Nel corso di due settimane di conflitto gli sfollati si sono moltiplicati fino a superare il milione di persone. «Quando la guerra finirà, vogliamo tornare alle nostre case. Se Dio vuole torneremo presto»

(Agnese Ranaldi – editorialedomani.it) – «Quando la guerra finirà vogliamo tornare alle nostre case, senza dubbio. Nessuno di noi l’ha lasciata lì pensando che fosse una cosa normale. Se Dio vuole torneremo presto, inshallah». La Makassed School del quartiere di Sabra si trova nella zona rossa della Dahieh, la periferia sud di Beirut presa di mira dai bombardamenti dall’aviazione israeliana in queste settimane. Ospita circa 1.200 persone rifugiate dopo gli ordini di evacuazione che hanno coinvolto diverse aree del Libano all’indomani della riapertura del fronte libanese di quella che viene definita la terza quella del Golfo.

Nella scuola-shelter di Sabra i bambini giocano a palla in cortile, gli adulti svolgono faccende utili alla comunità, come caricare i boccioni di acqua potabile e portare fuori la spazzatura. Nell’aria c’è un profumo di cibo cucinato, è quasi l’ora dell’iftar per le persone che sono in Ramadan. Ma fuori lo scontro tra Hezbollah e Israele non trova tregua.

Sfollati e scontri

Nel corso di due settimane, come previsto da diverse ong e agenzie internazionali, gli sfollati si sono moltiplicati esponenzialmente fino a superare il milione di persone. I morti sono centinaia e centinaia, migliaia di persone sono rimaste ferite. Lo scontro tra Hezbollah e le Israeli Defense Forces si sta sviluppando su più fronti: quello più caldo resta il sud, come l’area del governatorato di Nabatieh, quelle vicino al villaggio di frontiera Khiam, o la zona vicino alla città costiera di Tiro.

A sud il “partito-milizia di Dio” e le truppe israeliane si sono anche scontrate sul campo, con colpi di artiglieria e d’arma pesante. Nella valle della Beqa’, invece, nel Libano orientale, si parla perlopiù di raid aerei e missili. Tra le aree più coinvolte nel fuoco incrociato vi è la regione di Baalbek, snodo strategico molto vicino al confine con la Siria.

Ma anche Beirut, la capitale libanese, non è rimasta immune agli attacchi dell’esercito israeliano. Le bombe sulla Dahieh sono praticamente all’ordine del giorno. Nel corso della settimana le Idf hanno cambiato strategia e iniziato a colpire non solo le presunte infrastrutture militari di Hezbollah, ma anche edifici residenziali e civili (come il Comfort Hotel del quartiere di Raouche), scatenando il panico anche nel centro città e in zone precedentemente ritenute sicure.

All’alba di giovedì non hanno lasciato scampo neanche alle persone sfollate rifugiate sul lungomare di Beirut, a Ramlet al-Baida, vicino alla Corniche, accampate alla bene e meglio dormendo nelle loro auto. Hanno perso la vita almeno 7 persone e diverse sono state ferite. Sempre giovedì le Idf sono tornate a prendere di mira il centro città. Dopo aver diffuso le consuete mappe che mostrano in blu la zona da evacuare e in rosso l’obiettivo del bombardamento, nel pomeriggio aerei da guerra sono sfrecciati sopra Beirut provocando un paio di esplosioni nel quartiere di Bashoura, un’altra area densamente abitata da popolazione civile.

L’impunità israeliana

«Questa è la cosa più grave e dà l’idea dell’impunità delle Idf – spiega Veronica Bonelli della ong Un ponte per – Come se non fosse già grave che vengano evacuate intere aree del territorio libanese. Si aggiunge un ulteriore livello, perché vanno a colpire zone considerate sicure al punto da ospitare persone sfollate. In questo modo si crea un senso di insicurezza ulteriore per persone che non sanno dove altro andare. È così a Beirut, a Tiro, a Saida».

E mentre si entra in una nuova fase dell’esodo forzato, con le Idf che hanno ordinato alla popolazione del sud di evacuare dal fiume Litani fino allo Zahrani, il governo libanese prova a resistere, incastrato com’è tra le pressioni della comunità internazionale (che spinge perché la richiesta di Tel Aviv di disarmare Hezbollah sia presto esaudita) e la violenta offensiva israeliana.

A poco è valso che il presidente Joseph Aoun abbia proposto, con una mossa senza precedenti, di rendersi disponibile a negoziare direttamente con il governo di Benjamin Netanyahu. E nemmeno la diplomazia, che su spinta della Francia ha indetto una riunione presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite mercoledì, è finora intervenuta in modo decisivo.

«La notizia che dovevamo evacuare l’abbiamo ricevuta dopo mezzanotte, verso le due» racconta un uomo che viene da Nabatieh, uno dei villaggi del sud del Libano al centro dei combattimenti. «Abbiamo bambini, figli, figlie sposate. Siamo scappati e siamo usciti in strada. La gente qui ci ha accolto, è stata molto generosa con noi», dice. La Makassed School è uno dei circa 600 rifugi che il governo libanese ha messo a disposizione per le persone sfollate, soprattutto del sud e dei quartieri meridionali della capitale.

Anche Abdelkarim Nasr al-Din, un mokhtar (“capo-quartiere”) di Haddata, municipalità di Nabatieh, è stato colto di sorpresa dall’ordine di evacuazione arrivato il 2 marzo. «Per noi, come per gli altri, sono arrivati messaggi sui telefoni, tramite la radio, sui canali social. Abbiamo sentito che tutti erano stati evacuati e abbiamo iniziato a sentire esplosioni sui palazzi, ovunque – racconta – Tutti sono stati costretti a scappare. Io ero con la mia famiglia e con mia madre, che ha 96 anni. Si è spostata con noi per 18 ore e mezza in autobus».

Rifugi difficili

Ma anche per le persone giovani o in salute vivere accampate negli shelter non è semplice. Si tratta di spazi sovraffollati e in condizioni di estrema precarietà. «Abbiamo avuto una serie di difficoltà per la strada, poi quando siamo arrivati qui abbiamo avuto anche problemi per garantirci l’acqua, l’elettricità – continua il mokhtar – Siamo in questa scuola da poco ma ci sono famiglie, bambini, bambine che hanno bisogno di acqua per lavarsi, altrimenti si svilupperanno malattie, che già si stanno diffondendo. Qui non esiste solo il pericolo dei bombardamenti».

In tutto il Libano, anche nella capitale Beirut, i cali di tensione sono all’ordine del giorno. L’elettricità va e viene e a volte anche l’acqua risulta indisponibile per alcune ore. L’edificio dell’istituto scolastico ha un cortile centrale e i vari piani si sviluppano tutt’intorno. Dalle finestre penzolano coperte stese al sole, ma all’interno non è possibile entrare. «Per questioni di dignità», spiega un mediatore. Nonostante tutto, le persone rifugiate stanno cercando di trasformare quello spazio così inospitale in un luogo vivibile: «Quando siamo arrivati non c’era niente – racconta un uomo – Adesso stiamo cercando di sistemarci».

«Noi vivevamo la nostra vita normalmente. Anche durante la guerra precedente, quella prima di questa, nel 2024. Chi lavorava, lavorava. Ognuno si occupava dei propri affari. Quando è ricominciata la guerra, tutto si è fermato di nuovo», racconta un altro sfollato. La differenza tra questa guerra e la precedente, che si era conclusa con il cessate il fuoco del 2024 è che «gli israeliani hanno intensificato i bombardamenti. Lo stiamo vedendo tutti i giorni. Non hanno pietà, né per le persone malate né per nessun altro».

Ma nessuno nello shelter sembra essersi perso d’animo. «Sapevamo che sarebbe stata questa la situazione, dato che [gli Usa e Israele] sono intervenuti in Iran – dice una donna – Ma dobbiamo resistere. E poi sperare di tornare a casa».