
Lupo: «Sei mesi fa hai sparlato di me». Agnello: «Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato». Lupo: «Allora fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie» Fedro (Il lupo e l’agnello)
(Andrea Malaguti – lastampa.it) Questa volta non è servita neppure una scusa, solo un cumulo di balle, per mettere il pianeta in ginocchio, strangolare lo stretto di Hormuz, sconvolgere le vie del petrolio, del gas e del cibo, spaventare le Borse, mandare la benzina alle stelle, arricchire il Cremlino e innervosire Pechino. Donald J. Trump gioca a dadi con le vite di miliardi di persone senza spiegarne il motivo, senza una strategia comprensibile o un obiettivo dichiarato. Forse perché è il più forte. Forse perché è sotto ricatto. «Il presidente destabilizza il mondo», scrive il Washington Post. Difficile non essere d’accordo, mentre navi e aerei carichi di soldati si dirigono verso il Golfo e proseguono i raid sull’isola di Kharg, snodo chiave della distribuzione energetica globale.
Perché The Donald attacca il regime sanguinario degli Ayatollah? La risposta cambia a seconda delle fisime, dell’umore, dei capricci quotidiani dell’instabile Tirannosauro americano. Un giorno giura di volere annientare l’arsenale nucleare iraniano.
Anzi, di averlo annichilito per sempre. Il giorno dopo scopre che la Guida Suprema gli nasconde alcuni siti e dunque la pagherà. Poi annuncia che il problema sono i missili a lunga gittata. «Minacciano la madrepatria e faranno a pezzi l’Europa». Quindi, indifferente al declino della sua credibilità, insiste con la violenza incivile di Teheran, i droni, l’aviazione, le donne velate, le torture nel carcere di Evin, le impiccagioni per strada, le portaerei in assetto di guerra, la minaccia a Israele, in una litania incongrua e senza fine di motivi immotivati. Esattamente come il lupo di Fedro che incontra l’Agnello al fiume: «Sei mesi fa hai sparlato di me». «Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato». «Allora fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie». Duemila anni più tardi, siamo ancora lì.
E anche se la teocrazia iraniana è tutto fuorché un agnello, la domanda rimane: perché l’uomo più potente della Terra ci infila in questo drammatico vicolo cieco? In mancanza di una cartella psichiatrica che spazzi via ogni alternativa, le ipotesi sono almeno tre. La prima: ha sottovalutato la capacità di resistenza degli iraniani, che, sostenuti dai russi, dimostrano una sorprendente facilità nel colpire i paesi del Golfo. E addirittura bucano a più riprese l’Iron Dome israeliano. Circostanza sgradevole che lo spinge a inviare cinquemila marines in Medio Oriente. Se li dovesse utilizzare sul campo, unica, lontana, possibilità di provocare un cambio di regime, dovrebbe preoccuparsi di due conflitti: quello con i pasdaran e quello casalingo con gli ultranazionalisti-isolazionisti Maga. Non è così che immaginavano di far tornare grande l’America i seguaci di JD Vance. Il prezzo del dominio doveva essere, al massimo, la vita degli altri.
La seconda: non è la Casa Bianca a guidare la guerra, ma Gerusalemme. Per Netanyahu è una questione di sopravvivenza. La sua capacità di influenzare, se non addirittura di costringere Trump ad agire, fa riflettere. Facile pensare agli Epstein files, ai milioni di pagine occultate all’opinione pubblica, con ignobili squarci su abusi di minori, ma certamente non al Mossad e ai servizi di spionaggio russi. Fantapolitica?
La terza: dopo il Venezuela, attacca la spietata Repubblica Islamica per tagliare ai cinesi i rifornimenti di petrolio e trattare con Xi Jinping in posizione di forza. Mossa inutile e azzardata, se in queste ore, con il conflitto che gli scivola tra le dita come un’anguilla, è costretto a chiedere aiuto anche a Pechino per controllare Hormuz.
La gestione della crisi da parte della Casa Bianca è indigeribile sia nella forma, sia nella sostanza. Dopo che il Segretario di Stato, Peter Hegseth, ha spiegato che «Mojtaba Khamenei è sfigurato e i leader iraniani sono sotto terra come topi», il suo Comandante in capo, in piena sindrome di Tourette, ha rinforzato la tendenza alla dozzinale esondazione linguistica: «Le navi tirino fuori le palle e attraversino Hormuz». Invitando migliaia di marinai a rischiare la propria esistenza per il suo machismo d’accatto. Nemmeno il più cinico degli armatori può immaginare di seguirlo in questa follia. Tanto più che l’Itf, sindacato che rappresenta 20 milioni di lavoratori del mare, chiarisce che nessun contratto prevede l’autolesionismo. Osservazione banale e necessaria in presenza di una retorica greve, improvvisata e sciocca, seminata con disinvoltura.
Una dittatura feroce come quella degli Ayatollah, capace di reprimere nel sangue la rivolta interna, accumulando pile di cadaveri per le strade, non ha problemi a scommettere sulla fine dell’inferno rinchiusa in un bunker, lasciando che a pagare siano i civili. Ma Washington quale prezzo è disposto a pagare e a far pagare a tutti noi?
Il massacro degli innocenti, così come è successo a Gaza, non si traduce in immagini, ma solo in numeri, perché la stampa libera è tagliata fuori. Di fronte a questo videogame da incubo, siamo ciechi. E in definitiva sordi. Rappresentazione amara del collasso delle democrazie liberali, destinate a sparire nel buio. L’orrore si ripete, invisibile eppure tangibile, i volti sono immaginari, i decessi reali. E i bambini sono i bersagli prescelti del sacrificio. Un rapporto dell’Unicef, pubblicato mercoledì, racconta che, dall’inizio del conflitto, le vittime in età scolare, catalogate come «danni collaterali», sono state più di mille, tra morti e feriti. Non interessa a nessuno.
L’irascibile Donald Trump produce un nuovo disastro. Lo spettro della crisi petrolifera del 1973 incombe. Ricordate le domeniche a piedi, l’austerity, il riscaldamento a rischio, l’inflazione alle stelle? Un’instabilità costata anni di disordine economico che oggi può ripetersi, trascinata dalla più grave alterazione dei mercati energetici dell’ultimo mezzo secolo. L’imperialismo di Putin ha per lo meno un obiettivo: territori e accesso al mare. Ma l’attacco americano al regime, che obiettivo ha, al netto della coprolalia trumpiana («Guardate cosa succede a queste squilibrate canaglie. Hanno ucciso persone innocenti in tutto il mondo e ora io, come 47° presidente degli Stati Uniti d’America, sto uccidendo loro. Che grande onore è farlo»)? Un’attitudine manicomiale.
Siamo entrati in un’era erratica e imprevedibile. L’infantile confusione a stelle e strisce restituisce ossigeno a Mosca, complicando la guerra in Ucraina. L’India, sollevata dal peso dei dazi, riprende l’acquisto di energia russa arricchendo il Cremlino, destinatario di un tesoretto imprevisto da 150 milioni di dollari al giorno a sostegno dell’industria bellica.
E l’Italia? L’Europa? Paralizzate. Bisognerebbe scolpire a Palazzo Berlaymont il pressante invito pronunciato dal Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, all’Assiom Forex di Venezia, tre settimane fa: «Imparate a decidere». Parlava di Roma, di Strasburgo e di Bruxelles, lente e titubanti di fronte alla sfida imposta dallo stravolgimento globale, disperatamente aggrappate alle salvifiche cooperazioni rinforzate. Con la Germania indebolita, in questa fase muscolare in cui i missili contano più del rigore nei conti, inglesi e francesi giocano una partita loro, forti dell’arsenale nucleare e di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’Italia si barcamena. Fatica. Balbetta. Dopo aver rivendicato un ruolo da pontiere, nell’ingenua convinzione che Parigi e Berlino accettassero di farsi rappresentare da noi, continuiamo a litigare, ossessionati dal referendum sulla giustizia e dalla legge elettorale, fingendo che la tossica polvere internazionale si possa nascondere sotto il tappeto.
Le prossime chiamate alle urne potrebbero persino peggiorare lo scenario. Bardella in Francia, l’Afd in Germania, Vox in Spagna, Vlaams Belang in Belgio e la già affermata destra in Italia, autorizzerebbero il recupero di controproducenti egoismi nazionali, in una fase in cui bisognerebbe smettere di guardarsi l’ombelico. Nessuno sarà così pazzo da minare l’Unione alla radice, ma è improbabile che si individui un orizzonte strategico largo. Come sempre ci affidiamo allo stellone, al lieto fine inaspettato, al bambinesco «io speriamo che me la cavo», incapaci di rivendicare un principio d’ordine a lungo termine, schiacciati da una polverizzazione degli equilibri che fa rimpiangere persino la Guerra Fredda, quando le grandi potenze utilizzavano almeno un telefono rosso per parlare. Qualche sera fa, Oscar Farinetti mi diceva: ma tu sei sicuro che in questo caos planetario non ci sia un pakistano fuori controllo che fa partire la Bomba? Gli ho detto inquieto: ma dai, figurati. Ma, con i marines impiegati a Hormuz, mi è rimasto il dubbio. Poi, nella notte di ieri, chiuso nel suo universo parallelo, il Caro Presidente Trump, ha spiegato al mondo che «l’Iran è definitivamente sconfitto». Dunque, perché preoccuparsi se il lupo rassicura gli agnelli?
perchè proprio un pakistano e non un sionista?
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direi a farinetti che quello fuori controllo non è un pakistano ma un israeliano
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