanismo Ets (permessi europei per l’emissione di CO2 per la decarbonizzazione dei settori energetico e industriale), come sta facendo il governo Meloni. Non varrà a riattivare la nostra economia, ma servirà a vincere le elezioni nel 2027, e poi chissenefrega. Far presto, dunque. E alla logica del “far presto” è legata questa riforma della Costituzione.

Idea di democrazia
Racconta Antonella Meniconi che, nel corso delle audizioni svoltesi nei due rami del Parlamento, da parte di studiosi, magistrati e altre personalità, ma anche leggendo il corposo e utilissimo dossier del Servizio studi della Camera, «sono emersi rilievi tecnici, non solo critici e politici, ma anche relativi alla stessa formulazione di un testo fondamentale come la nostra Costituzione.
Ebbene, forse per la prima volta nella storia repubblicana, non è stata apportata alcuna modifica, anche minima, che accogliesse uno di questi rilievi. Insomma, per la prima volta, il testo uscito dalle stanze del governo è rimasto invariato anche dopo le quattro letture previste ed è quello definitivo, approvato, che i cittadini sono chiamati a valutare.
Si è così inferto, credo, un ulteriore colpo alla nostra democrazia che, secondo la Costituzione, resta una democrazia parlamentare. Il dibattito nell’Assemblea Costituente su questa parte della Costituzione era stato acceso e aveva visto impegnati, da una parte e dall’altra, giuristi come Piero Calamandrei e Giovanni Leone, e alla fine aveva prodotto un testo condiviso, unitario».
L’idea di democrazia che hanno al governo è poca cosa – in effetti, non altro che il consenso elettorale. La presidente del Consiglio, adusa a orecchiare formule, ha annunciato la nascita della «democrazia decidente». Non è né farina del suo sacco né buona. Il progetto è mettere l’esecutivo al centro: su tutte le materie, dalla sicurezza all’immigrazione (diritti a discrezione).
Ecco i tre livelli di potere: le leggi “messe a disposizione” dal governo (sic!), il lavoro delle forze dell’ordine e la magistratura che le faccia rispettare. Prima viene il governo, che “mette a disposizione” per sua graziosa elargizione le decisioni, e poi vengono gli altri organi che, sull’attenti, eseguono. Quel che chiamano «democrazia decidente» è una gemma autoritaria. Una frottola: poiché la democrazia decide sempre anche quando decide di non far niente! La democrazia non è decidente perché il governo lo vuole.