Limitando l’autonomia del potere giudiziario il legislatore taglia il ramo sul quale è seduto

(Massimo Cacciari – lastampa.it) – C’è da temere cada la lingua a parlare delle nostre riformette e manie referendarie di fronte alle tragedie geopolitiche che attraversiamo. Tuttavia, è proprio di ogni analisi seria cercare nel particolare, anche più apparentemente insignificante, i tratti dell’universale. Il buon Dio, come il Demonio, stanno in agguato dietro l’angolo. Di ogni riforma, grande o piccola, è lo spirito ciò che conta, non la lettera. Che direzione di marcia indica quella sottoposta al referendum del 22 marzo? È una direzione forte, che trova fondamenti obbiettivi nella situazione storico-politica delle nostre democrazie, anche se i suoi proponenti non sembrano esserne del tutto consapevoli. Il quadro in cui collocare il problema è il rapido e strutturale indebolimento del potere politico indotto dai processi di globalizzazione che sono guidati dai grandi oligopoli economico-finanziari. Una miopia forse inevitabile, trattandosi della vista di istituzioni e organismi ormai parecchio anziani, induce il Politico ad attribuire la causa della propria impotenza a soggetti più “domestici”, di cui conosce da vicino insieme ad alcuni pregi gelosie, invidie e ambizioni. Al progressivo esaurirsi della sua capacità di decidere sulle questioni essenziali (energia, ambiente, ricerca e sviluppo, distribuzione della ricchezza, ecc.) corrisponde l’enfasi crescente con cui il ceto politico accusa settori dell’Amministrazione statale di voler svolgere ruoli di supplenza o addirittura sostitutivi rispetto all’auctoritas di cui esso si sente unico detentore. Che settori della Magistratura, e in modo più occulto, ma assai più pervasivo, di altri Grandi Uffici pubblici, abbiano agito, o dato la forte impressione di agire in tal senso, è fuori di dubbio. Manifestazione eclatante di questo è il frequente “passaggio” all’agone politico di chi sullo stesso ceto di cui vuole entrare a far parte ha magari indagato e giudicato fino al giorno prima. Si tratta però di un costume forse eticamente discutibile, che però non incide sul nòcciolo del problema: non c’è nessuna Magistratura che insidi il potere politico o si immagini in qualche modo di volerlo supplire; non è la Magistratura che impedisce o blocca la decisione politica; questa è sempre più strategicamente debole per le condizioni complessive in cui versa nel mondo contemporaneo.
Ciò dovrebbe indurre un Politico e una Magistratura ragionanti a definire fini comuni, a discutere insieme le riforme necessarie. Se il Politico ha ancora interesse a rivendicare una propria autonomia di azione rispetto al potere del sistema economico-finanziario, esso dovrebbe avvertire la necessità di una Magistratura forte e gelosa della propria indipendenza. Con che strumenti altrimenti condurre un’azione efficace di controllo, di indagine e, alla fine, sanzionatoria nei confronti del formidabile complesso degli interessi privati? Il mondo del diritto è un mondo sempre più diviso; il sistema globale dell’economia e della tecnica è dotato di norme proprie, si auto-regola. E proprio questo rende sempre più impotente l’azione della stessa Magistratura. La Magistratura dovrebbe perciò invocare l’azione del Politico contro questo “diritto diviso”. E a sua volta il Politico invocare l’azione autonoma della Magistratura contro la prepotente volontà neanche di autonomia, ma egemonica tout-court, del potere economico su ogni forma di vita. Che il Politico veda la Magistratura come antagonista non significa altro se non che la sua simbiosi con il potere economico-finanziario è giunta a un punto forse irreversibile. Il “diritto diviso” tende perciò a unificarsi in base agli interessi e alle strategie di quei poteri oggi dotati di una intrinseca normatività. Il Politico che cerca di limitare l’autonomia della Magistratura non fa oggi che segare lo stesso ramo su cui è appeso, più che seduto.
Si confrontano due concezioni opposte del potere politico. Per la prima il suo esercizio è reale soltanto se tendenzialmente indivisibile, e cioè, in concreto, se le funzioni legislative ed esecutive si concentrano in uno. È la visione coerente e funzionale con la cultura del capitalismo contemporaneo. L’azione legislativa del politico è chiamata a svolgere il ruolo di eliminazione di ogni ostacolo all’indefinito sviluppo delle forze produttive e, a un tempo, di ammortizzamento delle sue conseguenze sociali. Non deve esserci spazio per competizioni, vecchie “concorrenze”, autorità diverse, nello svolgimento di questo compito. Dunque, la stessa Magistratura deve riconoscerlo come proprio principio o Valore-guida. Visione radicalmente opposta quella per cui soltanto il bilanciamento tra funzioni e poteri autonomi garantisce che il progresso economico avvenga nel pieno rispetto dei diritti della persona. Se Politico e Magistratura non esprimono, ognuno secondo la propria prospettiva, questa idea del potere lo Stato di diritto è finito.
Ma non dovremmo “disperatamente” affermare che, appunto, è finito? Quando il governo di uno Stato dichiara, senza se e senza ma, di compiere tutto ciò che può contro un altro Stato, senza neppure una telefonata a quelli che risulterebbero essere i suoi alleati, quando sul destino di un popolo massacrato (semita, quello palestinese) esso pretende di decidere unilateralmente, come possiamo immaginare che si coltivi l’idea di una divisione tra i poteri, dell’autonomia delle funzioni garanti dei diritti individuali? Questa è la domanda che la Magistratura dovrebbe oggi porre al centro del proprio lavoro. Troppi magistrati in questi anni hanno dato l’impressione di resistere e conservare soltanto. I “no” non bastano più. Per combattere i “sì” alla subordinazione del nostro ordinamento alla visione del mondo che informa di sé il sistema economico-finanziario globale sono necessarie grandi riforme delle nostre istituzioni, in cui l’autonomia delle parti significhi maggiore energia di ciascuna e più efficienza dell’insieme, al servizio di tutti.
Guarda come deve ridursi uno che è nettamente per il sì ma vuole mascherarlo da no..
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