Il caso del padiglione russo a Venezia e il gelo tra il ministro e il presidente della Biennale, adesso su fronti opposti

ALESSANDRO GIULI MINISTRO DELLA CULTURA, PIETRANGELO BUTTAFUOCO PRESIDENTE BIENNALE DI VENEZIA

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Contraddizioni – per una volta! – in seno alla destra, ammesso che tale categoria novecentesca sia sufficiente a giustificare la buriana levatasi attorno alla Biennale di Venezia; e non sia invece l’intima essenza del potere, questa entità per sua natura diabolica, ad aver scatenato la lite fra il presidente della fondazione Buttafuoco e il ministro della Cultura Giuli a proposito della partecipazione russa. Per quanto profonda, con l’arietta tifosa e pettegola che fermenta su ogni controversia all’italiana, la tenzone ha mantenuto per ora un certo inusuale riserbo da parte dei protagonisti, ciò che ha agevolato il muto, grato e furbesco sbigottimento fra Palazzo Chigi e via della Scrofa, dove purtroppo ancora non si è capito chi sta con chi.

Tutto lascia immaginare che si sia rotta, se non un’amicizia fraterna, certo un’intensa colleganza (al Foglio), oltre che una reciproca stima. E tuttavia, considerata la vastità del caso, se è prematuro trarne una lezione, qualcosa si può cercare di spiegare. Per cui, grosso modo, Buttafuoco insegue da sempre un sogno di libertà.

L’arte al di sopra di tutto e di tutti, figurarsi delle convenienze e delle appartenenze che i ruoli impongono e le aspettative pretendono. Come ogni sogno che si rispetti, tale scomoda convinzione alberga benissimo nell’animo suo, molto meno nel tran tran dell’istituzione che guida. Sull’animo di Buttafuoco, anzi di Pietrangelo, non si è in condizione di essere troppo oggettivi per ragioni di antica curiosità, poi di amicizia e frequentazione, pure allargata. Sin da quando, era il 1992, sul Secolo d’Italia, direzione Gasparri, non iniziarono ad apparire dei formidabili articoli a firma Dragonera (personaggio del Rinaldo in campo televisivo).

In prosa ricercata ed efficace, tra il barocco e il lirico, lo sboccato e il camaleontico, era irresistibile chiedersi non solo chi fosse a cantare la negritudine tribale e Marina Ripa di Meana, Krishna e i travestiti nella Milano da bere, un finto Machiavelli e le dame velate dell’Opus Dei; ma era uno spasso anche chiedersi come ciò poteva essere accolto dai torvi lettori legge-e-ordine del quotidiano di un partito – allora sì – neofascista.

E insomma: si trattava di un giovanissimo libraio ammiratore di Carmelo Bene, Longanesi e Cyrano che dotato di bretelle, studi filosofici e sfolgorante attitudine teatrale, viveva ad Agira, nel cuore del cuore della Sicilia, a tal punto sale del mondo da potersi permettere una sorta di auto-precauzione: «Tinitimi ca sugno pazzu!».

Nota bene: in uno di quei pezzi, come per indicare qualcosa di impossibile – oh potenza della sorte e un po’ pure degli archivi – Buttafuoco scriveva, 34 anni orsono: «Quando saremo padroni d’Italia».

Nel caso specifico sognava di intitolare piazze a Volponi e teatri a Dario Fo. Ma ripensando al padiglione della Russia alla Biennale, e a quel che potrebbe accadere se, come annunciato nell’intervista a Repubblica, intendesse davvero riservare uno spazio agli ayatollah iraniani, ecco, l’impressione è che sulla sua strada abbia trovato uno che si sente molto più padrone d’Italia e che non aspettava altro per dimostrarlo.

Ora, sull’animo di Giuli si è molto meno preparati. Rapporti cordiali, da colleghi, vicini di casa e proprietari di cani, qualche incontro casuale. Anche le sue origini suscitano più recente curiosità, tra Roma arcaica, tifoseria militante, paganesimo e vagabondaggio post-evoliano, esoterismo solare; secondo Franco Cardini la figura di riferimento di Giuli è Arturo Reghini, alchimista e matematico pitagorico.

Spiace qui dispensare giudizi a vista, ma tale impegnativo e misteriosofico armamentario non è che si combini così bene con l’imperativo di occhiuta e burocratica sorveglianza che da ministro si è ardentemente assegnato, vedi i verbali da consegnare “entro il termine fissato”, le modalità di allestimento, le compatibilità, eccetera. È possibile che la rivalità covasse da tempo. Con beneficio d’inventario e sempre tirando a indovinare, è anche possibile che Giuli, che qualche vano sforzo in quella direzione ha fatto, patisse il consenso generalizzato e senza polemiche dell’ex collega a Venezia e, ancora di più e non da ieri, l’ammirazione da parte della sinistra. In questi casi i sentimenti meno confessabili s’intrecciano con il discorso pubblico; ma a maggior ragione, essendo amici, o buoni conoscenti, o ex colleghi, o quel che è, se si facevano prima un colpo di telefono era meglio per tutti. La destra, o quel che ne rimane, resta complicata, la vita ancora di più.