Hanno prevalso falsità, egoismo e inerzia

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Trenta ore… che volete che siano trenta ore? Niente. Poco più di un giorno. Quindici anni fa sono salito su un “barcone’’ (li chiamavano così) con 112 migranti. Era notte a Zarzis, in Tunisia, quando la barca è partita. Era notte a Lampedusa quando la barca è affondata e ci hanno salvati. Lampedusa: era allora l’ultima speranza e l’ultimo destino di tutti. Che ci facevo su un barcone, semplicemente uno che aveva un passaporto in regola? Che puoi dire di più per svelare tutto di un uomo in alcuni, vasti luoghi del mondo? Lì nomi storie vite tutto si riduce all’essenza cartacea: una copertina rigida con simboli arcani, una foto e un blocchetto di fogli di carta. Trenta ore, 22 di navigazione: eppure mi sono bastate per sapere tutto quello che si può sapere sugli uomini… trenta ore… Eppure ho bisogno di chiudere gli occhi per vincere il tempo, per immergermi in quel passato e far risuonare le sue voci e le sue grida. Si ascolta davvero bene soltanto a occhi chiusi.
Nessuno mi aveva costretto a imbarcarmi, nessuno mi avrebbe rimproverato per non averlo fatto. Non cercavo premi, prime pagine, soldi. Non cercavo niente. Era, in fondo, una questione privata tra me e loro, i migranti. Per chiarirla non si poteva evitare quel passaggio, diventare come loro almeno per venticinque ore. Dovevo rinunciare al passaporto. La migrazione non era nemmeno la storia che avrei dovuto raccontare. La guerra devastava la Libia, tiranni induriti dal tempo sparivano in una notte, popoli si sollevavano nella collera, altri non pensavano che a fuggire, a partire. Ma c’era quell’inesplicabile mistero: i migranti di Lampedusa. Bisognava aver perduto o sacrificato la ragione per partire su quelle barche marce e pensare che alla fine di quel viaggio c’era un mondo migliore. Oppure bisognava credere in dio per sfidare quel mare che in una mano tiene la tempesta e nell’altra la pace. Ma è lui che sceglie.
E dopo, tutti a chiedermi: che avete fatto, che avete detto in quelle trenta ore? Su un barcone, dodici metri senza stiva, è difficile parlare, attaccar discorso. Si ascolta insieme il trascorrere del tempo, un fruscio cupo, bellissimo, in cui svaniscono i secondi. Si sta rannicchiati uno vicino all’altro con le spalle che si toccano, immobili. Solo ora rifletto: quella è la posizione con cui gli esseri umani si curvano davanti alla morte. Non si fanno confessioni, non si raccontano storie sul barcone, si ascolta l’ansimare del vecchio motore, si spiano luci lontane da cui nuvole bianche si levano in alto, solenni. Una nave? La terra? Un miraggio? Le rare parole hanno la voce della lingua araba, piena di calore e di malinconia. Sembrano sorgere dalle tenebre della notte e stupirsi di sé stesse. Nessuno dei migranti mi chiese nulla, mi guardavano con una specie di avidità metodica, mi imparavano a memoria. Erano genti di sabbia e di terra, li sorprendeva l’amaro del vento, avevano sulle labbra il nuovo sapore dell’acqua e del sale. Varcata l’ennesima duna d’acqua, schiaffeggiati di schiuma, non avevano più che sprofondarvi. Non potevano tornare indietro. La paura? Non c’era paura. Forse si dovrebbe morire così, entrare nella morte attraverso l’immobilità. Scivolare senza scosse in un mondo liquido, passare da un regno all’altro… E poi, e poi: li hai ancora incontrati, hai tenuto i contatti? No, non chiedo a chi vive tragedie numeri di telefono, non li trasformo in una piccola rendita giornalistica, su cui vivacchiare il prossimo naufragio. Il mio rapporto con loro vale solo fino a quando sono come loro. Poi non ho più diritto di usarli, di spremerli come vittime.

E poi, e poi ci sono i quindici anni, quelli scivolati via dopo quel viaggio con tutto quello che c’è dentro, in questi anni. Ovvero che a prevalere alla fine è stato tra noi il santo egoismo, la spietatezza, la falsità, l’inerzia della carità. Lo temevo, del resto non poteva essere diversamente. È il consuntivo del mio assoluto, avvilente fallimento di testimone. Direte è nulla, che importa… Il guaio è che quella incapacità, mia, di creare emozioni e coscienza, sprofonda, ma non si annulla, in un fallimento più grande. Quindici anni che non hanno cambiato niente. Insorgete: non è vero, ci sono gli sforzi per la integrazione, i libri, gli articoli, i discorsi. Già. Quindici anni dopo potrei rifare lo stesso viaggio! C’è una sentenza più definitiva di bancarotta? Le barche salpano, affondano, e poi i centri di raccolta, i respingimenti. Solo i prezzi sono cambiati: mille euro pagammo allora, oggi cinquemila e più…Il Mercato! Nessuno, nessuno, né la destra xenofoba né la sinistra accogliente ha risolto niente.
Sulla migrazione si depositano invettive, progetti balordi, solidarietà ipocrite e razzismi concreti. Niente altro. La migrazione ha inaugurato il Grande Fallimento dell’occidente “buono’’, ha denudato le sue bugie, ha aperto la porta al corteo infernale delle guerre del disordine, del caos. La migrazione non finirà mai, mai, finché da qualche parte sanguineranno ancora le ferite che noi abbiamo inferto al loro mondo: sfruttamento, complicità con élite criminali, una geopolitica omicida.
Uno di loro mi raccontò che la cosa che più aveva colpito erano le porte. «Sì, le porte, le porte chiuse. Non le auto, i negozi ricchi, i ristoranti: le porte. Qui, nei vostri bellissimi e ricchissimi Paesi, le porte sono sempre chiuse. È una stranezza che avevo già notato nelle città che ho attraversato nei tre anni impiegati per arrivare qui, nelle città grandi e in Libia dove sono tutti ricchi. Le porte sono chiuse. Dove vivevo io prima di partire, nel villaggio, le capanne non hanno porte. Semplicemente si entra e si esce scavalcando un piccolo gradino. Non si chiude la porta quando si va a dormire o si esce per portare le bestie all’acqua o al pascolo. Non c’è niente da chiudere con i lucchetti, le catene, le chiavi. Si va. E la capanna resta lì, aperta. Perché mai ci dovrebbe essere una porta? Per difendere che cosa visto che non abbiamo niente? Al villaggio ci conosciamo tutti: se qualcuno ruba una pentola dopo poco tempo la vedresti nella sua capanna e la vergogna si abbatterebbe su di lui, il ladro. Non c’è niente da rubare, insomma. E quando arrivano i banditi o i gendarmi che sono poi la stessa cosa e ordinano di caricare tutto quello che abbiamo sui loro camioncini, beh pensate davvero che basterebbero le porte a fermarli? Le porte le abbiamo anche noi, per carità… ma dove? Nei granai. Perché lì bisogna difendere il teff dai topi e dagli uccelli che hanno fame come noi. La porta, di ferro, robusta, ce l’aveva l’emporio del paese. Il proprietario era un siriano. Dentro c’era di tutto: stoffe, scatole di legumi, terraglie, suppellettili di cucina, latte di coca cola, pelli di mucche, fascine di legna per il fuoco e sacchi di carbonella. Era ricco il siriano. I soldati andavano da lui a bere la birra, si davano grandi manate sulle spalle e non gli rubavano niente. Dicevano che aveva amici in città, potenti, che lo proteggevano. Aveva bisogno della porta, lui. Come voi che siete ricchi e la tenete sempre chiusa». Che cosa posso rispondere a quest’uomo?
Da respirare piano e in silenzio.
Per quel che vale
Grazie
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